teatro

“Il Paese nelle mani: cronaca d’Italia in sette stragi”

MESSINA – Cronachistica narrazione, sfrondata di ogni retorica, quella goduta ai Magazzini del Sale messinesi, con Il Teatro dei Naviganti che ancora una volta ha messo a punto una stagione di indiscusso valore, che ha avuto intenso incipit con questa piece di pregevole fattura e innegabile forza divulgativa.

Le tematiche trattate, di certo tristemente note, hanno fin qui sfiorato la maggioranza degli italiani (più o meno), a seconda delle loro implicazioni, e al più si è preso parte a commemorazioni di pura forma ove sterili parole non hanno risanato (né avrebbero potuto) le ferite, addormentando invece le coscienze.

“Il Paese nelle mani. Cronaca d’Italia in sette stragi”; questa rappresentazione, che apre uno squarcio, è stata coraggiosamente messa a punto con la densa drammatizzazione di Nicola Zavagli, che ha altresì curato la attenta regia, mai intrusiva.

Qualcosa di assolutamente preciso nello snocciolarsi dei delitti, che abbiamo vissuto empaticamente nella fitta enucleazione documentaristica, che nessuna concessione ha lasciato alla spettacolarizzazione. E per questo ci sorprende con forte empatia e ci ritroviamo avvinti a non perdere neanche una battuta, coinvolti appieno.

L’interprete Beatrice Visibelli instancabilmente racconta dal principio alla fine in una litania di mostri, con o senza antagonisti di paesaggi siciliani e italiani con avanzi di eroi…sovente fatti fuori dalle implacabili bestie, nel silenzio delle Istituzioni, capaci solo di fredde celebrazioni, racconta e non concede distrazioni fino al liberatorio applauso scrosciante e continuativo del folto pubblico, assai convinto.

La musica di sottofondo nulla ha sottratto alla oggettiva resa, concorrendo anzi a sottolineare i momenti più critici della “mise en espace”, quelli culminanti ove si consumano le tragedie mafiose, in quel connubio mortale con le Istituzioni (certa politica e connessa asservita burocrazia).

La scena si è avvalsa di quattro cubi, un tavolino, un leggio “tout court”, e la presenza dell’attrice – narratrice, fattasi quasi voce fuori campo, di nero vestita, austera, dagli abiti alle calzature (stivaletti), per non generare alcuna distrazione nello spettatore.

Si sono tratteggiate così le esplosive vicende del nostro sciagurato Paese, dal 92 al 94, ma tracciando altresì un esteso prologo sugli scenari italiani pregressi, passati velocemente in rassegna, a partire dalla strage di Portella della Ginestra del 1948, un eccidio di contadini, di lavoratori con bandiere rosse, il primo della c.d. prima Repubblica, fondata, più che sul lavoro, sulle stragi, e poi gli accadimenti dagli anni 60 ai 70 e 80, che hanno prodotto la sagoma tragica degli anni 90, una sorta di antiporta, e ciò si può applicare anche all’epilogo, che ha rimandato sommariamente ai seguiti temporali, pur meglio conosciuti, perché maggiormente prossimi.

Fulcro della pièce le morti più illustri, quelle di Falcone e Borsellino, con focus successivo sulla strage di via dei Georgofili di Firenze (che l’Associazione tra i familiari delle vittime ha voluto onorare), per dare un volto e una storia a quelle morti, concepite e accettate quali effetti collaterali, nella guerra Stato – Mafia, fino alle stragi di Roma e Milano, per colpire al cuore il Paese, falciando i suoi magistrati più incisivi (e dunque molesti oltremodo), e il pregevole patrimonio storico artistico.

Una cronaca asciutta che potrebbe aver principio, come il testo riporta, dal Potere del Principe e dalla criminalità insita in alcuni Potenti, che il sommo Dante aveva collocato all’Inferno, e dei quali il Machiavelli teorizzava le strategie, passando per lo sbarco dei Mille con lo strapotere dei latifondisti e il sangue grondante degli sterminati appezzamenti, lo sbarco degli Alleati anglo – americani in Sicilia e la rete di protezione e di lasciar fare reciproci con Cosa Nostra.

La scelta di focalizzare il clou fra il ’92 e il ’94 ha consentito di passare in rassegna altresì l’uccisione di Padre Pino Puglisi, che nel degradato quartiere di Brancaccio stava portando avanti una sospetta opera di normalizzazione.

Un teatro civile quello della Compagnia Teatri d’imbarco, con la quale ci si è soffermati al termine della “res dolorosa” in rappresentazione, avendo perciò modo di cogliere la passione etica dell’Autore – Regista e della Interprete, che si sono fatti parte attiva davvero, coinvolgendo gli astanti nelle vicende d’Italia, al di là di qualsivoglia spettacolarizzazione, in una nuda disamina dei fatti, sfrondati di ogni orpello, in quel teatro documentario, che è orazione civile, per il 30° anniversario della strage di Firenze del 27 maggio 1993, collocabile in quel passaggio alla seconda Repubblica, dopo “Mani pulite” e il connesso repulisti.

Le parole di Spatuzza, che aveva riportato quelle di Graviano, “Ci hanno messo il Paese nelle mani”, con riferimento a Dell’Utri e Berlusconi, sono a buon titolo divenute parte della intitolazione della performance.

Triste storia nazionale, che molto ha girato ad opera della encomiabile compagnia, che si è assunta il nobile onere di far sapere l’indicibile, l’impronunciabile, laddove i delitti e il tritolo dei boss si sono intrecciati inesorabilmente con il Potere, in quella trattativa al veleno con pezzi dello Stato, con le bombe e il tritolo tragici protagonisti di quegli anni di strategie stragiste messe a punto dai capi delle cupole per indurre lo Stato a più miti consigli. Chapeau.