Caro diario in questi giorni sembra di vivere nel paese del Grinch, che odiava il Natale

Caro diario, siamo ad un altro Natale mesto, grigio, dimesso, un altro Natale che non ti accorgi che è Natale perché non lo senti nell’aria, non lo annusi, non lo tocchi. Passeggi e sembra un qualsiasi giorno autunnale. La magia provano a ricrearla centinaia di messinesi. Dobbiamo dire grazie a quelle associazioni, movimenti, gruppi Fb, che armati di entusiasmo e buona volontà si occupano di pulire piazze, ville, monumenti, organizzano eventi, si dedicano al Bene Comune. Messina, grazie al cielo, è amministrata da un esercito di volontari che stanno rendendo questo Natale meno triste. Dobbiamo dire grazie alla Confcommercio se, ormai, parafrasando lo spot, il Natale quando arriva arriva. Si sono “inventati” la festa dell’Accensione e una serie di eventi insieme a decine di imprenditori, come i Franza che hanno donato gli alberi di Natale ai quartieri. La via dei Mille è la via dei Mille grazie alla tenacia di Millevetrine che continua a crederci. Decine di esercenti illuminano vetrine e locali in città nell’assenza di quel colore che manca ma incappano nelle denunce e nelle multe degli sceriffi della lampadina. A volte mi sembra di essere nel cartone animato del Grinch, che detestava il Natale e ha provato a rovinarlo agli abitanti del suo strampalato paese. Nel momento peggiore del cartone, quando il Grinch ha rubato tutti i doni e gli addobbi c’è un personaggio che rivela come il vero Natale sia l’amore verso amici e familiari. Caro diario, l’aspetto esteriore è lo specchio di quel che c’è dentro. Non mi preoccupa il contenitore grigio ma il fatto che rappresenti la tristezza che c’è dentro, la rassegnazione, l’incapacità di guardare l’altro e l’oltre.

Messina sta diventando come il Grinch, che deluso e umiliato da bambino, decide di detestare il Natale per gran parte della vita. Caro diario diglielo tu a Babbo Natale che quel che manca in città è il clima del Natale. Stiamo diventando una città di Guelfi e Ghibellini in un clima di divisione arcaica dove l’altro è altro da te, nemico, ed ogni cosa non è motivo di confronto ma di scontro. E’ come se la città si fosse incattivita nei rapporti tra le persone. La crisi nera a volte gioca brutti scherzi e divide invece di unire. Non c’è problema che venga affrontato con serenità, ma sempre con l’accanimento nel dover trovare il responsabile come se questo lo risolvesse invece, lungi dal risolverlo, lo esaspera. E’ tutto amplificato.

Nei giorni scorsi ho letto le interviste rilasciate da Totò Cuffaro e la lettera scritta l’ultima sera dei 5 anni di carcere. A Rebibbia è entrato l’ex presidente, l’ex potente della Sicilia, da Rebibbia è uscito Totò Cuffaro, un’altra persona. Pur continuando a dichiararsi innocente ha scontato la sua pena perché crede nelle istituzioni. Quel che mi ha colpito è la totale assenza di risentimento, astio, rancore. Eppure ha potuto abbracciare sua madre solo dopo 5 anni perché non gliel’hanno fatta vedere e non ha potuto dare l’ultimo saluto al padre prima della morte. Ne riporto alcune parti.

Posso dire di avercela fatta a superare il carcere. Per vincere il carcere mi sono stati utili il senso delle istituzioni, il rispetto per la giustizia, e soprattutto la fede. Andando in carcere, nonostante mi proclamassi innocente, ho rispettato in pieno il mio diritto ad avere fiducia nella giustizia. L’ho fatto sulla mia pelle, non in teoria. Nella mia coscienza sono innocente. Ho fatto degli errori,non mi voglio nascondere. Li ho pagati .Ho lasciato fuori dalle mura qualsiasi tipo di risentimento. Ho fatto errori ma la mafia non l’ho favorita. Sono passati 1780 giorni da quando la mattina del 22 Gennaio del 2011 ho intrapreso la strada chiusa, non ho imprecato contro alcuno, non mi sono appellato alla sorte. Ho portato con me il mio fardello, i miei sentimenti e la mia vita.”.

