A tu per tu con Filippo Nicosia, ideatore del progetto Pianissimo-Libri sulla strada

Un furgoncino anni '70 di nome Leggiu, l'aria frizzante di Dicembre e davanti una lunga strada da percorrere, ricca di opportunità. Con questo spirito ha inizio il secondo tour del progetto Pianissimo – libri sulla strada che, dopo il successo estivo, è ripartito con entusiasmo per ben ventidue nuove tappe. Pianissimo è un'iniziativa culturale nata da un'idea del messinese Filippo Nicosia; una libreria itinerante, che si muove su e giù per la Sicilia, attraverso strade di campagna, alla scoperta dei piccoli comuni dove le librerie fanno fatica a restare aperte, per portare i libri dove non ci sono. Editore per mestiere e libraio per passione, dopo undici anni trascorsi fuori sede a lavorare nell'editoria romana, Filippo ci racconta il suo ritorno a casa, la nascita di questo progetto e come tutto ebbe inizio, con gli occhi sorridenti e luminosi di tutti i sognatori.

Cosa facevi prima di diventare libraio? Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo progetto?

-All'epoca mi trovavo a Roma e lavoravo da sette anni nell'ambito dell'editoria indipendente. E' capitato che quelli fossero gli anni di maggiore crisi per l'editoria, ed io avvertivo un senso di impotenza e frustrazione per il fatto che questo mondo restasse così circoscritto. C'è veramente poca informazione, tra la gente comune, intorno al libro, a come nasce, a come si produce… Ho deciso di diventare libraio per provare a smuovere un po' le cose. Voleva essere un po' un esperimento, un po' un'esperienza conoscitiva… una sfida per vedere un po' cosa poteva accadere. Ho cominciato creando il manifesto, il sito, il logo… nel frattempo avevo anche comprato il furgone.

Qual'è stata la miccia scatenante?

-Per me era un momento particolare. Avevo appena compiuto trent'anni, il mio lavoro mi consentiva di guadagnare discretamente ed era la cosa più vicina possibile a quello che avrei voluto fare, anche se di fondo io mi sento molto più uno scrittore che un editore, o un libraio. Non pensavo di abbandonare il mio lavoro, ma avevo l'impressione che facessimo degli sforzi enormi per un piccolo risultato e sentivo che per me non era abbastanza. Ho cominciato a chiedermi perché in Italia si legga così poco, rispetto alla media degli altri paesi. Naturalmente la libreria itinerante non voleva essere la risposta al problema, né tanto meno aveva la pretesa di risollevare le sorti dell'editoria italiana. La libreria itinerante era l'espressione di questo interrogativo, di questo disagio e della mia insofferenza nei confronti del rigetto che le persone hanno del libro. Così ho pensato di fare un giro con gli editori indipendenti, mi sono messo sul furgone e l'ho fatto!

Come ha reagito il mondo editoriale alla vostra iniziativa?

-Non appena ho messo l'idea online, ho visto subito una reazione molto positiva da parte dei colleghi e delle case editrici. Dopo tanti anni di collaborazione forse era normale. Alcuni colleghi editori hanno trovato l'idea interessante ed hanno voluto prendere parte al viaggio. C'è stata una simpatia immediata. Forse è stata fortuna o forse anche il momento era propizio. Dopo il 2012, che è stato l'anno più brutto per l'editoria, qualsiasi iniziativa in questo senso sarebbe stata bene accetta. Adesso che siamo alla seconda edizione, grazie al lavoro dei partecipanti e anche di chi ci ha sostenuto, dato suggerimenti… da una semplice visione comincia a diventare qualcosa di più serio.

Qual è stata, invece, la risposta del pubblico di lettori? Avete trovato ciò che cercavate?

-Credo che, chi aveva già un interesse per i libri, abbia accolto con piacere l'iniziativa perché, probabilmente, era già in attesa di qualcosa di simile. Ma questo era l'aspetto più semplice. La cosa più entusiasmante è stata andare a cercare e stuzzicare anche i non lettori… Pianissimo arriva in posti dove spesso non ci sono librerie, ci sono solo edicole e biblioteche poco frequentate. Arriva nelle piazze e mette concretamente il libro al centro del paese. E' un modo per dire che il libro esiste, che non è una cosa solo scolastica e che può essere un momento di condivisione, di riflessione, di divertimento, di gioco… Tutto ciò che ci può essere dentro i libri arriva al centro di una piazza e anche chi generalmente non legge, vedendo qualcosa di nuovo che prima non c'era, si incuriosisce e si avvicina.

Più avanti si va e meglio si vorrebbe fare. Quali sono i vostri progetti futuri?

