La riflessione

“Siamo il vento e non la bandiera” (Levante)

Di Gabriele Blundo Canto

Succede che il grande festival nazionale si sovrapponga a momenti particolari (in qualche annata anche a discussione di emendamenti di riforma costituzionale); quest’anno è caduto tra due date importanti, quella della Giornata della Memoria e quella del Giorno del Ricordo.

Siamo il vento

Non ho visto nulla del festival, se non, più per la loro eco, alcune cose che cercano impatto attraverso un medium certamente assai commerciale. Inviti alla libertà di espressione tramite modalità che nel 2020 in Italia appaiono ancora come provocazione; appelli sentiti e vissuti sulla dura esperienza dell’essere donna in una società violentemente maschilista, sempre nel 2020, ma, soprattutto, quel che mi è rimasto è un verso di una canzone di una persona che non conoscevo, Levante, che recita così: “siamo il vento e non la bandiera”.

Le guerre e le tensioni

Mi è venuta in mente la riflessione di María Zambrano in un saggio degli anni ’40 del Novecento intitolato “La distruzione della forma” nel quale, in riferimento non solo alle Avanguardie, la filosofa affermava come gli stati d’animo, nell’epoca della massificazione anche mediatica, con la polverizzazione delle individualità portata dalle livelle delle guerre, sembrassero viaggiare senza più soggetto, tensioni nell’aria che non erano più nemmeno in cerca d’autore, e che forse ancora oggi ci manovrano tutti, come il Terrorismo internazionale negli anni Duemila, o la più recente paura di un’epidemia.

Un vento di vita e libertà

Ma la frase della canzone, “siamo il vento e non la bandiera”, mi è sembrata positiva se riferita alle nuove generazioni. Mi piace pensare non a delle canne al vento orfane di ideologie per fortuna smarrite, specie nella loro realizzazione storica, ma a un vento di vita, libertà, diritti umani che, proprio perché già respirato, dovrebbe essere parte del nostro DNA, o almeno un anticorpo acquisito. Come si può rinunciare all’aria che si respira?

Il Giorno del ricordo

E allora nella Giornata della Memoria, o nel Giorno del Ricordo, nel ricordare coloro che invece sono diventati cenere e polvere nel vento o scheletri nelle ferite della Storia, credo sia giunta l’ora di una de-ideologizzazione della morte. Le strumentalizzazioni politiche, certe letture semplicistiche e offensive mi sembrano più il portato delle seconde o terze versioni di certe ideologie, con la tendenza a volere ancora dividere. Perché non ha senso il chiedersi se ne abbiano uccisi più le destre o le sinistre, giacché anche una sola morte, di una persona innocente o colpevole, è scandalo per una coscienza radicalmente umana.

Le offese ai figli degli esuli

Continuare ad offendere i figli dei figli degli esuli, esuli di territori che erano parte molto calda di un territorio e di un popolo, o di più popoli, con la trita solfa per cui “li ammazzavano in quanto fascisti” e non in quanto Italiani è una offesa che stanca e logora. Di certo c’era stata un’ampia opera di “italianizzazione”, di propaganda, di imposizione anche violenta; non meno violenta della imposizione totalitaria della “cultura fascista” e della militarizzazione, come in tutto il resto dell’Italia e forse di più. Ma il tentativo realizzato con l‘uccisione di 10.000 persone di evitare la ricostituzione di una comunità italiana in territorio va forse guardato più a fondo, senza fornire giustificazioni di nessun tipo.

La morte non ha un colore

Non c’è un’uccisione più o meno legittima di un’altra. Non erano più fascisti o meno di quanto non fosse il resto degli Italiani obbligati a una tessera e a un distintivo per poter accedere a cariche anche non rilevanti o semplicemente all’annona. Non si può attribuire un colore alla morte, non si deve: non si strumentalizzano i morti.

Li si rispetta, sempre. Né è possibile dire che altri agivano in nome della libertà e del diritto perché se una cosa sanno le generazioni di oggi è che comunque guerra e diritti umani non possono essere conciliabili, ed è la lezione di più prove recenti.

Il vento della vita e dei diritti umani oggi deve necessariamente soffiare più forte delle bandiere identitarie o partitiche, pur legittime ove non contrastino con il vero contrario dei totalitarismi, ovvero la democrazia quale patrimonio acquisito irrinunciabile. Pensare al nazifascismo e al comunismo come opposti appartiene a una generazione passata che vuole continuare un orizzonte di lotta quasi per presunzione: entrambi i sistemi ideologici sono il contrario dell’unica via, quella della democrazia e dei diritti umani che certamente non si affermano con la violenza, ma con la cultura e una paziente opera di pace.

Un fiume senza confini

In ricordo e omaggio ad Adolfo (Aldo) Berdar e Odinea Keser, a Luciano Pravdacich, a Vito Lacquaniti e ad Amelia Cavallaro, a Nelly, Sonia, ai miei fratelli Danilo e Sergio De Matteo, a Luciana Favretto e ad Antonio Bonfiglio, nel ri-cordare che la solidarietà è un fiume senza confini di luoghi di ideologie e di generazioni. Vito e Amelia Lacquaniti furono ospiti a Fiume della famiglia Berdar, la famiglia Berdar fu ospite a Messina della famiglia Lacquaniti-Cavallaro-Bottari.

Adolfo (Aldo) Berdar, biologo marino e paleontologo, è divenuto il più grande conoscitore delle “meraviglie” dello Stretto di Messina.

Gabriele Blundo Canto