Cronaca

Un anno di cronaca a Reggio, dall’estradizione di Rocco Morabito ad importanti arresti di ‘ndrangheta

Dai sequestri di svariate decine di milioni di euro, a numerosi arresti che hanno permesso di smantellare importanti famiglie di ‘ndrangheta, a decine di sbarchi di migranti clandestini fino all’estradizione dall’Uruguay di Rocco Morabito detto “Il Tamunga”, avvenuta nel mese di luglio, uno dei più importanti trafficanti droga della ‘ndrangheta. Sono questi i fatti di cronaca che hanno caratterizzato il Reggino nel 2022.

I PRINCIPALI FATTI DI CRONACA MESE PER MESE

GENNAIO

Reggio. Sequestrati 500 mila euro a imprenditore operante nel settore edile

REGGIO CALABRIA – Ad un imprenditore reggino, operante nel settore edile sono stati sottoposti a sequestro tra compendio aziendale e relativi beni strumentali e diversi rapporti bancari e finanziari circa 50 mila euro. Il provvedimento ablativo è stato disposto dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Procura della Repubblica, all’esito di approfondimenti investigativi, anche di natura patrimoniale, condotti da personale della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria. L’imprenditore, nei cui confronti è stato disposto l’odierno sequestro, negli anni scorsi era stato coinvolto in una vicenda giudiziaria in quanto ritenuto partecipe di un cartello di imprese, che attraverso un sofisticato meccanismo di offerte concordate, puntavano ad aggiudicarsi lavori pubblici, di rilevante importo, banditi da diversi enti della provincia di Reggio Calabria (Operazione “Entourage”). Al tempo, indagato per associazione a delinquere, turbativa d’asta, illecita concorrenza nel settore edile, falso materiale e ideologico ed altri reati, fu anche destinatario di un’ordinanza che disponeva il divieto temporaneo (due mesi) di esercitare attività professionali e/o imprenditoriali nel settore dell’edilizia pubblica, ma è stato poi assolto per alcuni capi di imputazione e prosciolto, per intervenuta prescrizione, per altri. L’esito del processo penale, tuttavia, non ha impedito, alla luce delle nuove indagini disposte nell’ambito del procedimento di prevenzione, di accertare, allo stato, la pericolosità sociale del soggetto e configurare un anomalo arricchimento (sproporzione tra beni acquistati e redditi prodotti) proprio nel periodo in cui l’imprenditore sarebbe stato coinvolto nelle accennate vicende giudiziarie. L’impresa, già destinataria di un provvedimento di interdittiva antimafia emesso dalla Prefettura di Reggio Calabria, che ne precludeva la contrattazione con la Pubblica Amministrazione, è stata ora affidata ad un Amministratore Giudiziario, che ne curerà la gestione assicurando il prosieguo dell’attività sotto il controllo dell’Autorità Giudiziaria.

‘Ndrangheta: la Polizia scova a Torino il “tesoro” dell’ “Esaurito”, Vittorio Raso

REGGIO CALABRIA – Alla fine, è saltato fuori il tesoro dell’Esaurito.Questo è infatti il soprannome storico del 43enne Vittorio Raso, superboss della ‘ndrangheta da export, concretamente considerato uomo di fiducia dei fratelli Adolfo e Aldo Cosimo Crea, veri dominus delle ‘ndrine in una piazza da anni importantissima come Torino.

L’arresto a Barcellona nell’autunno del 2020

Condannato in primo grado a 20 anni di reclusione per narcotraffico internazionale nell’àmbito dell’inchiesta Pret à porterdella , arrestato nell’autunno del 2020 a Barcellona dopo un paio d’anni “alla macchia”, scarcerato dopo 48 ore – perché tra i reati contestatigli c’è l’usura, per la quale in Spagna non è previsto il carcere –, in atto Raso è latitante.

Gioielli e contanti per oltre 600mila euro complessivi

In queste ore, gli uomini della Squadra mobile della Polizia torinese hanno però messo le mani su un “tesoro” direttamente riconducibile alla “primula rossa” dei clan di stanza in Piemonte. Rolex, gioielli, monili di vario tipo per oltre 200mila euro di controvalore più un’enorme somma – 400mila euro – in contanti stavano ad attenderlo lì, in un garage di Nichelino, alle porte del capoluogo piemontese.

Gli agenti hanno individuato lo “scrigno magico” dopo aver arrestato due presunti narcos, mettendo anche sotto sequestro un ingente quantitativo di stupefacente.
Mentre i due fratelli Crea rivestirebbero il supremo grado di “crimine”, a Vittorio Raso spetterebbe il grado di “vangelo”.

In garage, tanti articoli sul suo arresto a Barcellona

Va detto che, al momento, non c’è certezza al 100% che questa fortuna appartenga effettivamente a Vittorio Raso: però le modalità con cui i beni sono stati nascosti e gli stessi adesivi piazzati sulle confezioni della droga per indicarne la provenienza non lascerebbero spazi a grandi dubbi.
Specie se si considera il ritrovamento, insieme agli stupefacenti, di numerosi ritagli di quotidiani: gli articoli d’interesse erano tutti imperniati sull’arresto di Raso nel Paese iberico.

“Primula rossa” e complicità

Al momento dell’arresto, due anni fa, gli erano stati sequestrati 360mila euro in contanti, oltre 13 kg di stupefacenti e un vero arsenale: una pistola, una carabina e un fucile mitragliatore – tutti di provenienza furtiva – e una montagna di proiettili.
Contestualmente, sempre a Barcellona era stato fermato un 58enne connazionale: sarebbe stato il complice di Raso nel narcotraffico. Seguendo le tracce di quest’uomo, infatti, nei giorni immediatamente precedenti le forze dell’ordine erano riuscite a impossessarsi di oltre 128 chilogrammi di marijuana e circa 38 d’hashish.

Nel novembre sempre del 2020, il cerchio era poi tornato a stringersi attorno alla “primula rossa”: era stato arrestato infatti un barista di Settimo Torinese che al narcotrafficante calabrese avrebbe “prestato” la propria identità per meglio riuscire a sfuggire alle forze dell’ordine.

Reggio. Sequestrati beni per 3 milioni di euro ad imprenditore

REGGIO CALABRIABeni per 3 milioni di euro, tra compendi aziendali, beni immobili, beni mobili, denaro contante, rapporti bancari e finanziari e relative disponibilità, sono stati sequestrati ad un imprenditore reggino. La figura criminale dell’imprenditore era emersa nell’ambito delle operazioni denominate: Il Padrino, che ha portato alla condanna in via definitiva dello stesso alla pena di anni otto di reclusione per associazione di tipo mafioso, e Gotha, nel cui ambito il predetto, allo stato degli atti e fatte salve successive valutazioni nel merito, è stato condannato, in primo grado, alla pena di mesi dieci di reclusione per minaccia grave, aggravata dal metodo mafioso.

