intervista all'autore
Sebastiano Ardita
Instancabilmente e con fare preciso e puntuale, il magistrato ha risposto alle nostre domande, analizzando i collegamenti tra la mafia catanese e quella della provincia di Messina, lasciando aperta la possibilità di un nuovo progetto in cantiere...
Domenica, 11. Ottobre 2015 - 16:30
Scritto da: Veronica Crocitti
Categoria: società


“Una società malata che cammina a braccetto con la mafia”, una Catania anni ’80 che vive la contrapposizione tra benessere e degrado, una città preda dell’ascesa del neo boss Nitto Santapaola, “demonizzatore” della classicità ideologica della mafia dei Corleonesi ed aprifila di una nuova linea mafiosa, moderna, imprenditrice, integrata nelle istituzioni e perfettamente inserita nella società.

Ha il sapore di un romanzo il nuovo libro del magistrato Sebastiano Ardita, “Catania bene” (edito da Mondadori). Quarantanove anni, catanese, attuale Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Messina, Sebastaiano Ardita ha avuto il suo “esordio” proprio nella sua Catania, divenendo ben presto componente della Direzione Distrettuale Antimafia. E sono stati esattamente quegli anni di attività passati tra la criminalità organizzata e le inchieste mafiose negli appalti pubblici e nelle forniture, a rappresentare il fulcro del nuovo saggio. Ardita si dimostra profondo conoscitore delle strutture intrigate di quella che viene ormai definita “mafia 2.0”, modello vincente nato nella Catania degli anni ’80 ed esteso, oggi, su tutta l’isola. Instancabilmente e con fare preciso e puntuale, il magistrato ha risposto alle nostre domande analizzando anche i collegamenti tra la mafia catanese e quella della provincia di Messina, e lasciando aperta la speranza per un nuovo progetto in cantiere... 

