«Mamma, Papà, mi faccio prete»: viaggio all’interno del Seminario Arcivescovile "Pio X" - Tempostretto

«Mamma, Papà, mi faccio prete»: viaggio all’interno del Seminario Arcivescovile “Pio X”

«Mamma, Papà, mi faccio prete»: viaggio all’interno del Seminario Arcivescovile “Pio X”

venerdì 01 Giugno 2012 - 09:27
«Mamma, Papà, mi faccio prete»: viaggio all’interno del Seminario Arcivescovile “Pio X”

Alla scoperta del mondo delle vocazioni. A Messina, quasi 30 ragazzi si avviano al sacerdozio. Le testimonianze di due giovani ed il giudizio del rettore.

In principio seguire la chiamata di Dio significava sottrarsi al mondo. Lontano dal baccano e dalle tentazioni i “preti in erba” accettavano sacrifici e rigide regole. Nei seminari le vocazioni alla cura delle anime pullulavano. Una scelta che per molti poteva essere di convenienza e costituiva, come molti lo hanno definito, un vero e proprio “posto fisso”. Oggi invece è tutta un’altra storia. La guida del gregge è un ruolo che ha perso attrattiva. La crisi è sotto gli occhi di tutti: un quarto delle parrocchie italiane sono accorpate perché manca il pastore. Un fardello di lavoro che grava su preti sempre più anziani che poco possono contare sull’aiuto di nuove leve. La Chiesa in passato era più aperta, faceva entrare in seminario più giovani, la maggior parte dei quali proveniva da famiglie povere che non si potevano permettere gli studi. E, appoggiandoli, nel frattempo, li accompagnava con un sottile e delicato cammino di discernimento. Alcuni diventavano sacerdoti, altri no.

IL GIUDIZIO DEL RETTORE

E il Seminario Arcivescovile “Pio X” di Messina è una struttura nata proprio per ospitare centinaia e centinaia di ragazzi. Oggi l’edificio (nel corso degli anni è rimasto solo il Seminario Maggiore) accoglie solo una trentina di giovani, che hanno raggiunto tutti la maggiore età. Una realtà umanamente ricca, dal punto di vista qualitativo e quantitativo che, come ci conferma il rettore, Mons. Cesare Di Pietro, «si mantiene ancora fiorente, ed in controtendenza rispetto ad un certo andamento nazionale. Nel centro e nel nord le vocazioni sono in calo, mentre nel Sud, dove è più viva la religiosità popolare, dove c’è un substrato di fede più radicata tra la gente, i giovani vengono dalle parrocchie, dai gruppi dove hanno maturato le loro scelte di fede e si sono aperti a questo dono che è la vocazione. Qualcosa di sovrannaturale, e non puro atto di volontà». Ma non c’è posto per tutti: «Si cerca di selezionare i candidati, affinché ci sia una base umana matura, per quanto possibile compiuta. Il giovane –trattandosi, nel nostro caso, di seminario maggiore- deve aver compiuto diciotto anni e deve avere un’integrità morale, affettiva e una disposizione d’animo buona, accompagnata da una retta intenzione. Non subdola, non ci deve essere alcuna dietrologia. Non si può entrare in seminario perché non è capitato niente di buono nella vita, perché non si è trovato lavoro, perché non si è capace di sposarsi. Deve essere una scelta consapevole. Certo, è pur vero che dietro ogni uomo, diceva Don Mazzolari, c’è un povero uomo. E i giovani che scelgono questa strada non sono né eroi, né santi. Pulsano di umanità, di un’umanità concreta, non eterea. Non vivono fuori dalla realtà. Vivono il quotidiano perché vengono dal quotidiano».

È più difficile diventare sacerdote oggi?, chiediamo. «Più che difficile, forse è più impegnativo, perché oggi le sfide sono maggiori. La società vive di contraddizioni più forti, la famiglia è più sgretolata. E se tu non sei radicato bene in questa scelta, l’impatto con il mondo produce più facilmente uno sbandamento. Il livello culturale si è innalzato e anche il sacerdote deve avere una preparazione e una maturità umana più ricche». Si è innalzata l’età di ingresso. C’è chi entra a diciotto anni, c’è chi entra dopo un’esperienza lavorativa. Alcuni sono laureati, altri diplomati. In ogni caso, occorre una base di formazione, che molto spesso sono le parrocchie e le famiglie a dare. Conclude il rettore: «prima viene l’uomo, poi il cristiano e poi il sacerdote».

UNA GIORNATA IN SEMINARIO

Alle 6.30 c’è la sveglia, alle 7.00 la Celebrazione delle Lodi e meditazione. Dopo la colazione i ragazzi si trasferiscono all’Istituto teologico “San Tommaso”, dove svolgono le loro lezioni. Rientrano in seminario per il pranzo, alle ore 14.00 tempo per l'informazione e tempo libero (c’è una bella sala ricreativa dotata di biliardo, calcio balilla e tavolo da pin pong). Il pomeriggio si apre con un momento comunitario, di confronto. In tale occasione i ragazzi approfondiscono determinate tematiche, fanno lavori di gruppo, incontrano formatori e psicologi. Poi segue lo studio personale, c’è chi preferisce studiare in camera (piccola ma essenziale), chi va in cappella o in una delle tante sale comuni. Alle 19.30 la Celebrazione dell'Eucarestia e dei Vespri. Cena e Conclusione della giornata in cappella.