Dopo aver delineato il profilo di pericolosità sociale “qualificata” del proposto, l’attività investigativa è stata indirizzata alla ricostruzione delle acquisizioni patrimoniali, dirette o indirette, effettuate nell’ultimo trentennio, accertando – attraverso una complessa, articolata e minuziosa attività di accertamento e riscontro documentale – i patrimoni dei quali il medesimo risultava disporre, direttamente o indirettamente, il cui valore era significativamente sproporzionato rispetto alla capacità reddituale dichiarata ai fini delle imposte sui redditi.

Alla luce di queste risultanze, è stata disposta l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dell’intero patrimonio riconducibile al citato imprenditore, per un valore complessivo stimato in oltre 3 milioni di euro, tra i quali oltre 600.000 euro in contanti rinvenuti dalla Polizia di Stato a carico del figlio, ma riconducibili allo stesso, a seguito di un controllo su strada, occultati nella cabina di un automezzo adibito al trasporto di animali.

Roccella Jonica (RC). Sbarcati nel porto delle Grazie 100 migranti, i primi del 2022

La scorsa notte la Guardia di Finanza ha soccorso circa 100 migranti a bordo di una barca a vela al largo di Brancaleone, nella Locride. Tra loro anche delle famiglie con minori. Si tratta del primo sbarco di questo 2022. Una volta intercettati, i profughi sono stati condotti nel porto delle Grazie a Roccella Jonica, dove sono stati collocati nella tensostruttura per la prima accoglienza. I migranti dopo essere stati identificati, dal personale dell’Asp di Reggio, sono stati sottoposti a tampone molecolare

FEBBRAIO

‘Ndrangheta. in 43 a processo dopo il maxi blitz dello scorso 16 novembre

REGGIO CALABRIALa Procura di Milano ha chiesto il processo con rito immediato per 43 imputati che erano stati fermati lo scorso 16 novembre nella tranche lombarda di una maxi inchiesta, coordinata anche dalle Dda di Reggio Calabria e Firenze, che aveva inflitto un duro colpo alla cosca della ‘ndrangheta dei Molè con oltre 100 misure cautelari eseguite in tutta Italia.

Qualche giorno dopo il blitz, nell’inchiesta della Squadra mobile milanese e della Gdf di Como, i gip di diverse sedi giudiziarie avevano convalidato 48 dei 54 fermi, con conseguenti misure cautelari, a carico degli indagati del filone lombardo, coordinato dai pm Sara Ombra e Pasquale Addesso. Quattro risultavano latitanti, mentre altri due erano stati bloccati in Svizzera. Nel frattempo, alcuni indagati per posizioni minori hanno chiesto il patteggiamento e per altri è ancora in corso la procedura di estradizione. Per tutti i rimanenti, 43 in totale, è arrivata la richiesta di immediato (si salta la fase dell’udienza preliminare) su cui deciderà il gip Anna Magelli.

Tra i presunti capi del clan, attivo tra le province di Como e Varese, figura Domenico Ficarra, 37 anni, nato a Saronno ma residente a Mozzate. Dagli atti è emerso, poi, che Attilio Salerni e il fratello Antonio sarebbero stati gli esecutori materiali «di violenze e minacce nei confronti dei dirigenti» della Spumador Spa, azienda di bevande gassate finita nella morsa dei clan. Attraverso le intimidazioni i due avrebbero acquisito «il controllo e la gestione delle commesse di trasporto “conto terzi”» di Spumador “per il tramite di Sea Trasporti», società a loro riconducibile. E avrebbero partecipato «al “cartello” di imprese, insieme alle famiglie Palmieri e Stillitano, con i quali monopolizzavano le commesse di Spumador». Per un totale di oltre 1,1 milioni di euro tra il 2015 e il 2019.

Armando Veneto condannato a 6 anni per concorso esterno in associazione mafiosa

REGGIO CALABRIA – Armando Veneto, 86 anni, penalista di chiara fama e già presidente dell’Unione delle camere penali, più volte sottosegretario, ex deputato e parlamentare europeo, per anni sindaco di Palmi, é stato condannato a 6 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione in atti giudiziari aggravata dalle modalità mafiose.

Col rito abbreviato

La sentenza é stata emessa, a conclusione del processo con rito abbreviato, dal giudice per l’udienza distrettuale presso il Tribunale di Catanzaro Matteo Ferrante.
La condanna coincide con la richiesta che era stata formulata, nella sua requisitoria, dal pubblico ministero, Veronica Calcagno.

I reati contestati a Veneto traggono origine da fatti risalenti al 2009 e si collegano alla presunta corruzione che sarebbe stata messa in atto nei confronti del giudice Giancarlo Giusti, all’epoca componente del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, arrestato nel 2012 con l’accusa di corruzione aggravata dalle modalità mafiose nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Dda di Milano sulla cosca di ‘ndrangheta dei Lampada operante nel capoluogo lombardo.

“Rosarno è nostra 2”

Giusti, nel 2009, annullò un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa a carico di Rocco e Domenico Bellocco, presunti appartenenti all’omonima cosca della ‘ndrangheta, e di Rocco Gaetano Gallo, legato allo stesso gruppo criminale, coinvolti nell’operazione “Rosarno é nostra 2”.
Nella decisione del giudice Giusti (poi suicidatosi, nel 2015), a detta dell’accusa, avrebbe influito l’avvocato Veneto, che avrebbe avuto un ascendente sul magistrato per presunti rapporti pregressi. Il giudice, in cambio della revoca del provvedimento restrittivo, avrebbe ricevuto un compenso di 120mila euro da Rocco e Domenico Bellocco e da Rocco Gaetano Gallo.

Altre 4 condanne

Il gup Ferrante, nell’ambito dello stesso procedimento, ha emesso altre tre condanne a carico dello stesso Domenico Bellocco e di Giuseppe Consiglio, ai quali sono stati inflitti 6 anni di reclusione; Rosario Marcellino (4 anni) e Vincenzo Albanese (2 anni).

Nella vicenda della presunta corruzione del giudice Giusti sono coinvolti anche Vincenzo e Gregorio Puntoriero, che avrebbero fatto anche loro da intermediari col magistrato, per i quali il processo prosegue con rito ordinario.

Reggio, arrestato “Fred”: boss della mafia nigeriana e “mago del voodoo

REGGIO CALABRIA – Arrestato in un’operazione Calabria-Puglia “Fred” – al secolo, il 43enne nigeriano FavourObazelu -, noto anche come Friday: è accusato di riduzione in schiavitù, tratta d’esseri umani, sequestro e violenza sessuale.

La misura cautelare nei confronti del boss-stregone nigeriano è stata disposta dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Reggio Calabria Vincenza Bellini, su richiesta del procuratore distrettuale Giovanni Bombardieri e del pm antimafia Sara Amerio.
FavourObazelu era infatti ricercato anche per associazione a delinquere: col fratello minore (32 anni) Felix – all’anagrafe EnghosaOsasumwen – e altri avrebbe “scelto” in Nigeria ragazze da portare in Italia. Sulla carta, per farle lavorare in un luogo “dorato” rispetto alla patria: in concreto, per costringerle a vendere il proprio corpo.