  • - Quella che lei racconta in “Catania bene” è una mafia “moderna”, che ha abbandonato i kalashikov per calarsi perfettamente all’interno del sistema sociale che la circonda. Da quali elementi parte questa analisi? Parte dalla storia della criminalità mafiosa di Catania che, nonostante i bagni di sangue avvenuti durante le guerre di mafia, è riuscita a rassicurare i ricchi e la città bene ed a proporsi come un soggetto capace di contribuire alla sicurezza ed al benessere della borghesia. Il tutto attraverso la mistificazione di una improbabile mafia buona, prodotto di una alleanza con settori dominanti dell’imprenditoria, della compiacenza delle istituzioni e della politica, del monopolio informativo della stampa, che è giunta fino a blandire e connettere a sé il potere giudiziario. La storia che ho provato a ricostruire, come se fosse un romanzo, descrive il modello di una società malata che cresce a braccetto con la mafia. La sua sintesi sta in quella foto, rinvenuta all’indomani dell’omicidio Romeo, che vedeva effigiati, mentre banchettavano, il capo di cosa nostra Nitto Santapaola, il sindaco della città, il presidente della provincia, il medico del carcere e gli imprenditori più influenti del mezzogiorno. Oggi non si spara più, o lo si fa molto meno, ed il terreno di battaglia sono il denaro e l’impresa. In questo contesto il modello dei catanesi è diventato dominante.
  • - Perché la mafia “imprenditrice” rappresenta, oggi, la mafia “vincente”? Perché si sono confrontati due modelli di struttura mafiosa. L’una è rappresentata dall’egemonia corleonese, che è durata più di quindici anni, fondata sul dominio e sul potere criminale e di intimidazione. La linea di Riina e Bagarella si caratterizzava per una componente quasi ideologica, una sorta di prseudo-purezza nella contrapposizione allo Stato, pur non essendo la mafia di per sé un fenomeno eversivo. L’altro modello, rappresentato in cosa nostra dai catanesi , ha voluto entrare in relazione con uomini dello Istituzioni, senza contrapporvisi apertamente, ma anzi cercando alleanze e profitti. Essa ha dunque puntato molto sul denaro per conquistare il potere. Oggi questo secondo modello permea di sé tutte le manifestazioni di potere mafioso: dalla camorra, alla ndrangheta, aprendo la strada alla loro diffusione in territori che storicamente non erano contaminati dal fenomeno. Si immagina se per insediarsi al nord le mafie avessero iniziato a sparare a politici e magistrati? Sarebbero durate 24 ore…! Ed invece…. Il riposizionamento dei clan nei confronti dei poteri pubblici prende spunto da ciò che accadde agli inizi degli anni 90 dopo l’attacco lanciato attraverso le stragi. La sfida per mettere in dubbio il monopolio della forza dello Stato ha generato - secondo ciò che teorizzava Max Weber - quella reazione capace di condurre all’annientamento dello sfidante. E questo i mafiosi lo hanno capito.
  • - Quella che viene analizzata nel suo libro è la Catania degli anni ’80. Ha intenzione, in futuro, di andare a scandagliare anche tempi più contemporanei? Credo che sia doveroso affrontare qualunque percorso anche investigativo con la consapevolezza che ci dà la lezione della storia. In fin dei conti quello che si è sperimentato a Catania è il modello della trattativa Stato-mafia, condensato in un patto stabile e duraturo tra poteri criminali, finanza ed istituzioni. Ed è anche una risposta a coloro che negano che la trattativa sia mai esistita, sol perché potrebbe imbarazzare i quartieri alti delle istituzioni. In effetti la trattativa è un fatto storico che va al di là dei processi. Essa è un modo di agire di un sistema criminale, non un reato in sé ma un contesto che può generare reati e infedeltà di uomini pubblici. Nel mio racconto “Catania bene” quello che si cercava di raggiungere era un punto di equilibrio tra il benessere dei quartieri benestanti e le velleità criminali delle periferie. Si temevano le rapine e gli scippi perché mettevano in discussione il quieto vivere dei ricchi; mentre degli omicidi nelle guerre tra disgraziati non importava niente a nessuno. Tutto si risolveva in un problema di ordine pubblico: tu lasci in pace me, ed io chiudo gli occhi su di te. Oggi molti benestanti vanno a comprare la droga dai pusher di quartiere e così finanziano la criminalità che trova questi reati meno rischiosi delle rapine. Anche questo in fondo è un compromesso.
  • - Quale correlazione esiste tra la mafia della Catania degli anni ’80 e la mafia messinese (se esiste), del centro città e della provincia? Quali analogie e quali differenze? Sul territorio della provincia di Messina ha sempre soffiato forte l’influenza della mafia catanese. Anche se in città non è stata presente una famiglia di cosa nostra, il territorio è stato infiltrato da propaggini della famiglia catanese. Ma ciò che avvicina di più Messina a Catania è la predominanza di una borghesia compatta e solidale nelle espressioni di potere, ma non sempre attenta ai problemi sociali che generano criminalità ed alla presenza di commistioni tra economia e potere mafioso. Messina è dunque potenzialmente un luogo nel quale il modello della “non contrapposizione” può svilupparsi agevolmente, consentendo alle propaggini mafiose di agire sottotraccia. Devo dire però che a Messina, come anche a Catania, colgo nei giovani nuove consapevolezze ed un desiderio di regole, unito alla voglia di superare i privilegi delle combriccole e di esaltare il valore civico della cittadinanza.
  • - Dinnanzi ad un sistema criminale così perfettamente integrato nella società attuale, dai figli dei boss che frequentano le più “nobili” facoltà universitarie ad amici e parenti all’interno delle strutture statali e politiche… Lei crede davvero che esista un modo per debellare la mafia? Crede anche lei, come Falcone, che essa “è un fatto umano” e quindi ha un inizio ed una fine? Le parole di Giovanni Falcone sono un monumento alla verità. Ma sono anche un richiamo ed un rimprovero a quanti ciascuno nel proprio ruolo sono chiamati a debellare la mafia. Nel 1992 uno stato che sembrava in ginocchio, varando alcune piccole riforme ha messo quasi al tappeto cosa nostra. Sarebbe bastato proseguire in quel percorso di fermezza e di rigore normativo ed organizzativo per cancellare per sempre la sua esistenza. Perché tutto ciò non è avvenuto? Perché in Italia si introducono nuovi reati per fatti che meriterebbero una sanzione ammnistrativa e si sottraggono risorse al contrasto dei reati gravi? Perché si celebrano molti processi con un rito prolisso che nei Paesi civili è riservato all’1% delle cause? Perché i reati vengono fatti cadere in prescrizione ? Perché il sistema carcerario è sottodimensionato rispetto al numero di criminali che delinquono, determinando i presupposti di continui indulti e amnistie? Perché la giustizia spesso non fa paura ai criminali ed a volte fa paura ai cittadini? Perché non si perde occasione per criticare le istituzioni di polizia e i magistrati, demotivandone l’azione? Dalla risposta a tutte queste domande si può comprendere il motivo per cui la mafia non è ancora stata sconfitta. Le istituzioni, in fondo, devono solo decidere se liberarsene, o se conviverci, prendendo esempio dalla “Catania bene”. (Veronica Crocitti)

