“Trilogia di Siviglia”, convince il “Don Giovanni” firmato da Enrico Castiglione

Dopo Carmen, per la stagione lirica estiva del teatro antico di Taormina (Taormina Opera Festival), è andata in scena, alla presenza di un pubblico non numerosissimo ma molto attento, la seconda della trilogia di opere ambientate a Siviglia, Don Giovanni, di Wolfgang Amadeus Mozart, per la regia di Enrico Castiglione.
La frase di Flaubert “vi sono solo tre cose al mondo che sono oggetto della mia venerazione: il mare, l’Amleto e il Don Giovanni” ci ricorda che siamo di fronte ad una delle vette più alte della storia dell’opera.
Il personaggio di Don Giovanni risale in letteratura al romanzo di Tirso De Molina “El burlador de Sevilla” del 1630, ma solo il capolavoro di Mozart, su libretto di Lorenzo Da Ponte, ha fatto assurgere il personaggio a quella dimensione misteriosa ed inaccessibile, che costituisce un unicum nel melodramma di ogni tempo.
Rappresentato la prima volta a Praga nel 1787, con grande successo, alla presenza simbolica di Casanova in persona, l’opera narra delle empietà compiute da Don Giovanni che, seguendo il suo istinto di seduttore, profana in tutti i modi il sacro sentimento dell’amore. Don Giovanni conquista anche le vecchie “per il piacer di porle in lista” come racconta nella sua celebre aria il servo Leporello alla povera Donna Elvira, sedotta dal malfattore, che fino alla fine cercherà invano di redimere; Don Giovanni tenta di sedurre Donna Anna, e uccide il padre (il Commendatore), che interviene in sua difesa; seduce Zerbina, la contadinella sposa di Masetto, in uno dei duetti – “Là ci darem la mano” – più giustamente celebri della letteratura operistica; Don Giovanni organizza feste per scatenare la sua insaziabile libido, ed aumentare “d’una decina” la sua lista.
Invano Donna Anna, il suo promesso Don Ottavio, Donna Elvira, Masetto, proveranno a vendicarsi o farsi giustizia. L’incarnazione demoniaca dell’eros sarà sconfitta e trascinata all’inferno solo dall’intervento ultraterreno, la statua del Commendatore, deus ex machina, che ordina invano a Don Giovanni di pentirsi, prima di trascinarlo nell’abisso, in uno dei finali di opera più drammatici mai apparsi sulla scena. Proprio il caparbio rifiuto di pentirsi, così come il coraggio di invitare la statua del Commendatore a cena e di accettare a sua volta l’invito a cena della statua, colloca il personaggio di Don Giovanni in una dimensione di unica ed inimitabile assolutezza, che ha fatto versare fiumi di inchiostro a critici, scrittori, filosofi (notevole il saggio di Kierkegaard), impossibili da riassumere in questo spazio.
L’opera, dal titolo ”Don Giovanni, ovvero, il dissoluto punito”, Dramma giocoso in due atti, è effettivamente una commistione di opera buffa e drammatica, anche se quest’ultima ha il sopravvento, e solo la grandezza di Mozart poteva armonizzare, quasi miracolosamente, le parti comiche (si pensi a Leporello) e quelle più drammatiche, financo nella terribile discesa all’inferno di Don Giovanni.
La musica di Mozart, come avviene in tutte le sue opere principali, sa cogliere alla perfezione la psicologia di ogni personaggio, ma, a differenza delle altre opere, qui tutto ruota attorno alla figura di Don Giovanni, e gli altri personaggi, seppur perfettamente caratterizzati ed ai quali sovente sono affidate arie e concertati sublimi, appaiono dei comprimari al cospetto della gigantesca figura del protagonista.

La pregevole regia di Enrico Castiglione ha operato una scelta tradizionale e corretta, con costumi (Sonia Cammarata) appropriati e assai curati, una coreografia (Sarah Lanza) scarna, ridotta all’essenziale (lo scenario del Teatro antico ha fatto il resto) – un classico pavimento a scacchiera bianco e nero, un blocco di mattoni che funge ora da porta attraverso la quale i personaggi entrano ed escono dalla scena, ora da tomba del commendatore, infine da porta della casa di Don Giovanni spettacolarmente abbattuta dalla statua nella scena finale – in modo tale che spetta ai personaggi il compito di movimentare la scena.
Personaggi tutti veramente all’altezza: Don Giovanni, (Iconomou Panajotis, basso) ottima presenza scenica e grande “attore” nelle scene di seduzione; il servo Leporello, (Noè Colin, basso), contraltare comico di Don Giovanni; molto bene Zerlina, (Marina Ziatkova, soprano) e Masetto (Daniele Piscopo, basso), entrambi perfetti nella parte; bene anche Donna Elvira (Adriana Damato, soprano) e il Commendatore (Josè Antonio Garcia, basso) anche se forse un po’ affrettato nel finale. Una nota a parte meritano Donna Anna (Chiara Taigi, soprano), splendida voce e presenza drammatica e accorata, e Don Ottavio (Filippo Pina Castiglioni, tenore), splendido tenore leggero – al quale sono affidate due arie sublimi – applauditissimo.
Infine un plauso per l’orchestra Sinfonica del Taormina Opera Festival, diretta meravigliosamente da Stefano Romani, (con il Coro Lirico Siciliano istruito da Francesco Costa), che è apparsa in ottima forma, facendo registrare notevoli passi avanti rispetto a “Carmen” pur dovendo interpretare una partitura così complessa, con continui passaggi e fusioni dei registri drammatici e comici. È stato un piacere per gli appassionati ascoltare, ad es., l’accompagnamento discreto al celebre duetto di Don Giovanni e Zerlina, o la magistrale esecuzione dei fiati nell’aria di Don Ottavio “Il mio tesoro intanto”, infine le inquietanti scale ascendenti e discendenti che accompagnano le frasi ammonitrici della statua del Commendatore.
Un Don Giovanni pertanto assolutamente da non perdere.

Giovanni Franciò