Obazelu in particolare, assicurato alla Giustizia dagli uomini della Squadra mobile reggina, sarebbe uno di quegli stregoni-sfruttatori purtroppo noti alle cronache che esercitano un concreto plagio sulle prostitute nigeriane (molto spesso “spedite” in Italia dietro false promesse d’andare a fare tutt’altro) attraverso il temutissimo strumento dei riti voodoo. Nei confronti delle giovani direttamente, sì, ma più spesso ai danni di loro parenti strettissimi.

Ed è proprio questo che sarebbe accaduto nei confronti di una giovane nigeriana. Fred l’avrebbe fatta venire nel nostro Paese, assicurandole che avrebbe lavorata in un bar. Ma una tristissima realtà l’attendeva: un “lavoro” come prostituta, per ripagare il debito legato al viaggio intercontinentale.
Il boss-stregone l’avrebbe segregata in un appartamento di Bari, violentandola a ripetizione: e da questi rapporti non voluti dalla ragazza sarebbe anche nato un figlio. Bambino che Fred avrebbe tenuto con sé, cacciando di casa invece la giovane.

Coinvolti nell’inchiesta altri tre nigeriani: due donne di 30 e 22 anni, e un 25enne.

Le vittime della gang nigeriana venivano legate e tenute in stato di prostrazione psicologica per poi avviarle alla prostituzione. Dopo il rito di magia nera cui sarebbe stata sottoposta una di loro, la ragazza e la famiglia sarebbero state minacciate di morte in caso la giovane non avesse rispettato il giuramento di pagare ai trafficanti 25mila euro.

MARZO

Reggio. Estorsioni aggravate dal metodo mafioso ai danni di imprenditori, 2 arresti

REGGIO CALABRIA – Personale della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria, su disposizione della locale Procura della Repubblica- Direzione Distrettuale Antimafia- ha sottoposto a fermo di indiziato di delitto Zindato Giovanni, di anni 54 e Minerva Carmine Pablo, di anni 49, indagati, allo stato del procedimento in fase di indagini preliminari, per 2 tentate estorsioni commesse, tra il mese di luglio 2021 ed il mese di febbraio 2022, ai danni di imprenditori che stanno realizzando lavori nel quartiere cittadino di San Giorgio Extra.

Successivamente, sempre su richiesta della Procura Distrettuale, il Gip del Tribunale di Reggio Calabria, ha emesso a carico dei 2 indagati la misura cautelare della custodia in carcere. Le indagini che hanno portato all’emissione del provvedimento restrittivo sono partite proprio dalle denunce delle vittime, che nelle scorse settimane avevano ricevuto, a più riprese, visite sul cantiere da parte dell’indagato Minerva Carmine Pablo, che li aveva sollecitati a mettersi in regola con la cosca locale, pena il blocco dei lavori. In occasione della prima visita ad uno dei cantieri, a recarsi sul posto era stato lo stesso Zindato Giovanni, che rivolgendosi ad uno degli operai lo aveva invitato a riferire al titolare, che prima di entrare a casa delle persone si bussa.

All’identificazione dei sospettati, gli investigatori della Squadra Mobile sono giunti attraverso una minuziosa analisi di diversi sistemi di videosorveglianza, che permetteva di fornire i primi riscontri a quanto denunciato dalle vittime. Le indagini sono poi proseguite con l’ausilio di servizi di intercettazioni che, nonostante le particolari cautele adottate dagli indagati, hanno permesso di acquisire ulteriori importanti elementi di prova sia in ordine ai due tentativi estorsivi oggetto di contestazione, ma anche sulla volontà di Zindato Giovanni di estorcere ulteriori imprenditori, di fatto approfittando del vuoto determinato dagli arresti eseguiti con le precedenti operazioni a carico del gruppo criminale storicamente operante nel quartiere di San Giorgio (Borghetto-Caridi-Zindato, operante nell’ambito della più ampia cosca Libri). Emblematiche in tal senso alcuni dialoghi intercettati in cui Zindato dice di voler replicare il modus operandi adottato da Antonio Libri, detto Totò, attualmente detenuto perché tratto in arresto nel corso dell’operazione Malefix, il cui procedimento attualmente è in fase dibattimentale, ovvero l’evocazione, con un conoscente di una delle vittime al fine di incutergli timore, di Antonino Caridi, anch’egli allo stato detenuto, perché condannato per associazione mafiosa in qualità di esponente di vertice della cosca.

La determinazione degli indagati nel portare a termine i loro propositi criminali è stata evidenziata anche dalla volontà degli stessi, per come emerso dalle intercettazioni, di intraprendere azioni ritorsive nei confronti degli imprenditori che non si erano piegati alle loro richieste estorsive. In relazione a tale circostanza hanno palesato la disponibilità di una pistola e, pertanto, oltre al reato di tentata estorsione aggravata, viene contestato loro anche il reato di porto e detenzione abusiva di armi da fuoco. Con riguardo alla personalità degli indagati si evidenzia che Zindato Giovanni era già stato tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Alta Tensione”, condotta dalla Polizia di Stato nel 2010, con l’accusa di partecipe dell’associazione mafiosa ed in particolare con il ruolo di uomo di fiducia di Caridi Santo Giovanni. Con riferimento a tale contestazione la posizione di Zindato, dopo la condanna in primo e secondo grado, sarà oggetto di un nuovo processo innanzi alla Corte di Appello di Reggio Calabria, in quanto la Corte di Cassazione che ha disposto l’annullamento con rinvio della sua condanna.

Stilo. ‘Ndrangheta, 7 arresti. Duro colpo alla locale dello “Stilaro”

STILOI Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, nei confronti di 9 persone (di cui 7 in carcere e 2 agli arresti domiciliari), indagate a vario titolo per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, nonché produzione, traffico e detenzione illeciti di stupefacenti in concorso. Il provvedimento è il risultato di un’ampia e strutturata attività di indagine, condotta dalla Compagnia di Roccella Jonica e coordinata dalla D.D.A. reggina che, avvalendosi di risultanze investigative inerenti personaggi legati a vario titolo alla criminalità organizzata di Stilo e dei Comuni limitrofi, acquisite fin dal 2014, nonché del portato dichiarativo di un collaboratore di giustizia, traendo elementi dalle emergenze probatorie raccolte nell’ambito di separati procedimenti penali diretti dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Locri, aventi ad oggetto alcuni fatti delittuosi che nel passato avevano insanguinato l’area dello Stilaro – tra cui spiccano gli omicidi di Marcello Gerocitano nel 2005 e Giuseppe Gerace nel 2021 – ha consentito di disarticolare l’operatività di un presunto gruppo criminale di tipo mafioso.

