Michele Bisignano: “Ecco perchè la Camera di commercio dello Stretto non è un sogno”

La vicenda della Camera di commercio di Messina, dibattuta per mesi, è stata affrontata in maniera riduttiva pensando a difendere una “autonomia” senza riempirla di contenuti e senza individuare una specificità funzionale che ne potesse giustificare il mantenimento e senza raccordarla a possibili visioni più ampie derivanti dalla legge nazionale di riforma.

Di conseguenza, l’accorpamento con Catania non è stata che la conferma di un disegno politico, già denunciato alcuni mesi fa, fondato su una ripartizione territoriale fra le tre maggiori organizzazioni regionali di categoria, per cui a poco può valere la postilla, inserita nella delibera di accorpamento del commissario ad acta della Cciaa messinese, di una eventuale sopravvivenza dell’ente con meccanismi da inserire nella redigenda legge regionale sulle Città metropolitane, perché non si comprende che l’unica possibilità di intervento può essere data dal disegno di legge delega del ministro dello Sviluppo economico, ancora in discussione, e inserito nella più ampia riforma della pubblica amministrazione.

Un disegno di legge che prevede non solo una razionalizzazione del settore, con la riduzione degli enti camerali da 102 a 60, e con una soglia minima di imprese di 80mila, ma soprattutto una nuova mission: l’attribuzione di nuove funzioni più incisive e più correlate allo sviluppo dei vari territori rispetto al passato, prefigurando così nuove Camere di commercio industria artigianato e agricoltura. Da tali considerazioni può nascere una proposta che andrebbe a coniugarsi, da un lato, con la ridefinizione dei sistemi territoriali e istituzionali in atto, dall’altro, con un progetto strategico su cui, anche giorni fa, si è riscontrata la condivisione piena dei sindaci di Messina e Reggio Calabria, Renato Accorinti e Giuseppe Falcomatà.

Mi riferisco all’istituzione delle due corrispondenti Città metropolitane, che coinvolgerà tutti e due i territori provinciali, e all’area integrata dello Stretto, o meglio, pensando all’integrazione di due sistemi territoriali, alla “regione dello Stretto”, che, affinché non rimanga un semplice slogan, può nascere mediante strumenti di integrazione e di sinergia reale o concreta nei vari settori, visti come tasselli di un mosaico più ampio, superando quella che recentemente il segretario provinciale della Cisl, Tonino Genovese, ha definito “vecchi modelli che coincidono con luoghi amministrativi e geografici di stampo umbertino”.

Una proposta che nasce anche dalla considerazione che anche la Camera di commercio di Reggio Calabria rischia di perdere la propria autonomia, non raggiungendo i parametri previsti; che per evitare ciò si sono riscontrate una serie di iniziative del locale mondo politico-imprenditoriale, facendo riferimento proprio alle attribuzioni di Città metropolitana; che su 60 Camere di commercio che manterranno l’autonomia è impossibile che non ve ne sia una per ciascuna delle 12 (9 più 3 siciliane) Città metropolitane individuate o che non ve ne sia una per un’area metropolitana vasta quale quella che può nascere dall’integrazione tra due Città metropolitane limitrofe.

Così facendo, si mettono insieme Città metropolitana e area integrata, come scenario per la creazione di una Camera di commercio dello Stretto con le nuove funzioni – similari a quelle dei nuovi enti di governance di area vasta – che guardano allo sviluppo collegato a ricerca e innovazione; alla creazione di nuove imprese; all’assistenza per il reperimento dei fondi comunitari. Non solo agenzia di servizi ma anche agenzia di sviluppo di un’area con un sistema territoriale ampio e articolato in cui insistono importanti infrastrutture dalle grandi potenzialità, con più di un milione di abitanti.

Certo, ciò può apparire futuribile o velleitario ma è meglio inseguire un sogno che può divenire realtà sfruttando appieno meccanismi e processi già avviati che inseguire chimere che per decenni hanno cristallizzato ogni seria ipotesi di sviluppo del nostro territorio. E tutto ciò all’insegna di quella che qualche decennio fa, alla luce del fallimento delle utopie, il sociologo e politologo americano Albert Hirschman definiva “passione per il possibile”.

Michele Bisignano