Donna Sarina in tuta e scarpe da tennis alla ricerca del benessere psicofisico perduto

Caro diario, ormai mi sono convinta di vivere in una città da cartone animato, insomma una via di mezzo tra Cartoonia e Paperopoli. Così mi sto adeguando e sappi che da questa mattina come direbbe Ligabue “ho messo via…” stivali, scarpe col tacco 12, leggins, giacche e gonne di varie misure perché ho deciso, da brava messinese, di seguire l’appello dell’assessore Sebastiano Pino e pensare esclusivamente al mio benessere psicofisico indossando solo tute e scarpe da tennis.

Eh, già, caro diario, devi sapere che a Messina manca tutto, anzi, come direbbe mia nonna Sara dalla quale ho ereditato il nome, i chili in più, l’allergia per tutto ciò che è atletico,”ci manca tutto, dall’acqua fino al sale”, eppure, nonostante ciò, l’assessore ha convocato ieri i presidenti di circoscrizione a Palazzo Zanca per una discussione di tale portata: Messin..tuta, la ricetta urgente e miracolosa per risolvere tutti i nostri guai. Siamo senza bilanci (l’ultimo risale al 2014), senza notizie sul Piano di riequilibrio, senza mensa scolastica, con i servizi sociali ridotti all’essenziale, una raccolta rifiuti indecente e affidata alla buona sorte, una politica del verde inesistente, manutenzione all’anno zero, mille esercizi commerciali hanno abbassato le saracinesche lo scorso anno, l’emergenza idrica è uno spauracchio quasi periodico, le tasse sono alle stelle, sui precari incombono le stesse incertezze che sugli stipendi delle partecipate e dei comunali, gli impianti sportivi sono in condizioni da farci piangere, eppure, nonostante ciò, si convocano i presidenti delle circoscrizioni nientepopodimenoche per: valorizzare e promuovere l’utilizzo delle tute e delle scarpette da tennis per muoversi in città per il raggiungimento del benessere psicofisico e promuovere uno stile di vita sano.

Non ci volevo credere, mi son detta, non è possibile, non è pensabile convocare una riunione di questo genere in una città allo stremo, in ginocchio, con milioni di emergenze e problemi. E per di più a fronte di uno stato “pietoso” degli impianti sportivi aggravato dal fatto che “senza soldi non si canta messa” e pertanto senza bilancio, e con un bilancio ingabbiato in un dissesto di fatto ma non dichiarato, possiamo scordarci qualsiasi tipo d’intervento serio. Per riaprire la piscina comunale quest’amministrazione c’è stata 6 mesi, figuriamoci per una serie di interventi adeguati alle strutture sportive…. Ma la magica soluzione c’è: cari messinesi, indossate tuta e scarpe da tennis (ma perché da tennis? Non vanno bene le scarpe da ginnastica comuni?) e raggiungerete la serenità spirituale ed il benessere armonico per essere in sintonia con l’Universo, le piante, gli uccellini e dimenticare l’agonia di una città senza speranze. Dire d’indossare tuta e scarpette mentre intorno tutto crolla è un po’ come fornire assistenza psicologica alle famiglie sgomberate di Poggio dei pini, disperate dopo la frana e per lo sgombero dalle loro abitazioni, però almeno con una spalla sulla quale piangere. Dimenticavo, è successo anche questo, lo ha annunciato l’ assessore Santisi subito dopo l’ordinanza di sgombero. Caro diario, io però al progetto una serie di modifiche le suggerirei. Ad esempio, scarpe da ballo e tutù per chi vive e lavora vicino al Teatro Vittorio Emanuele, scarpe da trekking per chi sta nel Viale Italia, viale Regina Elena, viale Principe Umberto, scarpe chiodate e machete per chi si avventura nelle ville, un corno rosso e giubbotti catarifrangenti per chi si avventura nelle piste ciclabili (in questo caso poi mettere da parte qualsiasi speranza di raggiungere il benessere psico-fisico perché è già tanto se salvi la pelle), ginocchiere e kit pronto soccorso per chi deve percorrere le strade della città, tuta da sub e pinne per i giorni di pioggia e canoa per attraversare i viale san Martino. Secondo me è proprio qualche sostanza nell’aria dello Stretto che non funziona.

Ad esempio il giallo delle firme. Ci sarà qualche nuvola strana sul Patto per la falce, perché ogni settimana si deve firmare qualcosa. Prima la firma all’Università propedeutica al Patto per la Falce dell’Università, con tanto di visita ufficiale, autorità, interviste, fotografie, polemiche di rito. Poi il 26 a Palermo, seconda tappa, firme per la Falce, dichiarazioni, foto, interviste, autorità, polemiche di rito. Dieci giorni dopo, il 5 febbraio, scoppia il thriller della firma: che farà il presidente dell’Autorità portuale, apporrà o non apporrà la firma alla seconda fase del percorso? Mentre Messina s’interrogava sul dubbio amletico De Simone, come è giusto che sia, stava rileggendo la documentazione dell’amministrazione che drasticamente abbassava le volumetrie. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo il sabato: firmerà lunedì. Ma non è finita. Perché ieri per questa firma è stato necessario riunire tutti gli stessi delle due firme di gennaio. Non basta. Perché è scoppiato un giallo nel giallo. Dove si firma? Al Comune alle 15.30 o all’Università sempre alle 15.30. Ne è scoppiato un incidente diplomatico degno della Guerra fredda. Così si è firmato con l’inchiostro simpatico a Palazzo Zanca, e pochi minuti dopo la carovana si è spostata all’Università per firmare alla presenza del Rettore, ma non del sindaco Accorinti lasciato fuori dalla porta. E siamo soltanto a 15 giorni dalla prima firma. Sono terrorizzata all’idea delle prossime tappe. Quante altre firme sono previste nell’arco del mese di marzo? Dove, come, con chi, perché? Questo benedetto Patto per la falce quante volte lo devono firmare?

In tutto ciò mi devo ancora riprendere da quanto sta accadendo a Palermo, con il segretario regionale del Pd Fausto Raciti che da oggi controlla, insieme ai garanti fatti venire appositamente da Roma le tessere del Pd una per una, per cercare tracce di cuffarismo, tipo tracce di cannoli inopinatamente rimasti tra i fogli del tesseramento o la tendenza del neo iscritto a baciare a destra e a manca chi gli capita. Poi,se tra gli iscritti ci sono, che so, seguaci dei fratelli di Satana o adepti della Sacra Corona unita, non importa. Basta che non si chiamino Totò.

Caro diario ora ti lascio, perché sto andando a lavorare e da brava messinese indosserò tuta e scarpette. Mi sento già meglio e vedo persino i rifiuti colorati di rosa. Pure le proteste a Palazzo Zanca sono rosa, i revisori dei conti indossano tute color lilla e sono tutti felici, pure le famiglie di occupanti sgomberate. Ai bimbi delle scuole senza mensa il pranzo l’hanno disegnato sul banco e stanno già ingrassando. Per il bilancio ci pensa quel tirchio di Paperon de Paperoni che dà in prestito un paio di scellini, ma Gastone ha già comprato il biglietto del Superenalotto. Perché a Paperopoli è così, basta un tocco di matita e si risolvono le cose.

Rosaria Brancato