ENRICO E DANIELE: DUE GIOVANI FUTURI SACERDOTI

Tra i tanti ragazzi incontriamo Enrico Mortillaro, 21 anni, proveniente dalla parrocchia “San Nicolò” di Ganzirri, da otto mesi in seminario. «La mia vocazione è cresciuta insieme a me, ─ci racconta─ come un seme posto nel mio cuore e che poi è cresciuto. Ha avuto delle fasi di sviluppo, anche di malattia, insieme alla mia persona spirituale. Da piccolo sentivo questo forte sentimento, sentivo questo bene che volevo diffondere, sentivo la forte presenza di Dio, della Chiesa e volevo sempre esserne di più parte. All’età di 11 anni ho lasciato perdere tutto, ho preferito la scuola e i suoi problemi, e poi gli amici e da più grande la ragazza. Ho deciso anche di lasciare perdere la Chiesa, mi sono allontanato dalla mia Parrocchia. Ho lasciato stare tutto. Però il nuovo tutto che per me adesso erano gli amici mi dava ben poco e quel tutto che avevo lasciato mi continuava a chiamare. Non mi sentivo al mio posto. Quello che mi mancava era la vicinanza alla famiglia. Eppure volevo essere autonomo. Quale occasione migliore perciò di andare via se non quella di chiedere loro di entrare in seminario? Allora ero ancora minorenne e non mi era possibile entrare. I miei capirono che quello era un capriccio, ma anche che avevo qualcosa che andava preservato e che questo forte sentimento era veritiero. Ho proseguito gli studi (al liceo scientifico “Archimede” di Messina) e ho maturato la mia scelta e sono passato da una scusa per fuggire ad un vero cambiamento di vita…».

E la famiglia? Ti è stata vicina? «Sì, mi hanno accompagnato sempre nel mio cammino di fede. In particolare mio nonno è stato una vera guida, mi ha insegnato ad aiutare sempre le persone, a non creare un muro tra me e gli altri. Ad essere sempre il primo a voler andare ad aiutare, non solo materialmente ma anche con la preghiera. Mia madre, catechista, impartiva lezioni di cristianità anche a casa e pure mio padre, dopo qualche resistenza, ha capito quale fosse la mia strada…»

Daniele Truscello, anch’egli 21enne, viene dalla provincia: dalla Parrocchia “Santi Angeli” di Fondachelli Fantina ed è al terzo anno di seminario. «La storia della mia scelta ─ci dice─ è molto simile a quella di Enrico, ma posso testimoniare che molte altre scelte di molti altri compagni sono ben distanti e ciò mi fa interrogare. Ad ognuno il Signore propone una chiamata specifica e la propone in maniera diversa. È una ricchezza che ognuno di noi conserva ed è una ricchezza che si deve scoprire. La mia ricchezza, per esempio, sta nella semplicità. Anche io ho trovato nella famiglia e nella parrocchia, in particolare nel mio parroco, una certezza, e nella figura della nonna ho trovato una guida che mi ha insegnato a saper pregare. La nostra giornata iniziava con la preghiera e con la preghiera si concludeva. Col senno di poi, rileggo questi elementi come partecipi di un progetto ben chiaro. Iniziare a fare il ministrante da bambini, come ho iniziato a fare io all’età di nove anni, nei paesi, è una cosa comunissima. Però, mentre i miei compagni, crescendo, si allontanavano da quest’esperienza per seguire altre aspirazioni e altri desideri, io sentivo sempre più la necessità di sostenere il parroco nelle varie attività. Non potendo subito entrare in seminario, anche io ho deciso di proseguire gli studi (al liceo scientifico “Enrico Medi” di Barcellona)».

IL SEMINARIO: FASI E DURATA

Il cammino del Seminario dura circa sette anni. Eppure ogni persona segue un percorso diverso, con tempi differenti e ciò dipende molto dall’esperienza che ha maturato sino al momento in cui vi entra: quando si parla di seminario perciò non si parla mai di un’“università della fede” in cui per tutti vigono le stesse scadenze e gli stessi obiettivi. Esistono vari fasi prima dell’ultima in cui si diventa sacerdote. La prima si raggiunge al terzo anno quando il Vescovo conferisce il Lettorato, si diventa cioè lettore della Parola, segue il ministero dell’Accolitato grazie al quale il seminarista può fare esperienza eucaristica (può cioè sostituire un diacono in sua mancanza nelle funzioni relative alla mensa eucaristica, può dare la comunione). Entrambi questi due ministeri sono laicali, ovvero vi possono avere accesso tutti i membri della chiesa, anche i non religiosi. Il passo successivo è invece l’ammissione agli ordini sacri. La Chiesa riconosce ufficialmente il tipo di cammino svolto dal seminarista e il giovane si avvia verso il Diaconato. Un diaconato che è transeunte, cioè di passaggio verso il sacerdozio (se invece chi accede al diaconato è sposato, il diaconato sarà permanente).