IL GRUPPO ESERCITAVA UN CONTROLLO CAPILLARE SUL TERRITORIO

Il condizionamento mafioso è stato ritenuto particolarmente pregnante da parte del Giudice, il quale ha ritenuto le cosche – nella fase dell’esame cautelare – interessate a garantirsi il controllo del territorio con la solita metodologia delle imposizioni e dei condizionamenti violenti anche all’attività amministrativa pubblica, da tempo ormai si sono rese artefici della condizione di grave depressione che governa quelle aree calabresi, in tutto asservite alla prepotenza mafiosa che impone le proprie regole e opprime la popolazione con la violenza. In particolare, sarebbero stati accertati ruoli e gradi dei relativi appartenenti, perlopiù membri di una stessa famiglia, in seno a quella che può essere definita una nuova “locale di ‘ndrangheta”, attiva nel Comune di Stilo e confederata alla cosca dei Taverniti di Gerocarne, nel vibonese, tanto che un affiliato avrebbe ricevuto la “doppia dote” di “sgarrista” da entrambe le locali. Danneggiamenti, estorsioni, e pascoli abusivi sono i reati che avrebbero consentito alla citata consorteria di esercitare un capillare e opprimente controllo sul territorio di propria “competenza”, ingenerando, grazie anche alla disponibilità di armi, nella popolazione un diffuso timore e senso di omertà.

Tra i vari indagati per associazione di tipo mafioso vi è anche un appartenente alla cosca “Ruga – Gallace – Leuzzi”, storica organizzazione mafiosa opprimente l’alto Jonio reggino, basso catanzarese e zone limitrofe, che nel tempo avrebbe messo a disposizione degli associati i propri immobili per lo svolgimento dei riti di affiliazione alla ‘ndrangheta e rivestito, per conto della predetta consorteria criminale, il ruolo di referente territoriale nel Comune di Stilo con la dote di “vangelo”. Tale circostanza assume evidenza in occasione dei gravi eventi avvenuti a febbraio e a giugno del 2018 nei confronti di rappresentanti di quell’Ente comunale, consistenti rispettivamente nel danneggiamento con colpi d’arma da fuoco dell’auto di un Consigliere di minoranza e nell’incendio della casa rurale del Sindaco pro-tempore, allorquando, proprio in virtù del ruolo ricoperto, l’indagato veniva interessato da taluni soggetti legati alla criminalità organizzata di San Luca al fine di addivenire alla conoscenza degli autori degli episodi anzidetti.

Quanto all’amministrazione del Comune di Stilo, sottoposta dal 2018 a Commissione di indagine anche a seguito dei citati episodi delittuosi, nell’ambito dell’attività investigativa sono emersi elementi indiziari circa un abituale e arbitrario esercizio del pascolo abusivo sulla “pineta del Monte Consolino” e su un antico “castello medioevale”, area sottoposta a vincolo paesaggistico e considerata principale attrazione turistica del centro storico di Stilo, da parte dei membri della predetta consorteria mafiosa. Infine, durante la conduzione dell’inchiesta sono stati raccolti elementi indizianti circa l’esistenza di un’associazione dedita alla detenzione e cessione di sostanze stupefacenti del tipo cocaina e marijuana, attiva nei Comuni reggini di Placanica, Stignano, Pazzano e Caulonia, nonché la responsabilità, in capo ai relativi organizzatori, della realizzazione, nel luglio 2018 nel Comune di Pazzano, loc. Tizzana, di una piantagione di cannabis indica di 120 piante, sequestrata e distrutta dai Carabinieri d’intesa con l’Autorità giudiziaria. Quest’ultimo connubio associativo, anch’esso assai ben collaudato e, seppur scevro da condizionamenti mafiosi, è stato ritenuto capace di contribuire alla diffusione dell’agire illecito e malavitoso nelle aree di interesse.

‘Ndrangheta. Dal Brasile approvata l’estradizione del narcotrafficante Rocco Morabito

La prima sezione della Corte suprema del Brasile ha approvato l’estradizione in Italia di Rocco Morabito,il narcotrafficante della ‘ndrangheta considerato il secondo latitante piu’ pericoloso dopo Matteo Messina Denaro. Lo scrive il portale di notizie brasiliano Uol.

Nel maggio 2021, ricorda il portale, Morabito era stato arrestato dalla polizia federale a João Pessoa ed era stato trasferito nel penitenziario federale di Brasilia, dove è attualmente detenuto.

Nella sua ordinanza, la Corte suprema ha disposto che l”Italia rispetti alcuni requisiti richiesti dalla legislazione brasiliana in caso di estradizione, come la sottrazione da un’eventuale condanna della detenzione scontata in Brasile e l’applicazione di una pena massima di 30 anni di carcere.

APRILE

Sequestro da 11 milioni di euro a un imprenditore di Gioia Tauro

GIOIA TAURO – “Congelati” beni per 11 milioni di euro a un imprenditore di Gioia Tauro attivo nella raccolta e gestione di rifiuti speciali e metallici.
Ad agire i finanzieri del Comando provinciale – coordinati dalla Procura distrettuale reggina guidata da Giovanni Bombardieri -, in esecuzione di un provvedimento emanato dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria.

La figura criminale dell’imprenditore, del quale non vengono rese note le generalità, era emersa nell’ambito delle operazioni Malapigna(che aveva visto l’arresto del destinatario del provvedimento di prevenzione patrimoniale dell’odierno sequestroper vari capi d’imputazione, tra i quali l’essere ritenuto capo, promotore ed organizzatore della cosca Piromalli) e Rinascita-Scott (altra ordinanza di custodia cautelare in carcere per reati di mafia).

Nello specifico, la Procura distrettuale reggina ha delegato il Gico (Gruppo investigazione Criminalità organizzata) delle Fiamme gialle a svolgere apposita indagine a carattere economico/patrimoniale finalizzata all’applicazione, nei confronti del citato imprenditore, di una misura di prevenzione.
Ricostruite, così, le acquisizioni patrimoniali – dirette o indirette – effettuate dall’anno 1997 all’anno 2019: il patrimonio di cui il soggetto disponeva, anche indirettamente, risulta sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati al Fisco.

Per queste ragioni, la Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio ha disposto il sequestro dell’intero patrimonio riconducibile all’imprenditore e al suo nucleo familiare.
In dettaglio, si tratta del compendio aziendale di due società operanti nel settore della lavorazione di materiale ferroso; di una ditta individuale operante nel settore della raccolta e del trasporto di rifiuti speciali; di tre fabbricati; e poi di fondi obbligazionari, rapporti bancari e finanziari e relative disponibilità.

Reggio. Scarcerati Antonio e Francesco Pelle. I due favorirono la latitanza del boss Giuseppe Pelle

REGGIO CALABRIALasciano il carcere, Antonio Pelle, 36 anni, e Francesco Pelle, di 31. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale del Riesame che ha disposto i domiciliari per Marianna Barabaro, moglie del Giuseppe Pelle . I tre, insieme ad altre 5 persone, furono arrestati lo scorso 10 marzo nell’operazione “Defender” eseguita dalla squadra mobile reggina, con l’accusa di aver favorito la latitanza proprio di Giuseppe Pelle di San Luca, arrestato a Condofuri nell’aprile del 2018.