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DOT. ARITA PER MANCANZA DI SPAZIO, PURTROPPO CONTINUO. SE MI SCAGLIO CONTRO LE MAFIE STRANIERE, NON SIGNIFICA CHE GIUSTIFICA LA MAFISA ITALIANA, COMPRESA QUELLA ROMANA, MA NON POSSO GIUSTIFICARE CERTI DEMENTI ITALIANI CHE DICONO E GIUSTIFICANO LE MAFIE STRANIERE CON IL SILENZIO, E SILENZIOSAMENTE RIDONO E SFOTTONO PER DOVERE POLITICO, OPPURE DICONO: MA PERCHE' NON ESISTE LA MAFIA ITALIANA? OPPURE NON LI POSSIAMO ESPELLERLI PERCHE' NON CITTADINI COMUNITARI. SONO COMPLICI MORALI SONO ITALIANI. EVITO POSSIBILI ED INEVITABILI COMMENTI CRITICI AGLI INTERVENTI, COMUNICO CHE SONO FAVOREVOLISSIMO ALLA PENA DI MORTE PER CHIUNQUE. NON GIUSTIFO I PAESI ARABI E ASIATICI CHE GIUSTIZIANO GLI STRANIERI. E NON PERDONO GIUDICI CHE GIUSTIFICANO GLI STRANIERI

DOT. ARDITA, RISPETTOSAMENTE LE COMUNICO CHE CI SONO MAFIE PERICOLOSISSIME ORGANIZZATE E ARTICOLATE E SONO INTEGRATE NELLA SOCIETA'ITALIANA E NELLE CITTA', ESSE SONO: MAFIA RUMENA, ALBANESE,GEORGIANA,CINESE,SERBA,AFRICANE. MOLTE DI LORO HANNO UN PATRINO E NON SCHERZANO. SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE CHE IN CERTE ZONE DI ITALIA (POLITICAMENTE DEDITI ALL'INTEGRAZIONE E PERDONO CHE AIUTANO I CITTADINI STRANIERI), AGISCONO COME VOGLIONO. GLI ITALIANI A CASA LORO E RESIDENTI HANNO PAURA (COME AI TEMPI DELLE SS NAZISTI) SPACCIANO SONO INDIVIABILI PER LA NAZIONE E MODO DI PARLARE. QUANDO VENGONO ARRESTATI PRENDERLI PASSATI AL "LIEVITO" E POI SBATTUTI FUORI. BANDE PERICOLOSE CHE RUBANO IN CASA MINACCIANO BAMBINI SI POSSONO ACCETTARE SUPINAMENTE?

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