Il libro della 2°F e Corrao: “Avignone, sabato 5 ottobre 1985. Un’ apocalisse”

Sulla vicenda del Largo Avignone ci sono alcuni aspetti che è importante chiarire per evitare equivoci, dal momento che il dibattito (a lungo sopito) è destinato a durare.

Il primo elemento è quello che, nell’immaginario collettivo, considera l’edificio e l’area delle attuali demolizioni, come quel “rione Avignone” popolato da indigenti e nel quale Sant’Annibale ha prestato la sua opera. In realtà non è così. Le palazzine settecentesche situate in quella che era l’antica sede stradale di Via Porta Imperiale ed oggetto dell’attuale querelle, sono nobiliari, ben diverse da quelle del rione, e che erano localizzate di fronte, e demolite nel periodo dal ’35 in poi per realizzare quello che oggi è l’Istituto antoniano. Il secondo aspetto è la demolizione del 1985 che è stato “immortalato” dal vivo ed in diretta dagli studenti della scuola Alessandro Manzoni, capitanati dal professor Benito Corrao che alla storia ed alle radici del quartiere ha dedicato anima e passione.

Iniziamo dalle case del rione Avignone, quelle fatte costruire per volere del Marchese e destinate ai “popolani”.

L’Araldo di Sant’Antonio, quindicinale di cultura religiosa edito dai Padri Rogazionisti riportava: “il quartiere Avignone era formato da 3 segmenti di catapecchie intersecate da due strade malmesse dove alle fogne supplica un rigagnolo che riceveva da ogni basso indifferentemente acque piovane e liquami impastati a rifiuti biologici. Un tanfo greve aleggiava su uomini e cose”.

Di quelle casette non resta più nulla perché vennero demolite per costruire il santuario di S. Antonio inaugurato nell’agosto del ’37.

Di fronte a quel rione c’erano le palazzine settecentesche realizzate nella via Porta Imperiale pavimentata con basole di pietra bocciardata a mano proprio in occasione dell’arrivo dell’imperatore Carlo V a Messina il 21 ottobre del 1535 (infatti la strada prese il nome dal suo passaggio).

Negli anni ’40 e successivi alla seconda guerra mondiale la cosiddetta “stecca” di palazzine era ancora lì, in ottimo stato ed i fregi ed i decori dimostravano che non si trattava di case popolari ma appartenenti ai Marchesi Avignone. Ai proprietari il governo post seconda guerra mondiale erogò un contributo per restaurarle per i danneggiamenti causati dai bombardamenti.

Nell’ottobre del 1985 nella notte tra il venerdì 4 ed il sabato 5 le ruspe entrarono in azione. Il danno divenne irreversibile proprio perché erano state costruite “a stecca”, pertanto, ogni edificio appoggiato all’altro, con i pilastri angolari in comune. Così, un po' come avviene con il bowling, se va giù un birillo metti a rischio anche gli altri.

E’ interessante riportare dal libro “Dalla scuola Alessandro Manzoni al….Quartiere Avignone”, realizzato dal professor Corrao e dagli studenti della 2° F, cosa accadde. Proprio in quei giorni infatti il professore stava realizzando una ricerca storica sul campo, portando gli studenti, armati di macchina fotografica (all’epoca non c’erano i-phone né selfie) alla riscoperta del Quartiere Avignone e delle nostre radici.

IL CAPITOLO DEL LIBRO:

“Sabato, 5 ottobre 1985 SEMBRA UN' APOCALISSE !!!

Sono le ore nove circa quando una mia classe, accompagnata dal sottoscritto, si reca lungo la via Cesare Battisti, in visita didattica, per visionare uno dei due frammenti dell'ormai noto edificio storico del 1750. Ma, ahimé, una brutta scena si presenta ai nostri increduli ed impauriti occhi: uno scempio apocalittico accompagnato da un frastuono, tanto rombante quanto assordante, che solo una ruspa in pieno esercizio di­struttivo sa procurare; la vista, poi, che si presentava sapeva come di una mediazione fra un avvenimento di tipo tragicamente bellico ed un grave sisma tellurico di inaudita violenza. Questo è quanto ha dovuto subire quel triste giorno il quarto comparto della pa­lazzina appartenente all'edificio dell'isolato 83, proprio di fronte al prospetto laterale dell'istituto antoniano. Tutto questo si è verificato di fronte ai miei alunni della 2*F. Siamo rimasti sbalorditi di fronte a tale scempio che, ormai, si era praticamente compiuto. Un intero comparto edilizio abbattuto in un paio d'ore, le cui macerie facevano bella vista di sé, fra cumuli di mattoni pieni (d'epoca), pietrame da muratura e zolle di calcestruzzo. Nel frattempo il materiale di risulta veniva ammassato, sulla superficie di quello un tempo fu il tanto adorato (oltre che, metaforicamente, adottato dai nostri allievi) e per anni fotograficamente immortalato, frammento di edificio settecentesco della cosiddetta zona Avignone.

A prima vista ed a quell'ora presto del mattino, ci sembrava assistere, in diretta e sul campo, come ad una catastrofe sismica di grave entità. I miei ragazzi erano pure meravigliati e intimoriti di fronte a tale avvenimento poi­ché erano stati informati, a suo tempo, che questo edificio non poteva essere abbattuto in quanto vincolato dalla Soprin­tendenza”.

I giovanissimi (erano infatti studenti di scuole medie) “fotoreporter” immortalano anche il tabellone nel cantiere che indica a chiare lettere gli estremi sulla concessione edilizia rilasciata dal Comune all’impresa. I lavori di demolizione, in virtù di quell’autorizzazione erano iniziati nella notte del 4 ottobre, tanto che al mattino di fatto erano quasi conclusi. Il resto è cronaca, ma nel libro il professore riporta una piccola cronistoria documentata dei fatti antecedenti alla demolizione:

“1983. il Comune rilascia regolare concessione edilizia e, di conseguenza, facoltà di demolizione;

• settembre 1984, Comune e tecnico progettista inviano copia del progetto alla Soprintendenza delle Belle arti;

• successivamente il Comune sospende i lavori poiché la Soprintendenza di­chiara l'edificio sotto pratica di vincolo. Viene, quindi, revocata la suddetta licenza edi­lizia;

venerdì, 4 ottobre 1984|, viene effettuata, di notte, l'opera di demolizione

• il giorno successivo, sabato 5 ottobre in­terviene la Soprintendenza intimando la sospensione dei lavori (guarda caso proprio quando ormai il manufatto, ormai, non c'era più…) al Comune, al tecnico pro­gettista ed agli Organi responsabili. Il cantiere, a questo punto, viene posto sotto sequestro con apposizione dei relativi sigilli

• tutto ciò avviene quando l'opera di demolizione era in avanzato stato di esecuzione e, dello spezzone di edificio in oggetto, praticamente non era rimasto quasi più nulla!

Il professore conclude ponendosi alcune domande, che sono poi quelle che tutt’ora ci facciamo e che sono rimaste irrisolte, oggi come 30 anni fa. Se un edificio o un’area sono di pregio occorre tutelarle, se non lo sono, devono essere stabilite regole chiare.

La memoria a giorni alterni, la tutela delle “buone intenzioni”, la valorizzazione a scacchiera, causano danni enormi e non soltanto al nostro patrimonio ma anche all’immagine di una città che appare confusa e incapace di agire.

Rosaria Brancato