La morte di Gheddafi: spettacolo indecente

E’ consuetudine, dopo un colpo di stato o rivoluzione che sia, uccidere il leader uscente ed esporre il cadavere alla pubblica gogna; come se si trattasse di un trofeo di caccia o pesca. Ricordiamo piazzale Loreto, quando con un macabro rituale fu esposta la salma di Benito Mussolini. Nella storia recente invece è toccato a Saddam Hussein, adesso è il turno di Muammar Gheddafi. Alcuni affermano che sia necessaria l’esposizione mediatica, come un modo per esorcizzare definitivamente il tiranno e convincere gli scettici dell’effettivo trapasso.

Nel caso di Gheddafi è stato superato il limite della decenza, la sua morte è stata spettacolarizzata oltremisura: il Rais sanguinante divelto sul cofano della jeep, poi costretto a camminare come in una sorta di Via Crucis, ed infine giustiziato. Nonostante le immagini fossero davvero forti, quasi tutti i media le hanno divulgate senza troppi scrupoli. Non voglio sindacare l’esecuzione di Gheddafi, sempre meglio di un processo-farsa come fu per Saddam; tuttavia non comprendo la necessità esporre la fasi della morte come in un reality show.

Dalle immagini e dai filmati visionati, ne vien fuori un quadro desolante: il Rais sembrava davvero un martire, e questo potrebbe fomentare l’odio tra i sostenitori del defunto leader. Adesso si parla di Libia liberata, di una nuova fase democratica che dovrebbe avviarsi nell’ex colonia italiana. Eppure l’attuale presidente del Consiglio di transizione, Jalil, non si può certo definire un liberale. L’ex ministro della Giustizia di Gheddafi, infatti, autorizzò rastrellamenti sommari contro presunti ribelli, senza alcun processo e nell’assoluta negazione della legalità. Con queste premesse non sarà semplice fondare uno stato laico e democratico, quindi il rischio di una radicale islamizzazione del Paese è concreto.

Fabrizio Vinci, vinci@usa.com