“Scusa Francesco, se ho litigato con te”

Quando vede la telecamera pensa che finalmente ha trovato il modo. Nell’era della televisione tutto è possibile e forse davvero la tv può riuscire là dove lui non c’è riuscito, con quel groppo in gola da mesi. Forse davvero la magia delle immagini che corrono sui fili e nell’aria può arrivare fin dove la ragione non arriva. Così ci prova, un po’ timidamente, ma spinto dal coraggio di chi ha sofferto. Mi fa cenno col dito che vuol dire qualcosa al microfono, parole che da tempo gli pesano nel cuore ma nonostante le rassicurazioni di tutti non trova sollievo in niente. Ha gli occhi dolci, scurissimi, sembrano un lago e con le parole incerte di chi ha trovato finalmente un modo inizia a raccontare: “Quella mattina io ho litigato con Francesco Lonia. Mi ha ficcato una penna qua – e indica il collo – e io non mi sono riuscito a scusare mai”. Lui, la mattina del giorno terribile che ha spazzato via vite, cose, case, con Francesco, il suo compagno di scuola a Giampilieri, ci ha litigato. Una lite come tante, tra compagni, iniziata per caso, uno schiaffo dato da qualcuno a qualcun altro, lui ha pensato che fosse stato Francesco a iniziare e lo ha rimproverato, poi lui ha colpito Francesco e Francesco si è difeso, nessuno se ne ricorda più. Nessuno tranne lui, perché da quella notte, le parole non dette, quelle che spesso non riusciamo a dire a nessuno quando è in vita, sono rimaste come macigni e sono ferite che si riaprono sempre, nel suo cuore di bambino diventato adulto in poche, terribili ore.

“Io dormivo dalla nonna, poi mio padre è venuto e mi ha detto che Francesco non c’era più, era morto, io non sapevo dov’era, dovevo chiedergli scusa, invece lui era morto e non sapevo neanche dov’era la sua casa, non sapevo dove andare. E io, io non mi sono scusato”. Sì, perché tra i mille dolori “adulti”, quelli dei padri, delle madri, dei fratelli, dei figli, che hanno perso qualcuno l’1 ottobre del 2009, c’è pure questo immenso dolore di questo bambino, che la vita ha fatto crescere in fretta nella Giampilieri travolta dal fango. In quelle macerie lui non ha trovato più neanche una casa dove bussare per chiedere scusa. E poco importa se in classe lui e i compagni hanno la foto di Francesco, pregano per lui e gli hanno portato i fiori. Le parole, quelle non dette, restano nell’aria e se non arrivano a segno, come vorresti, come una freccia, sono ferite che non si rimarginano. “Io lo so che si deve andare avanti – continua, preso di coraggio – e so che lui lo sa che volevo chiedergli scusa, e che noi sempre lo pensiamo. Tutti noi siamo qui per dirgli che siamo qui per lui, siamo felici se lui ci ascolta. Io sono felice se so che lui mi ascolta”. Forse davvero stavolta le parole non dette, come una freccia, possono essere arrivate a destinazione, attraverso i fili, attraverso lo schermo magico, attraverso quel vetro sottile che divide il possibile dall’impossibile e Francesco lo ha ascoltato, sorridendo. Ma lui almeno, questo piccolo-grande bambino di otto, nove anni, ci ha provato a dire scusa a Francesco.

Chissà quante volte piangendo si è detto, potevo dirglielo subito che siamo amici, che non ce l’avevo con lui “perché non è stato lui, sai? Non è stato lui a iniziare, ma io subito non lo sapevo, l’ho saputo dopo. Ho pensato che era stato lui a dare lo schiaffo a un mio amico. E non gli ho potuto chiedere scusa, come faccio adesso?” Tra mille dolori e mille lutti c’è questa grande ferita di un piccolo uomo divenuto grande notte per notte. Nessuno potrà mai risarcire il suo cuore dall’aver causato un’ingiustizia accusando Francesco senza potersi scusare. Perché mentre ci sono enormi responsabilità, per enormi errori, che hanno causato enormi danni, nel piccolo cuore di questo bambino dagli occhi come un lago c’è un senso di giustizia universale e un senso di colpa troppo più grande di lui. Chi sbaglia e lo sa deve chiedere scusa. Io spero davvero d’averlo aiutato a chiedere scusa a Francesco, d’aver aiutato lui, che a differenza di tanti colpevoli veri, non hanno mai chiesto scusa a nessuna delle vittime. “Francesco mi ha ‘zziccato una penna nel collo, ma io devo chiedergli scusa perché ho sbagliato, non era stato lui a dare lo schiaffo”. Era solo una piccolissima banale lite tra compagni. Senza l’alluvione nessuno ci avrebbe mai più pensato, né Francesco, né lui, e la vita sarebbe andata avanti e probabilmente ci sarebbero state altre liti ed altri momenti di gioia. Forse da stasera il macigno sarà un po’ più leggero. Le lacrime senza lacrime di questo bambino ci hanno insegnato diverse cose. Le parole si devono dire, sempre, per non restare sospese nell’aria e si devono dire subito, perché poi non ci si debba pentire. Ci ha dato una lezione di pace ma anche di giustizia, perché proprio lui che non ha nessuna responsabilità di alcunché, è l’unico che abbia alzato il dito per dire “voglio chiedere scusa a chi non c’è più”. E infine, qualsiasi cosa si faccia, per quanti alberi vengano piantati, ci sono ferite che il tempo non cancella. La mattina del 1 ottobre il compagno di Francesco, come il papà Nino, come i parenti delle 37 vittime, gli amici, i vicini, si sveglieranno con una fitta al cuore e come le cicatrici queste fitte faranno male e tra dieci anni forse Giampilieri avrà palazzi e strade nuove, ma quella fitta sarà sempre la stessa e il bimbo dalla polo rossa guardando dalla finestra il cielo cercherà ancora Francesco, per dirgli quelle parole che in vita non ha potuto dirgli in tempo.

Io voglio ringraziare il bambino che ho incontrato davanti alla scuola, in fila per piantare uno dei 37 alberi in ricordo delle vittime, lo voglio ringraziare perché mi ha reso orgogliosa di essere messinese, di essere un uomo, e di averlo conosciuto, sia pure per pochi minuti, giusto il tempo di parlare con Francesco, ovunque egli adesso sia, piccolo angelo, che ha lasciato la terra in una notte di pioggia e di fango.

Rosaria Brancato