Gioia Tauro. Imprenditore agricolo scomparso, tre fermi tra cui la moglie

GIOIA TAUROI carabinieri hanno eseguito un provvedimento di «fermo di indiziato di delitto» nei confronti di tre persone ritenute responsabili della scomparsa di Agostino Ascone, l’imprenditore agricolo di cui non si hanno più notizie dallo scorso 27 dicembre. I tre accusati di omicidio sono, Ilaria Sturiale, moglie dell’imprenditore agricolo scomparso, Salvatore Antonio Figliuzzi, legato alla donna, e Giuseppe Trapasso, ritenuto complice dei due.

Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina, sono state effettuate, attraverso una serie di puntuali approfondimenti investigativi anche di natura tecnico- scientifica. I Carabinieri sono riusciti a ricostruire gli ultimi movimenti della vittima prima della sua scomparsa ed a individuare i soggetti che, allo stato degli atti, si assumono essere responsabili della sua morte e dell’occultamento del suo cadavere.

Il delitto appare maturato in un ambiente caratterizzato dal codice comportamentale della ‘ndrangheta, contraddistinto dal regime di omertà e dalla forza di intimidazione che i diretti interessati sono consapevoli di esercitare. L’ipotesi investigativa che ha condotto all’emissione del Decreto di fermo dovrà ora trovare una prima conferma da parte del Giudice per le indagini preliminari in sede di convalida.

Reggio. ‘Ndrangheta, infiltrazioni all’Asp: 4 assoluzioni e una condanna

REGGIO CALABRIAQuatto assoluzioni e una sola condanna. Si è concluso così il processo “Chirone”, celebrato con il rito abbreviato in aula bunker e nato da un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria sull’infiltrazione della cosca Piromalli nell’Azienda sanitaria provinciale. La sentenza del gup Vincenza Bellini ha sostanzialmente dato ragione agli imputati: sono stati assolti il caposala della Terapia intensiva dell’ospedale di Polistena Giuseppe Antonio Romeo, il ginecologo Antonino Coco, il dirigente medico dell’ospedale di Polistena Domenico Salvatore Forte e l’ex direttore del distretto Tirrenico dell’Asp di Reggio Calabria Salvatore Barillaro.

Per questi ultimi due, difesi rispettivamente dagli avvocati Carlo Morace e Domenico Ioffrida e dall’avvocato Francesco Cardone, è caduta l’accusa di concorso esterno con la ‘ndrangheta. Secondo il gup, infatti, il reato non sussiste. Dalle accuse di concorso esterno con le cosche Piromalli e Alvaro e di traffico di influenze è stato assolto anche il ginecologo Antonino Coco, difeso dagli avvocati Renato Vigna e Antonino Freno.

Con la formula «per non aver commesso il fatto», inoltre, Domenico Salvatore Forte è stato assolto anche dal reato di corruzione aggravata così come l’imputato Giuseppe Antonio Romeo, difeso da legale Michele Novella. Assistito dall’avvocato Caterina Malara, infine, il responsabile della farmacia degli ospedali di Melito Porto Salvo e Gioia Tauro Santo Cuzzocrea è stato condannato a 2 anni di carcere per corruzione. Nei suoi confronti, però, al termine del processo il gup Bellini ha escluso l’aggravante mafiosa. Tre delle quattro assoluzioni decise dal giudice per le udienze preliminari (quelle di Forte, Barillaro e Coco) erano state chieste dalla stessa Procura durante la requisitoria.

MAGGIO

Le ‘ndrine vogliono far saltare in aria Nicola Gratteri: scorta rafforzata

GERACE – Un progetto di attentato da parte della ‘ndrangheta ai danni del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. A rivelare l’allarme lanciato dai servizi di sicurezza di un Paese sudamericano – lì dove la ‘ndrangheta ha interessi enormi per l’ingentissimo volume del narcotraffico – e trasmesso ai Servizi segreti italiani è il Fatto Quotidiano, secondo cui probabilmente delle intenzioni si sarebbe arrivati a conoscenza «grazie a un’intercettazione».

Nello specifico, la perfida idea di morte delle ‘ndrine sarebbe di far saltare in aria l’auto dell’esperto magistrato, lungo il percorso che dalla sua abitazione conduce agli uffici giudiziari del capoluogo di regione.

La notizia di un progetto di attentato ha portato al rafforzamento della scorta del procuratore, che oltre alla scorta sarà adesso costantemente vigilato da agenti del Nocs: il Nucleo operativo centrale di sicurezza è un reparto speciale della Polizia di Stato, solitamente attivato per operazioni definite ad alto rischio.

Intanto, il Copasir ha attivato le procedure informative per acquisire informazioni dopo la notizia di stampa.
«Ho telefonato questa mattina al procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, per esprimergli piena solidarietà e vicinanza anche a nome di tutto il Copasir – afferma in un tweetil presidente del Copasir Adolfo Urso -. Nell’occasione, ho ribadito l’impegno del Comitato sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, a tutela della Sicurezza nazionale. Siamo tutti consapevoli di quanto importante sia la risposta comune delle istituzioni, la storia ce lo insegna”.

‘Ndrangheta, 43 misure cautelari a Reggio Calabria, a Roma e in altre città calabresi e laziali

REGGIO CALABRIA – In corso d’esecuzione a Roma e provincia, in altre località laziali, a Reggio Calabria e in altre città calabresi 43 misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale capitolino, su disposizione della Dda romana, nel contesto della cosiddetta operazione Propaggine.
Alcuni di questi soggetti sono gravemente indiziati di far parte di una “locale” di ‘ndrangheta radicata sul territorio della Capitale, finalizzata ad acquisire la gestione e il controllo d’attività economiche nel settore ittico e del ritiro delle pelli, della panificazione come degli olii esausti come della pasticceria. La caratteristica peculiare sarebbe il sistematico ricorso a intestazioni fittizie per occultare poi la reale titolarità delle attività acquisite.

Le indagini sviluppate dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Roma focalizzerebbero un’associazione ‘ndranghetista volta pure a commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità individuale e in materia di armi, “cementando” il proprio strapotere sul territorio anche attraverso specifiche alleanze con altre cosche.

Tuttora in corso l’esecuzione di perquisizioni e sequestri, ma pure di misure cautelari disposte dal
giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Reggio Calabria
su richiesta della Dda reggina, alla luce del coordinamento investigativo con la Direzione distrettuale antimafia di Roma.

Operazione “Propaggine”, così agivano gli Alvaro-Penna nella Capitale

REGGIO CALABRIA – A Roma, proseguono gli atti dell’operazione Propaggine, che hanno visto il gip del Tribunale capitolino spiccare 43 mandati di cattura (38 in carcere, arresti domiciliari per 5 persone).

Numerosi i reati ipotizzati: associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa e narcotraffico, estorsione aggravata e detenzione illegale d’armi, fittizia intestazione di beni e truffa aggravata ai danni dello Stato, peculato aggravato e reimpiego aggravato di somme di denaro di provenienza delittuosa, riciclaggio aggravato, favoreggiamento aggravato, e procurata inosservanza di pena.

