Cultura

Ficarra: a proposito di una lapide dei Lancia

Ficarra è uno di quei paesi in cui la memoria non è solo scolpita nelle pietre dei suoi antichi palazzi e delle sue chiese, ma si coglie anche nella minuties di segni minimi dalla non immediata percepibilità materiale, come può essere un frammento lapideo. Anche questo, nella freddezza del suo marmo, nella ruvidezza dei suoi contorni sbrecciati, può raccontare una storia. Questa storia lega a doppio filo il paese di Ficarra con Messina città nobilissima come la intende il Costanzo Buonfiglio, e nasce con la celebrazione di un matrimonio, quello di Antonino Lancia e Vittoria Zapata (o Zappata) De Tassis e Lentini, figlia di Vincenzo, che aveva avuto assegnato l’appalto della correria siciliana, id est del servizio postale dell’isola. Come apprendiamo dalle informazioni della ricognizione ottocentesca di Federico Lancia, il 29 agosto 1658 Antonino ebbe investitura per procura dalla madre, dall’arcivescovo di Palermo Martino Rosso, presidente del Regno, del Marchionatus de Lanza et de terra Ficarrae. A Messina ebbe ruoli importanti, tra cui quello di governatore della Confraternita della Pace, ma soprattutto esercitò l’ufficio di “corriere maggiore” ereditato dal suocero. Ma la memoria della sua vita è oggi a noi nota grazie appunto alla sua pietra sepolcrale.

Questa è attualmente collocata, come un muto guardiano, protetta nella sua robusta teca, in quella che ne è la sedes naturalis, cioè il convento dei Minori Osservanti, detto oggi “dei Cento archi”, dove la famiglia Lancia era titolare di una cappella ed esercitava lo ius sepulchri. Antonino Lancia morì dopo appena sei anni di matrimonio, l’8 gennaio 1670. Dal testamento, redatto in Ficarra presso il notaio Domenico Gasdia e aperto il 31 gennaio 1670, si notano, tra le altre disposizioni, copiose liberalità in favore della Chiesa locale. Il de cuius lasciò infatti in dono, fra le altre cose, ben 450 cantari d’olio e due legati, l’uno di 50 once per la celebrazione di messe in suffragio della propria anima, e l’altro, consistente in 50 onze, al fine di completare la realizzazione della chiesa Matrice di Ficarra. Fu sepolto nella chiesa dell’attuale convento dei Cento archi, consacrata, come tutte le chiese dei conventi francescani, a Santa Maria del Gesù. Federico Lancia riferisce che il sepolcro si trovava nel coro dietro l’ara maggiore, accompagnato da un epitaffio, un curioso esercizio di prosa e antitesi, tanto in voga nel Seicento barocco. Ad oggi solo un frammento dell’antica lapide, spezzata in più punti, si è conservato, consegnandoci un testo mutilo, parziale, incompleto. Di recente, grazie a ricerche bibliografiche e d’archivio, chi scrive è però riuscito a recuperare il testo originale e completo, che qui pubblichiamo integro e tradotto: “Hic D. Antoninus Lanza Marchio et Baro Ficarrae et Broli jacet. Is dum hominum invidiam vincebat a mortis invidia majora indignantis victus est, ipso flore aetatis, scilicet anno 25, ianuarii 29 1670. Hic bina proles; scilicet Donna Agatha triennis et Donna Anna biennis, sicut rosae pio innocentiae lacte candidatae viam coeli lacteam exornaturae. Donna Victoria Zappata et Lanza conjux hunc frigidum lapidem, sed amoris igne calentem, posuit. Anno Domini MDCLXXI”.

Un anonimo epitaffio ictu oculi, come tanti se ne trovano sparsi qua e là tra le “pietre vecchie” dei paesi. Ma il pregiudizio che può accompagnare chi si accostasse al testo della lapide senza averlo ancora letto, ipotizzandone una pomposa retorica, si arresta di fronte al suo significato, che risulta, al netto delle indicazioni personali, di alto valore morale: “Qui giace don Antonino Lanza, Marchese e Barone di Ficarra e di Brolo. Egli, mentre vinceva l’invidia degli uomini, fu vinto dall’odio della morte che disdegna cose più vecchie, proprio nel fiore dell’età, cioè a 25 anni, il 29 gennaio 1670. Qui la doppia prole: donna Agata di tre anni e donna Anna di due anni, come rose rese bianche dal pio latte dell’innocenza per ornare la via lattea del cielo. Donna Vittoria Zappata e Lanza, moglie, pose questa fredda lapide, calda del fuoco d’amore. Anno del Signore 1671” (trad. prof. Macris). Un pensiero poetico, dolcemente amaro, delicato e commosso allo stesso tempo. In esso rivive il tema della caducità della vita cantato dall’elegiaco greco Mimnermo, l’antico adagio greco del “muore giovane chi è caro agli Dei”. Ed ancora sembra intravedersi, nell’immagine del latte bianco che bagna le roselline come stelle, il mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi: staccato il piccolo Eracle dalla mammella di Era, le gocce di latte cadute a terra diedero vita ai gigli, mentre quelle perse in cielo, originarono la Via lattea. Ed infine, al candore puro e innocente delle figlie, come emerge dalla raffinata figura retorica dell’antitesi che accosta simmetricamente l’immagine del marmo freddo della lapide al caldo del fuoco dell’amore, si affianca la passione di una giovanissima sposa a cui la morte ha strappato, nel pieno del suo vigore, il marito. Che fosse la ricca erede dei De Tassis e la moglie del Barone Lancia sembra non avere alcuna importanza. In quel momento è solo una giovanissima, inconsolabile vedova.

Vittorio Lorenzo Tumeo