Caterina Chinnici: “Non devono essere gli eroi a cambiare le cose, ma noi”

È un fatto ormai riconosciuto, anche processualmente, che le organizzazioni mafiose reclutano tra le loro fila molti giovani poco più che adolescenti e che esse si avvalgono per lo svolgimento di specifiche attività illecite, come lo spaccio di droga, di ragazzi minorenni. I baby criminali sono coinvolti anche in riscossione di tangenti e intimidazioni, detenzione di armi, gambizzazioni e delitti su commissione. Molti di questi giovani, in particolare nel Mezzogiorno, vengono reclutati in quartieri ad alta disoccupazione, in cui vige da sempre la regola del più forte, della violenza, provengono da famiglie disagiate, spesso hanno abbandonato la scuola. I giovani sono affascinati dal carisma dei leader mafiosi, la mafia diventa la risposta al loro bisogno di ricerca di un senso di identità, di appartenenza, di rispetto, di ricchezza. La mafia, inoltre, offre protezione e sostegno quando necessario, ma non ammette alcuna disobbedienza. Chi viola la regola dell'omertà o commette un reato senza esserne stato autorizzato dal responsabile di quel territorio, muore. Da questa presa di coscienza l’associazione Bios ha messo in campo il progetto “Le(g)ali si può” che ieri ha ospitato un appassionante dibattito sul tema “Giovani e Mafie: prevenzione, reclutamento e strategie di contrasto”. Un viaggio tra le tante facce di un fenomeno in crescita e sempre più preoccupante, una raccolta di testimonianze e contributi condivise con una platea di giovani studenti delle scuole e dell’Università.

Questo quarto appuntamento si è concentrato in particolare sulle norme nazionali ed europee tutela dei minori, le misure per depotenziare e contrastare la criminalità organizzata, i rapporti tra giovani, mafie e società civile, il ruolo del volontariato e dell’associazionismo nei quartieri difficili, il supporto dei centri educativi per minori e famiglie.

Grazie agli interventi di illustri relatori come l’europarlamentare e magistrato Caterina Chinnici, già a capo del Dipartimento per la giustizia minorile, il dottor Mario Schermi, formatore dell’Istituto Centrale di Formazione del Dipartimento di Giustizia Minorile, il professor Giovanni Moschella presidente del “Centro Studi e ricerche sulla criminalità mafiosa e sui fenomeni di corruzione nella P.A." dell’Università di Messina, il professor Dario Caroniti, direttore del Centro di Orientamento e Placement dell’Ateneo peloritano, Angela Rizzo presidente dell’Associazione Cameris e Tino Cundari, vice- presidente della cooperativa sociale C.A.S., moderati dalla giornalista Francesca Stornante e introdotti da Giulia Colavecchio, coordinatrice del progetto, l’associazione Bios ha voluto così offrire una panoramica del rapporto tra criminalità organizzata e giovani con l’obiettivo di allontanare questi ultimi dalla cultura mafiosa.

“La presenza di così tanti giovani è un premio per chi cerca di tramandare un’esperienza e un vissuto che siano simbolo della lotta alla mafia – ha esordito Caterina Chinnici – il fenomeno del coinvolgimento di minori in attività criminali è in gran parte italiano e tipico delle regioni del Sud Italia, anche se non bisogna sottovalutare quanto siano a rischio centinaia di minori migranti spesso sfruttati per commettere illeciti di diversa natura. E’ proprio su questo che si stanno concentrando le ultime direttive europee in materia di minori. Per la prima volta abbiamo una legge europea che tutela il minore coinvolto in un procedimento giudiziario, ma bisogna lavorare tanto anche sulle famiglie che ci sono dietro questi ragazzi. Un minore che cresce in un contesto mafioso o criminale conoscerà solo i valori di quel mondo, ma noi possiamo cambiare le cose. Mio padre, Rocco Chinnici, lo diceva sempre: cambiare è possibile, ma non dobbiamo aspettare che siano gli altri a farlo”.

A illustrare, invece, le più recenti normative in tema di contrasto alla criminalità organizzata, con un focus sul ruolo giocato dalla formazione è stato il professor Giovanni Moschella: “L’Università ha una funzione centrale nella lotta alla mafia e nella promozione della cultura della legalità e del merito, quella di Messina ha scelto di formare professionisti nel settore dell’Amministrazione e della gestione dei beni sequestrati alla mafia cercando di rafforzare l’idea che bisogna smantellare il potere economico della criminalità organizzata e ridurre il suo consenso creando invece opportunità, occupazione e iniziative sociali. Il primo ad avere questa intuizione geniale fu Pio La Torre, a lui dobbiamo la legge che ha introdotto l’associazione di stampo mafioso e la confisca e il sequestro dei patrimoni alla mafia”.

Il collega Dario Caroniti si é invece soffermato sull’essenza della mafia e sulla differenza tra giustizia e legalità: “La definizione di mafia – ha precisato Caroniti – trova le sue origini nel concetto di ingiustizia e per contrastarla non basta il rafforzamento dello Stato o il concetto di diritto, ma è necessaria una vera e propria elaborazione del principio di giustizia, su questo deve essere basato il contrasto alla mafia”.

A raccontare le storie di “ragazzi di mafia” è stato Mario Schermi che si è concentrato invece sulla necessità che la società civile, attraverso percorsi concentrati sull’individuo, si contrapponga alla cultura della “mafiosità” sempre più imperante ai giorni giorni rispetto alla classica accezione di mafia.

“Bisogna far capire ai giovani che esiste un’altra strada – ha detto Angela Rizzo di Cameris – che sia possibile credere e realizzare qualcosa di buono, bisogna farlo creando aggregazione soprattutto nei quartieri più difficili dove chi è più fragile deve sentirsi parte di un tessuto sociale inclusivo”.

Ad elencare i numeri dei tanti giovani che in città frequentano i centri di educazione per minori e famiglie e stato Tino Cundari:“Si tratta di circa 240 minori seguiti da 72 operatori, una spesa complessiva di 10 mila euro al mese per una funzione che e tra le più delicate, ovvero quella di insegnare l’esercizio della cittadinanza attiva, la difesa dei diritti e dei beni comuni, incentivare i giovani ad un percorso virtuoso che non insegni l’assistenza, ma l’emancipazione”.