Meta: il dominio in vari settori economici

Da sei anni a questa parte, le indagini svolte dalla Direzione investigativa antimafia col coordinamento della Dda di Roma hanno chiarito che nella Capitale era stato allestito un “distaccamento” della locale di Sinopoli volta all’acquisizione del controllo e della gestione d’attività economiche nei segmenti produttivi più svariati con successivo, sistematico ricorso alla “schermatura” di prestanome; alla perpetrazione di reati contro il patrimonio, contro la vita e la pubblica incolumità; all’affermazione dell’egemonia sul territorio – «in particolare nel settore della ristorazione, dei bar e della panificazione» – anche mediante alleanze con altri clan malavitose; all’ottenimento, in ogni modo, d’«ingiuste utilità».

Fino al settembre 2015, a quanto risulta dalle indagini svolte, una locale di ‘ndrangheta nella Capitale non esisteva. Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro sono stati poi chiamati a guidare la propaggine romana degli Alvaro-Penna direttamente dal Crimine (o Provincia: l’organo collegiale apicale della ‘ndrangheta).

“Esportati” a Roma riti e linguaggi tipici delle ‘ndrine

Autorizzazione e diarchia Carzo-Alvaro sarebbero state entrambe decise dalla “casamadre” sinopolese.
E al di là della cappa oppressiva e della capacità intimidatoria tipiche d’ogni forma di criminalità organizzata, al di là degli stessi singoli reati – anche violenti – commessi, la cosa che colpisce è che la locale capitolina agiva mutuando pedissequamente «linguaggi, riti, doti, tipologia di reati tipici della criminalità della terra d’origine».

Due sottogruppi in azione nella Capitale

Nei fatti, avevano vita e agivano due sottogruppi, uno guidato da Alvaro e l’altro guidato da Carzo.

Quello capeggiato da Vincenzo Alvaro – composto da calabresi – era operativo su Roma almeno dal 2004-2005, risulta agli investigatori: col passare degli anni, gli altri nuclei criminali presenti sul territorio avevano imparato a conoscerne i metodi e a temerne la capacità criminale. La sua specializzazione era l’investimento d’ingentissime somme di denaro in attività commerciali intestate a prestanome.

Quanto a Carzo, in passato subì una condanna passata in giudicato a 13 anni di reclusione – in parte trascorsi in regime di carcere duro, il “41-bis” – per associazione mafiosa «con ruolo di direzione» e detenzione di un fucile Spass. Una volta scarcerato per fine pena, dal marzo 2014 si trasferì nella Capitale e proprio il suo arrivo a Roma, stando alle risultanze investigative, avrebbe determinato le condizioni ideali per la costituzione di una locale di ‘ndrangheta nella Capitale.

Messi a segno anche 24 sequestri

Questo “distaccamento” romano aveva il compito precipuo di reinvestire somme enormi ottenute tramite altre azioni criminose, anziché mirare al controllo del territorio; ma non disdegnava di compiere altre azioni delittuose, dalle estorsioni allo spaccio di droga.

Proprio per questo, sono stati messi a segno su disposizione del giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma 24 sequestri nei confronti di una lunga serie di società e imprese individuali di recentissima costituzione: peculiarità comune, l’intestazione fittizia a “teste di legno”.
Ma l’allargamento della locale romana ad altri settori produttivi – dalle autoconcessionarie alle sale biliardo fino ai coiffeur – rispetto a quelli inizialmente presi di mira era vorticoso e apparentemente inarrestabile.

Arrestati anche due professionisti ritenuti al soldo dei clan

Quanto al “troncone” investigativo di competenza della Dda di Roma, peraltro, sono stati raggiunti da misura cautelare anche due presunti appartenenti alla zona grigia: professionisti che si sarebbero posti al soldo dei clan.
Si tratta di un commercialista arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa e di un funzionario di banca finito ai domiciliari per favoreggiamento aggravato.

Come già posto in evidenza, la Dia ha agito col supporto della rete @ON e la Direzione distrettuale antimafia capitolina ha posto in essere un coordinamento investigativo con la Dda di Reggio Calabria, che ha ottenuto dal gip reggino l’arresto di ulteriori 34 soggetti.
Tuttora in corso perquisizioni domiciliari e presso le sedi di società e aziende oggetto d’intestazioni fittizie.

Operazione “Propaggine”, le redini della cosca saldamente in mano agli Alvaro di Sinopoli

REGGIO CALABRIA – Arrestati sette Alvaro, tre Penna e altre 24 persone tra le quali il sindaco di Cosoleto Antonino Gioffrè.
Questo il bilancio dell’operazione Propaggine, quanto al troncone d’indagine di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, evidentemente condotta in strettissima sinergia con la Dda di Roma, che nell’altro troncone di Propaggine ha messo a segno altre 43 misure cautelari (38 misure di custodia cautelare in carcere, arresti in casa per altri 5 soggetti). Ad agire, gli uomini della Dia (la Direzione investigativa antimafia), col supporto di personale delle questure e dei Comandi provinciali dei Carabinieri e della Guardia di finanza di Reggio e della Capitale.

Lo scambio elettorale politico-mafioso e le armi da guerra

Delle 34 persone arrestate, cinque sono state assegnate agli arresti domiciliari.
Le accuse sono associazione mafiosa, scambio elettorale politico-mafioso, favoreggiamento commesso al fine d’agevolare l’attività del sodalizio mafioso, detenzione e vendita d’armi comuni da sparo e armi da guerra, con l’aggravante della finalità mafiosa.

L’inchiesta è partita da Roma nel 2016, sviluppata dal Centro operativo romano della Dia e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia capitolina. I tanti punti di contatto con soggetti calabresi operanti a Sinopoli, Cosoleto e altrove hanno indotto a proseguire nell’inchiesta in un troncone a cura della Dda reggina.

Le “chiavi” a Carmine Alvaro ‘u cuvertuni

Carmine Alvaro detto ‘u cuvertuni, capolocale di Sinopoli, avrebbe avuto le redini della cosca in combutta con la ‘ndrangheta da export presente nella Capitale insieme a Francesco Ciccio Testazza Alvaro, l’85enne Antonio ‘u massaru Alvaro – ai domiciliari in ragione dell’età avanzata –, Nicola ‘u beccausu Alvaro e Domenico Carzo detto Scarpacotta.

Preminente dunque il ruolo nell’inchiesta della locale di Sinopoli in mano agli Alvaro-Penna. E gli sviluppi investigativi hanno avuto modo di chiarire come, in termini territoriali, la ‘ndrina sia egemone pure nel non lontano paese aspromontano di Cosoleto, benché nel piccolo centro tirrenico via sia una locale del tutto autonoma nelle attività illecite ordinarie, ma «funzionalmente dipendente da quello di Sinopoli».

