Ribaltoni
Colpo di spugna al processo sulla gestione deviata del pentito Sparacio e alle condanne dei giudici messinesi Lembo e Mondello: la Corte d'Appello di Catania, dopo il rinvio della Cassazione, applica le prescrizioni e rigetta l'appello della Procura. Agli atti del processo c'era anche l'omicidio di Graziella Campagna.
Venerdì, 17. Febbraio 2017 - 9:33
Scritto da: Alessandra Serio
Categoria: cronaca


Sono passati 21 anni dalla denuncia dell'avvvocato Ugo Colonna, che nel '96 puntò il dito contro l'ex boss di Messina, Luigi Sparacio, parlando di un falso pentito. Da lì era stata una valanga: nell'inchiesta sulla gestione del collaborante finirono anche i vertici della magistratura locale, l'ex applicato della Direzione nazionale antimafia Giovanni Lembo e l'e capo dei GIP, Marcello Mondello.

La Corte d'Appello di Catania, tornata a decidere dopo che la Corte di Cassazione, nel 2014, ha annullato la sentenza di secondo grado emessa nel 2012, ha respinto l'appello della Procura e della Procura generale di Catania, dichiarandoli inammissibili, ed ha prescritto tutte le accuse contestate agli imputati. Sembra una pietra tombale sul più importante caso giudiziario della storia del distretto messinese. Ma c'è ancora spazio per altre pronunce: dopo il deposito delle motivazioni, la sentenza potrebbe essere ancora una volta impugnata in Cassazione, ma la prescrizione è una "pietra miliare" da cui è difficile allontanarsi, giuridicamente.

Nel 2014 la Suprema Corte aveva annullato con rinvio l’assoluzione decisa in primo grado per Lembo, ravvisando l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa. In primo grado, nel 2008, l’aggravante ex articolo 7 era costata al magistrato la condanna a 5 anni. In secondo grado, nel 2012, i giudici l’avevano riqualificata in aggravante semplice, prescrivendo poi le accuse principali. Oggi l'accusa viene prescritta.

La prima sentenza d'appello era stata annullata anche per il maresciallo Antonino Princi e per l’ex Gip Mondello, per il quale i giudici d’appello avevano confermato la condanna a 7 anni. Erano stati quindi accolti i rilievi del pg Vito D’Ambrosio, che aveva chiesto alla Corte (presidente Esposito) di annullare la sentenza del 2012.

Chiedendo l’annullamento, D’Ambrosio aveva preannunciato che avrebbe valutato l’attivazione dell’azione disciplinare nei confronti dell’estensore della sentenza per la pochezza – a suo dire - del testo. Il pg ha anche precisato che avrebbe trasmesso gli atti alla Procura di Catania per verificare una presunta difformità fra dispositivo e motivazione. In sostanza, a una prima lettura del verdetto, il processo di secondo grado ricomincerà per i due ex magistrati. Per Princi, essendo comunque il reato prescritto, si tratterà in sostanza di definire il risarcimento della parte civile.

LA SENTENZA DEL 2012 - La II sezione della Corte d'appello di Catania aveva chiuso con una sentenza zeppa di ribaltamenti di fronte il caso giudiziario più clamoroso della storia messinese. Al banco degli imputati due ex giudici messinesi e un ufficiale dell'Arma, accusati di aver pilotato le dichiarazioni di Luigi Sparacio, ex boss di primo piano e pentito "principe". Tra gli imputati lo stesso Sparacio. Le lungaggini del processo avevano giovato al principale imputato,  Lembo. I giudici catanesi, escludendo l'aggravante di aver agevolato l'associazione mafiosa, contestata a corollario delle due principali accuse, favoreggiamento e abuso d'ufficio, hanno poi applicato la prescrizione per il primo capo e dichiarando quindi il non doversi procedere. L'ex magistrato è stato inoltre assolto dall'accusa di minaccia al pentito Paratore e per lui è stata revocata l'interdizione dai pubblici uffici. In primo grado era stato condannato a 5 anni, con la prescrizione delle accuse di abuso d'ufficio.

Assoluzione perché il fatto non sussiste per il maresciallo dei Carabinieri Antonio Princi per le minacce al pentito Paratore, condannato in primo grado a 2 anni. Rispetto alla sentenza di primo grado, emessa nel 2008, erano rimaste in piedi sostanzialmente le condanne a 7 anni per concorso esterno a carico dell'ex capo dell'ufficio Gip di Messina, Marcello Mondello, ed a 6 anni e 4 mesi per il pentito Sparacio, cioè le condanne del magistrato e del suo principale accusatore, il pentito Sparacio appunto; accertarne la credibilità era il perno del processo stesso.

LA VICENDA. L’accusa per Lembo è quella di aver gestito la collaborazione di Luigi Sparacio in maniera deviata, così da tener fuori dalle dichiarazioni il boss Michelangelo Alfano. A dare il via al caso Messina sono state le dichiarazioni del penalista Colonna, che nel ’96 denunciò la falsa collaborazione di Sparacio. Alfano e Sfameni erano in contatto col boss messinese Domenico Cavò e, dopo la sua morte, con Sparacio, come hanno raccontato i pentiti, che hanno anche svelato i rapporti di Alfano con i politici e gli imprenditori messinesi.

A Mondello, invece, è stato imputato il collegamento con don Santo Sfameni. Concretizzatosi, secondo l’accusa, nell’archiviazione per Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera, poi condannati all’ergastolo per l’omicidio della giovane Graziella Campagna, 23 anni fa.

Alessandra Serio

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