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Suicidi tra i giovani, l’esperto: “Risucchiati in una società che non ammette passi falsi”

Diana era giovane e innamorata ma dietro quell’apparenza di vita serena nascondeva un malessere che non le ha permesso di affrontare ciò che le procurava troppa “vergogna”. Schiacciata dal peso delle proprie aspettative, forse da un giudizio personale troppo severo ha scelto di rinunciare alla vita, gettandosi da un dirupo la scorsa settimana. È accaduto nel Napoletano tra le reazioni incredule di familiari e amici. Diana, 27 anni, aveva annunciato la laurea ma le mancava ancora un esame. Senza entrare nel merito delle responsabilità o del facile “tutto questo si poteva evitare”, abbiamo affrontato la delicata questione con lo psichiatra e psicoterapeuta Vincenzo Maria Romeo.

In primo piano le ansie da prestazione e le pressioni sociali che vivono le nuove generazioni, tra aspettative familiari e della società. Una società della perfomance a ogni costo dove il fallimento non è una tappa essenziale, per la crescita personale, ma un verdetto inappellabile.

La parola all’esperto

Dottor Romeo, non è la prima volta che accade una cosa del genere ma in questo caso uno degli aspetti che colpisce è che mancasse un solo esame. Come si può spiegare un tale gesto rispetto a questo?
“Il tema della pressione psicologica che vivono e/o percepiscono gli studenti in ambiti scolastici e universitari non è ovviamente nuovo, purtroppo, alle cronache. Ultimamente, visto già il devastante episodio della studentessa suicida proprio all’interno dell’Università i primi di febbraio, la società si sta di nuovo chiedendo cosa poter fare per evitare che si verifichino situazioni così: vite spezzate da paure, dalla vergogna di non poter più sostenere una bugia costruita per la desiderabilità sociale, per rispondere alle richieste sociali dell’ambiente estero. Il fatto che in questo triste racconto mancasse un solo esame alla ragazza fa emergere ancor di più tutta la fragilità, l’estrema fragilità di equilibri che i ragazzi d’oggi vivono, e che non si può far finta di non cogliere. Spesso l’ impulso di un gesto non conservativo si muove su linee di imprevedibile emotività e di disperazione e questa storia drammatica ci insegna che anche a un piccolo passo dal raggiungere un obiettivo, solo un passo, può crollare irrimediabilmente tutto, a tal punto da non aver più senso, o da non poterne sostenere il peso del fallimento. E forse, semanticamente dobbiamo cominciare a ridisegnare qualcosa di diverso, che non impatti con questa idea: fallire. Si può fallire? Possiamo consentirci di fallire? Non raggiungere un obiettivo vuol dire necessariamente fallire?

“Tu mi vedi, io esisto”

Possibile che il senso della vergogna fosse così insopportabile di fronte agli affetti? E se è così dipende da una società che chiede sempre più di essere perfetti?
“La vergogna è un’emozione secondaria, che come le altre si struttura o meno in funzione del contatto con la dimensione ambientale/sociale. È una dimensione di autoconsapevolezza e si nutre dell’ auto-valutazione di un fallimento personale rispetto a uno standard desiderato o che si orienta a scopi o modelli di comportamento condivisi, proprio di indirizzo sociale. Cosa il mondo si aspetta da me? Posso permettermi di non soddisfare queste aspettative? Tanto più siamo visibili, visti, dentro una grande vetrina dalla quale non ci possiamo sottrarre ( se non siamo visti, non esistiamo ), tanto più è difficile oggi, anche a un solo esame dalla laurea, poter pensare che, come domanda giustamente, debba pesare più un affetto che un risultato. Il risultato è visibile e davanti agli occhi di tutti. Ricordiamoci ad esempio che oggi i registri scolastici sono on line: costruiamo sempre di più un mondo nel quale non ci si può nascondere, e se lo si cerca si rischia di sentirsi irrimediabilmente inadeguati, performanti, orientati alla competizione, mai liberi di non poterlo fare o di decidere di non essere parte della “gara sociale”. È un occhio “affettivo”, quello adulto, che lascia i ragazzi in queste strettoie infernali? “

Il vuoto nell’anima e l’importanza del dialogo tra generazioni

In questi casi spesso vengono messe in discussione le famiglie, che in teoria avrebbero dovuto cogliere i segnali. Lei cosa pensa a riguardo?
“La domanda che mi pone è delicatissima e molto insidiosa: una famiglia deve cogliere i segnali? Può non coglierli? È “responsabile” se non li coglie? Ha il tempo di poter intuire? Ecco, io partirei da quest’ultima domanda: il tempo, inteso come qualità e quantità, di poter stare con figli, nipoti, e di avere la giusta attenzione per poter osservare, notare, andare oltre un racconto o un’espressione. Lei pensa sia semplice oggi? Per nulla, non lo è: velocità, tempo istantaneo, multitasking ci lasciano lontani dalla qualità e dalla quantità del tempo. Ma al contempo non è forse questa una prigione sociale nella quale una famiglia media oggi si ritrova suo malgrado? Senza dubbio i vissuti degli “adolescenti” di oggi sono molto adultizzati e, mi creda, molto più insidiosi e complessi di ogni aspettativa genitoriale. Ecco, qui c’è un gap, un divario da recuperare nel contatto tra generazioni che purtroppo non ha vincitori ma ha solo sconfitti da entrambe le parti. Cosa penso? Che forse stare in un tempo “sospeso” con i propri figli, con i ragazzi, sia un gran dono, che necessiti di sane rinunce rispetto alle richieste inderogabili che la società fa ai genitori. E che, forse, oltre ogni lato più personale che ogni vicenda porta con sé, ci meriteremmo tutti più attenzione, ci meriteremmo tutti più intimità. Il tempo di una carezza e di un abbraccio rimane il miglior tempo speso, oltre ogni sms o videochiamata, perché è il tempo in cui ai nostri neuroni specchio arriva una coloritura emotiva, e possiamo coglierla entrando in risonanza con gli occhi di chi ci sta dinnanzi. Il tutto al riparo da quelle che definisco insolvenze psichiche: gli imperativi che la società pretende da noi. Insolvenze vuote e senz’anima”.

In evidenza “Morte dell’anima” di Sabrina Lo Piano.