OBBEDIENZA, POVERTA’ E CASTITA’

Il sacerdote fa voto di obbedienza, di povertà e di castità. Obbedienza al Vescovo, quindi alla Chiesa. In più deve mantenere un giusto distacco nei confronti del denaro, ma, più in generale, nei confronti degli affetti materiali (anche se è pur vero che una qualsivoglia parrocchia va amministrata). E poi la castità, forse il tema che tocca più da vicino i nostri due giovani. Se si guarda ai motivi di ordine storico, il celibato del prete interviene solo in un secondo momento. In un periodo in cui si sente la necessità di staccare il sacerdote da alcune distrazioni e indirizzare la sua dedizione solo alla comunità dei fedeli, evitando anche ogni possibile ereditarietà di beni o terreni. A questa rinuncia c’è chi guarda con ammirazione, chi con diffidenza, chi con profondi dubbi. «Noi troviamo il compimento di tutto in Dio ─tagliano corto Enrico e Daniele─. E quel rapporto d’amore che un nostro coetaneo vive con la ragazza, noi lo possiamo anche vivere con Dio. Certo, non è un rapporto fisico, ma altamente spirituale. Con Dio abbiamo un rapporto di preghiera talmente intenso che sentiamo la presenza di una forte attrazione, noi verso lui, lui verso noi. In greco, l’amore viene espresso con diverse termini: abbiamo l’agàpe che è l’amore vicendevole, la filìa, l’amore tra amici, e poi l’eros che è l’amore carnale. Il sacerdote mette da parte quest’ultimo amore corporale per potersi avvicinare di più al divino. Non la viviamo come una costrizione, ma come una scelta libera, che noi sappiamo essere necessaria, che noi valutiamo e maturiamo. Significa che noi rinunceremo agli affetti? No, significa che li regoleremo cercandoli di vivere nella maniera più ordinata possibile. Avremo la nostra famiglia, avremo degli amici, delle amiche. Ciò che per qualsiasi laico è un valore da vivere, per coloro i quali stanno facendo un cammino un po’ più elevato, diventa un obbligo che però non è imposizione dall’alto, ma scelta consapevole».

FEDE: FORMA E CONTENUTO

La fede non è un fatto oggettivo ed è perciò facile, e spesso avviene, che si metta in discussione la Chiesa, come istituzione e i messaggi evangelici di cui si fa portatrice. Come vi rapportate con coloro i quali vi muovono queste obiezioni?, chiediamo loro.

«Sì, è capitato spesso, soprattutto a scuola, di interloquire, talvolta di scontrarci, con coloro i quali hanno molti dubbi sulla Chiesa come istituzione o come famiglia santa di Dio. Ma recita una frase: “Nigra sum sed formosa”. Espressione inizialmente dedicata alla Chiesa ma poi riferita anche a Maria (presente anche nel Santuario del Tindari). “Sono nera, ma prosperosa”. Io, Chiesa, sono nera, perché sono fatta di uomini. Ma sono prosperosa perché, tramite me, Dio fa passare la linfa che arriva agli uomini: i sacramenti. Qualsiasi cosa gli uomini, anche di Chiesa, possono fare, la santità della Chiesa non viene mai meno. Mai è venuta meno. È vero che la moneta che cade da un sacerdote a terra fa molto più rumore, ed è normale, per un certo senso, perché, il sacerdote, in qualsiasi luogo va, rappresenta non se stesso ma la Chiesa intera. Però, quando viene ucciso un sacerdote in Africa dopo aver salvato una comunità, chi ne parla?».

Voi da giovani seminaristi riscontrate qualche difetto di approccio della Chiesa nei confronti dei giovani?

«I giovani vedono la messa come qualcosa di scontato, noioso e ripetitivo, quando invece, deve essere tra i primi momenti attraverso cui tutti devono passare per avvicinarsi alla Chiesa. Non capiscono il senso del perché si debba andare a messa e ciò crea un poco di distanza, produce dei cumuli di polvere che poi non permettono più di vedere nulla se non con astio. Ci sono dei contenuti immutabili o perché rivelati o perché si son venuti, pian piano, esplicitandosi con la tradizione. Su questi non si può transigere. Le forme, invece, possono variare. E un esempio concreto è quello della pastorale giovanile che, nella nostra diocesi, sta cercando di trasmettere quelle verità secondo forme nuove a ragazzi che, evidentemente, non sono del secolo scorso, ma vivono nel mondo di facebook. Del resto sarebbe impensabile rimanere fuori dal mondo, e, in più, anche controproducente».

(CLAUDIO STAITI)

foto di G. Campagna

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Un commento

  1. sarebbe bello aprirlo alle visite

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