Roma, autonomia limitata

Una sorta di distaccamento autonomo avrebbe invece costituito la locale di Roma, connotata da ampia autonomia gestionale ma sempre dipendente da quella sinopolese, peraltro interpellata in caso di dissidi da dirimere o per «l’adozione di decisioni concernenti l’assetto della gerarchia criminosa» nella Capitale.

E in effetti le cose sarebbero andate esattamente così quanto all’avvicendamento delle nuove leve nella gestione della locale di Cosoleto – i cui capi erano ormai anziani –, ai risvolti derivanti dalle dichiarazioni di alcuni “pentiti” o anche rispetto alla cura dei rapporti coi vertici della “propaggine” (appunto) romana, affidata a Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo.

Vecchi codici e …moderna prudenza

E peraltro, nella Capitale erano stati “esportati” anche riti e linguaggi tipici della ‘ndrangheta, secondo quanto risulta agli inquirenti. Ancora, Alvaro e Carzo limitavano più possibile i loro incontri fisici coi vertici calabresi della ‘ndrina, facendoli coincidere con peculiari eventi come matrimoni e funerali; in caso d’eventuali urgenze, gli incontri erano concordati con la mediazione di messaggeri.

Come appurato dall’inchiesta – eseguita dagli uomini della Direzione investigativa antimafia col supporto della rete @ON, ha visto l’attivazione di un coordinamento investigativo tra le Dda di Reggio Calabria e di Roma –, alcuni degli arrestati odierni sono già stati condannati con sentenze passate in giudicato quali appartenenti alla cosca Alvaro di Sinopoli.
Tuttora in corso, peraltro, attività di perquisizione domiciliare e d’acquisizione di materiale ritenuto di rilievo probatorio.

Il “caso Cosoleto”: il capolocaledi Roma sponsor di Gioffrè?

Quanto poi alle cointeressenze rispetto alla gestione di Amministrazioni pubbliche, il centro di potere interessato sarebbe il Comune di Cosoleto. Alle Comunali 2018 nel piccolo centro tirrenico il capolocale romano Antonio Carzo avrebbe sponsorizzato attivamente Antonino Gioffrè, poi effettivamente eletto sindaco.

GIUGNO

Droga. Sequestrate 4 tonnellate di cocaina, 38 arresti tra l’Europa e la Colombia

ROMA – 38 persone tra Italia, Slovenia, Croazia, Bulgaria, Olanda e Colombia, sono state tratte in arresto con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Le attività investigative, protratte da più di un anno ed iniziate con la cooperazione della Magistratura e della Polizia Colombiana, unitamente all’Agenzia statunitense Homeland Security Investigations, hanno consentito di ricostruire la fitta rete di rapporti tra i produttori di cocaina sudamericani e gli acquirenti sul territorio nazionale ed europeo, facenti capo a noti contesti di criminalità organizzata operanti in Veneto, Lombardia, Lazio e Calabria.

Nel mezzo della filiera di distribuzione, inoltre, sono stati individuati importanti broker e grossisti nonché vari addetti al trasporto, tutti oggetto delle odierne misure restrittive. Non solo investigazioni tecniche e di tipo classico: le evidenze probatorie, in questo caso, sono state raccolte anche mediante l’uso di agenti “sotto copertura”, che si sono infiltrati nell’organizzazione simulando di gestire la parte logistica dei traffici. La raccolta delle prove è stata resa possibile attraverso ben 19 “consegne controllate” consecutive, sviluppatesi fra maggio 2021 ed il maggio 2022, grazie alle quali sono stati individuati importanti mediatori nel sistema del narcotraffico mondiale e un cospicuo numero di vettori che operavano sia in territorio nazionale che estero.

OLTRE 4 TONNELLATE DI COCAINA SEQUESTRATA

Sono 4.300 i kg netti di cocaina sottoposta a sequestro (uno dei più grandi sequestri mai avvenuti in Europa), che si stima pagata circa 96 milioni di euro dai gruppi criminali acquirenti. Sul mercato italiano, invece, la vendita al dettaglio ne avrebbe più che duplicato il valore finale, arrivando ad un prezzo di almeno 240 milioni di euro.

Nel corso dell’operazione, oltre a diversi veicoli, tra cui un TIR ed un SUV del valore di oltre 100mila euro, sono stati sottoposti a sequestro anche 1.850.000 euro in contanti: ingenti risorse finanziarie e patrimoniali sottratte oggi alla disponibilità di agguerrite organizzazioni criminali grazie al lavoro degli specialisti della Guardia di finanza, che hanno agito a stretto contatto ed in perfetta unità d’intenti con l’Autorità Giudiziaria. I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà in data odierna presso l’ufficio del Procuratore della Repubblica di Trieste, Antonio De Nicolo, alle ore 11:30.

Reggio. Omicidio Francesco Cuzzocrea, arrestato il cugino

REGGIO CALABRIA – Questa mattina un uomo di 53 anni di Reggio Calabria è stato tratto in arresto dai carabinieri.Il cinquantatreenne (cugino della vittima) è ritenuto responsabile dell’omicidio perpetrato ai danni di Francesco Cuzzocrea, detto Nicola, che la sera del 20 ottobre 2019 venne ucciso mediante l’esplosione di diversi colpi d’arma da fuoco mentre era intento a manovrare l’impianto di irrigazione posto sul terreno di sua proprietà, in prossimità della propria abitazione presso la frazione Rosario Valanidi di Reggio Calabria. Il corpo di Francesco Cuzzocrea venne rinvenuto senza vita intorno alle 19:00, riverso per terra all’interno dell’agrumeto di proprietà del padre, in una zona agricola piuttosto isolata e disabitata a qualche centinaio di metri di distanza dall’abitazione della vittima, su segnalazione dei familiari stessi. Fondamentali si sono rilevate le iniziali attività di sopralluogo, l’acquisizione di molteplici dichiarazioni assunte da persone informate sui fatti e dallo stesso indagato, l’acquisizione e l’esame delle immagini estrapolate da sistemi di videosorveglianza, oltre ad attività tecniche di intercettazione telefonica ed ambientale e accertamenti tecnici balistici da parte del RIS.

Tutti questi elementi, hanno consentito di ricostruire le varie fasi del delitto e, quindi, di identificarne con qualificata probabilità il responsabile nell’odierno destinatario della misura cautelare. Il quadro indiziario, ha permesso quindi di raccogliere un dettagliato scenario probatorio a carico del responsabile oltre che di stabilirne con tutta probabilità, una situazione di risalente e aspra contrapposizione, dovuta a ragioni personali, familiari ed economiche, tra l’indagato e la vittima che, seppur in una prospettiva di inconcepibile escalation, ha evidentemente portato l’odierno arrestato ad un gesto così estremo e definitivo come l’uccisione del cugino.

Reggio. Operazione “Rail verde”, eseguiti 16 arresti per produzione e spaccio di droga

REGGIO CALABRIA – I Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza , con l’ausilio di unità cinofile e la collaborazione delle Fiamme Gialle di Livorno, Olbia, e della Sezione Aerea di Lamezia Terme, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di misure cautelari personali nei confronti di 16 soggetti
per detenzione e spaccio di stupefacenti di tipo marijuana.