-Per adesso la libreria va avanti grazie alla partecipazione volontaria. Più avanti mi piacerebbe che riuscisse anche a dare lavoro a chi partecipa. Non importa se io non guadagno nulla, perché è una cosa in cui credo. Ma non trovo giusto di chiedere ad altri di lavorare gratis per un progetto, anche se lo sposano. E' giusto dare anche soddisfazione economica a chi si spende per quest'idea. Intanto ho voluto fare questo secondo tour, per dimostrare che il primo non è stata un'esperienza fine a se stessa. Ho voluto riconfermare il mio impegno perché spesso, dopo il successo di un'idea, si tende a cullarsi. Invece rimettersi subito in viaggio è un modo per dire che vorrei che non finisse qui. E' un progetto aperto, vorrei capire come fare a farlo diventare una cosa stabile.

L'amore per i libri, per chi lo conosce, è quasi qualcosa di viscerale. Quando e con quali letture ha cominciato a prendere piede dentro di te? C'è qualche libro della tua infanzia al quale sei particolarmente legato?
-E' vero che è molto fisico il piacere che uno prova nella lettura, anche se su di me agisce in vari modi. Ad esempio musicalmente, nel senso che io apprezzo molto lo stile e il ritmo delle parole e delle frasi, più che la trama. La voce dello scrittore, diciamo. Credo di essere un lettore di scrittori, più che di libri. Non ricordo un particolare libro della mia infanzia, anche perché sono stato un lettore piuttosto tardivo. Ricordo di avere sempre amato scrivere, mentre l'amore per la lettura è arrivato dopo. Sicuramente però, il libro più determinante per la mia vita è stato Le ceneri di Gramsci di Pasolini. Non so come ci sono arrivato, ma credo mi abbia fatto fare veramente un salto.

Cosa pensi del rapporto tra la lettura e la tecnologia? Mi riferisco agli ebook o agli audiolibri. Credi che il libro, come oggetto cartaceo, possa esserne minacciato?
-Io non sono un grande lettore di
ebook, ma non giudico i lettori digitali. Tra l'altro alcuni sono dei lettori fortissimi, che magari quando viaggiano non vogliono rinunciare a portare con sé due o tre libri e così risparmiano sul peso in valigia. E' chiaro che il rapporto con l'oggetto libro è tutta un'altra cosa. Ti da la possibilità di vedere, mentre leggi, a che punto sei arrivato, di fare le orecchiette, le annotazioni… ed è molto bello possederlo. Col libro virtuale questa fisicità viene a mancare. Calasso diceva che la copertina del libro è la custode e la testimone della sua unicità. Se un libro non ha la copertina, come fai a definirlo? In quell'oggetto, che è tutti i libri che vuoi o che potresti volere, l'unicità del libro si perde. Io comunque non credo che l'ebook possa soppiantare il libro. Del resto è il formato più duraturo della storia dei contenuti. Non è come il CD o il vinile per la musica, o come la fotografia, che si sono bruciati in un attimo, soppiantati dal digitale. Il libro è nato perfetto, è indistruttibile. E' il modo migliore e più intelligente di fruire un contenuto scritto. E' impossibile che scompaia.

L'esperienza di Pianissimo è quella di un viaggio ed il viaggio è sempre una scoperta, un modo per confrontarsi con realtà diverse dalla propria, capire cosa ti possono offrire e cosa tu puoi dare in cambio. Ma a volte diventa un pretesto per fuggire dalla propria realtà di appartenenza. Che ne pensi delle tante fughe all'estero dei giovani e dell'insofferenza che sembrano mostrare verso le radici?
-La cosa buffa è che la maggior parte delle persone che vanno fuori non fa altro che andare ad infoltire le lunghe schiere di barman, camerieri e manovalanza in queste grandi città. Non c'è poi questo grande miglioramento nello stile di vita… Il problema è che, quando stai sempre in un posto, ti sembra che non accada mai niente di nuovo, ma questo accade soprattutto per nostra incuria. Siamo noi che dobbiamo riuscire a rendere le cose speciali ogni volta. Bisognerebbe riuscire a vivere sempre con gli occhi del forestiero, con quella curiosità in più verso le cose. Bisogna cercare di mantenere anche nel quotidiano quella sorta di meraviglia che si ha quando si vede un posto nuovo. Io sono stato per tanti anni fuori e quando sono tornato ho scoperto con sorpresa che, a dispetto di ciò che si dice, Messina non è una città morta. Messina è una città viva. Ed è un bel posto dove vivere. Potrebbe succedere di più.