Il qanat della valle del Trapani: l’acquedotto sotterraneo sconosciuto ai più

Quando si parla di qanat, a noi Siciliani subito viene in mente Palermo che ne ha almeno quindici, in buone condizioni e visitabili.

Il qanat è uno dei più ingegnosi sistemi di trasporto idrico. Fu inventato circa tremila anni fa in Persia ma è più noto con il nome arabo di qanāt poiché questa era la lingua comune nelle regioni in cui fu perfezionato. Si tratta di un acquedotto sotterraneo, adatto alle zone particolarmente secche proprio perché sposta l’acqua nel sottosuolo impedendone l’evaporazione.

Un qanat è sistema di gallerie scavate in profondità nella roccia esteso anche molti chilometri che funge da canale nel quale scorre l’acqua intercettata direttamente dalla falda acquifera, collegato alla superficie da pozzi verticali per facilitarne l’accesso e la manutenzione nel tempo. La pendenza del pavimento è calcolata con precisione, cosicché l’acqua scorra non con la rapidità tale da erodere la roccia e nemmeno con la lentezza capace d’accumulare detriti. Una vera e propria arte, quella dei muqannī, i costruttori di qanat.

In Sicilia i più avanzati qanat risalgono all’epoca islamica e al periodo degli Altavilla, quando rifornivano le abitazioni di vera e propria acqua corrente; tuttavia è possibile che i qanat venissero già scavati in epoca romana, cioè altri mille anni prima. È grazie a questa e ad altre tecnologie che “in Sicilia il Medioevo non è mai arrivato”. Anche noi Messinesi abbiamo l’orgoglio di possedere un qanat.

La struttura in questione inizia dentro le alture della vallata del Trapani, si ramifica e scende verso la città; varcato l’ingresso quasi sepolto, si può camminare per oltre duecento metri. Le pareti sono coperte di secolari concrezioni calcaree bianchissime e talvolta luccicanti che rendono suggestiva la progressione nel regno delle acque ctonie; vi sono poi cunicoli i cui contenuti sono sconosciuti, ma l’esplorazione è rischiosa a causa d’eventuali crolli e gas nell’aria. L’acquedotto dev’essere stato usato fino a due secoli fa: l’acqua fluisce ancora e forse arriva nella Pompa Francese sotto Piazza San Vincenzo.

Da decenni l’Associazione Amici del Museo di Messina si è interessata al complesso sotterraneo, identificandovi un qanat e premurandosi per la sua salvaguardia; recentemente anche il professor Sebastiano Tusa, archeologo e Soprintendente del Mare, ha confermato che con buona probabilità abbiamo a che fare con un antico qanat. Nonostante ciò, seria attenzione non è venuta da chi di dovere; siamo seduti sopra un tesoro archeologico ed è dovere delle istituzioni proteggerlo dalla rovina naturale ed edilizia.

Ora sapete, Messinesi, cosa c’è sotto di voi quando vi muovete: un acquedotto vecchio di mille anni, se non molto di più.

Nell’attuale stato delle cose, è la sollecitudine di molti a prevalere: se la cittadinanza tutta reclama gl’idonei provvedimenti, certamente il qanat potrà esserci restituito con tutto il rispetto che merita, reso sicuro e fruibile per le visite.

Messina ha bisogno di bere l’acqua spirituale che alimenta la sua identità; quest’acqua l’è vicina, bisogna solo ritrovarla.

L’articolo è stato realizzato con la collaborazione del professor Franz Riccobono, che ringraziamo per la segnalazione del qanat e per la dedizione che versa nello studio di Messina e nella valorizzazione delle sue bellezze.

Daniele Ferrara