Mi ha colpito più di ogni altra cosa la parte in cui parla del terrorismo islamico “ è triste confondere i terroristi con gli islamici” e racconta di quando “Ho pregato insieme col mio compagno di cella Jalal e guardavo i gabbiani, simboli di libertà volare dentro le mura del carcere che invece imprigiona la libertà. La fede è libera non può essere imprigionata e non deve essere strumentalizzata, neanche se appartiene a un detenuto, sia che creda in Cristo sia che creda in Allah. Ho continuato a pregare insieme al mio buon amico e compagno Jalal, abbiamo pregato con la stessa intensità e con le stesse intenzioni per le vittime del terrorismo e abbiamo pregato nelle stesso modo. Di diverso soltanto il mio sguardo rivolto al cielo dove c’erano i gabbiani e quello di Jalal rivolto verso il muro della cella in direzione La Mecca”.

Mi ha colpito l’immagine di due persone, uno che era stato il politico più influente in Sicilia ed il musulmano, ultimo tra gli ultimi, che pregano fianco a fianco ognuno il proprio dio nello stesso momento. Entrambi condannati, entrambi “reietti”, così estremamente opposti eppure così uguali nel momento in cui l’anima si unisce a Dio. Questa immagine è la testimonianza del superamento dell’altro come nemico ed è l’inizio di un percorso di pace. Mi piace ricordare questo Natale con questo sentimento che inizia dal riconoscimento dell’altro da me come uguale a me. Mentre leggevo quelle frasi ripensavo al fatto che a Messina non riusciamo ad andare d’accordo neanche tra pro-isola contro-isola e isola-così-così.Il clima è di perenne tensione, dal verde pubblico al risanamento, passando per l’occupazione delle scuole (una tradizione natalizia trasformata in occasione di scontro) non puoi avere un’opinione diversa e se ce l’hai sei l’avversario, iniziano vere e proprie crociate. Non si cerca l’incontro a metà strada, ma l’aver ragione su tutto.

L’altro giorno leggevo su livesicilia.it l’intervista a Pierangelo Buttafuoco che a proposito del governatore diceva: “Crocetta non risolve i problemi, li criminalizza. E criminalizza anche il dissenso”. E’ questo clima da “lotta permanente” che diventa cappa che rende più triste il Natale. Anche l’amministrazione Accorinti non risolve i problemi, li criminalizza. Prima ancora di rispondere deve trovare un responsabile, un colpevole, siano essi i cattivi di prima, i dirigenti, i messinesi incivili o sporchi, la deputazione, certa stampa. E come Crocetta anche l’amministrazione di Palazzo Zanca criminalizza il dissenso. Accorinti dice sempre: non guardo l’errante ma l’errore. Invece lui e la sua squadra stanno passando questi anni a guardare gli errori e gli erranti passati, presenti e futuri puntando il dito senza risolvere i problemi. Quando mio figlio era piccolo faceva così e non sono mai riuscita a fargli capire che il problema non era più il bicchiere rotto ma come evitare di passare sopra i cocci e farsi male.

Caro diario è come se il Grinch fosse passato in riva allo Stretto per toglierci i colori del Natale ed il sorriso. So che è banale quello sto dicendo e che sembra una lettera infantile, ma l’unica cosa che vorrei chiedere a Babbo Natale è che tornasse un clima di serenità, che Messina fosse una città in cui l’altro non è talmente altro da essere il nemico, il confronto non sia una gara tra chi ha ragione e chi torto ed ogni cosa non sia occasione di guerra fratricida. Persino l’isola pedonale, massima conquista di civiltà, è diventata occasione per puntare il dito, persino le luminarie degli esercenti sono diventate motivo di denuncia invece che di sorriso. D’accordo, siamo poveri fuori, ma non diventiamo poveri dentro, non diventiamo una terra di tribù in guerra.

In ognuno di noi c’è Il Grinch e c’è anche la bambina che insegna al Grinch come uscire dal suo tunnel e amare il Natale. Iniziamo da qui.

Rosaria Brancato