In particolare con il provvedimento è stata disposta la custodia cautelare in carcere nei confronti di 12 persone e il divieto di dimora nei confronti degli altri 4 soggetti. I soggetti colpiti dalla misura sono dieci di origine italiana, residenti a Gioia Tauro, Rosarno e Palmi, un liberiano, un senegalese e quattro ghanesi, di cui uno risulta tuttora percettore di reddito di cittadinanza, beneficio che verrà immediatamente sospeso, così come previsto dalla normativa vigente.

Ai 16 indagati vengono provvisoriamente contestati, a vario titolo, i reati di produzione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, di combustione illecita di rifiuti pericolosi, di resistenza a pubblico ufficiale, di evasione e furto, fatti salvi ulteriori approfondimenti che saranno eseguiti, anche in favore degli indagati, nel corso del procedimento che attualmente pende nella fase delle indagini preliminari, e la conferma delle ipotesi investigative sinora formulate negli eventuali successivi gradi di giudizio.

L’operazione di servizio, convenzionalmente denominata “Rail Verde” ed eseguita dal Gruppo di Gioia Tauro ha permesso di scoprire le condotte illecite dei soggetti, i quali avrebbero incentrato la propria attività criminale sulla “marijuana” di cui curavano la coltivazione, il “controllo di qualità”, la preparazione all’immissione in vendita ed infine l’immissione sul mercato.

L’indagine ha origine nel giugno 2021 allorquando un elicottero della Sezione Aerea della Guardia di Finanza di Lamezia Terme ha individuato una vasta piantagione di marijuana, situata su un terreno demaniale del Comune di Gioia Tauro nei pressi del termovalorizzatore.

I Finanzieri intervenuti sul posto hanno rinvenuto e sottoposto a sequestro 1.219 piante di cannabis e 14 kg di infiorescenze, per un totale di sostanza stupefacente di tipo marijuana poi risultata essere pari a 795,95 kg. Le indagini hanno consentito di ricostruire come la piantagione fosse irrigata tramite un sofisticato sistema “a goccia”, costantemente vigilata dagli indagati. Uno di questi, in particolare, si sarebbe recato giornalmente sul posto evadendo dagli arresti domiciliari disposti nei suoi confronti nell’ambito di altro procedimento penale, accedendovi attraverso la linea ferroviaria che costeggia il terreno.

Alcuni tra gli indagati, inconsapevoli di essere monitorati dagli investigatori, nell’imminenza dell’intervento che ha portato al sequestro, hanno tentato di dileguarsi tra i campi del “Bosco di Rosarno” mentre altri si sono dati ad una spericolata fuga fra le trazzere, a bordo di un mezzo inseguito dalle auto della Guardia di Finanza. Fuga terminata con un rovinoso incidente. Altri soggetti, invece, hanno provato a distruggere le piantine dando fuoco alla piantagione e costringendo i Finanzieri sul posto a mettere in sicurezza dall’incendio il terreno e le coltivazioni nelle adiacenze.

Le indagini hanno consentito, inoltre, di individuare il luogo di deposito, di lavorazione ed essiccazione dello stupefacente dal quale gli indagati scambiavano foto, anche selfie, via WhatsApp. Sono state ricostruite decine di operazioni di spaccio tra Gioia Tauro e Livorno, effettuate anche in pieno giorno ed in zone perfino frequentate da bambini.

LUGLIO

Reggio Calabria. ‘Ndrangheta, due arresti per un omicidio compiuto 18 anni fa

REGGIO CALABRIA – Due ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite questa mattina dai carabinieri per un delitto di ‘ndrangheta commesso 18 anni fa nel Torinese. Il caso, su cui hanno lavorato i carabinieri del Ris di Parma avvalendosi di nuove metodologie scientifiche di indagine, è quello di Giuseppe Gioffrè, ucciso l’11 luglio 2004 a San Mauro, alle porte del capoluogo piemontese. La vittima era originaria di Sant’Eufemia d’Aspromonte e risiedeva nel paese. Il movente sarebbe da ricercare in una faida risalente agli anni Sessanta.

Le misure sono state eseguite in provincia di Reggio Calabria e Parma nei confronti di due pregiudicati (di cui uno detenuto a Parma per altra causa), affiliati alla ‘ndrangheta e ritenuti gravemente indiziati dell’omicidio di Gioffrè. Nelle indagini svolte all’epoca dei fatti dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Torino, erano emerse la responsabilità dell’omicidio in capo a Stefano Alvaro, condannato poi a 21 anni in via definitiva e ritenuto membro di un gruppo di fuoco composto da almeno altri due complici all’epoca rimasti ignoti.

I successivi accertamenti di natura tecnico-scientifica, effettuati nel maggio 2021 dal Ris di Parma con l’ausilio di nuove tecnologie informatico – dattiloscopiche su alcuni reperti rinvenuti nei pressi dell’auto bruciata utilizzata per commettere il delitto, hanno consentito di individuare nuovi elementi indiziari, che hanno portato all’identificazione degli altri presunti componenti del gruppo di fuoco responsabili dell’omicidio, il cui movente secondo la ricostruzione accusatoria sarebbe da ricondurre a una faida risalente agli anni ’60, quando Gioffrè, a conclusione di una disputa per ragioni commerciali, uccise due esponenti della cosca Dalmato-Alvaro.

Smembrato clan specializzato in narcotraffico ed estorsioni: 29 arresti da Udine a Reggio Calabria

REGGIO CALABRIA – Questa mattina, nelle province di Reggio Calabria, Pavia, Udine, Terni e Catanzaro i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno dato esecuzione a un’ordinanza di applicazione di misura cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri), nei confronti di 29 soggetti.

Le persone coinvolte nell’operazione – denominata New Generation-Riscatto – sono accusate d’aver fatto parte a vario titolo di un’articolata associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alla produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanza stupefacente, detenzione di armi e munizioni, danneggiamento, estorsione pluriaggravata, traffico e spaccio di banconote false.

Roma. Rocco Morabito (a sorpresa) estradato dal Brasile, deve scontare 30 anni

ROMA – Rocco Morabito, questa mattina è atterrato all’aeroporto di Roma – Ciampino estradato dal Brasile, dove era stato arrestato il 25 maggio 2021 dalla polizia federale brasiliana, nel corso di un’operazione congiunta con i Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Reggio Calabria,
supportati dal Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia – progetto I-Can (Interpol Cooperation
Against ‘ndrangheta) e dalle agenzie statunitensi Dea e Fbi. Le indagini sono state coordinate dalla
Procura della Repubblica di Reggio Calabria, diretta da Giovanni Bombardieri.

Morabito, tratto in arresto in forza di un provvedimento restrittivo, deve scontare una pena definitiva a 30 anni di reclusione per reati in materia di stupefacenti. Morabito, detto “U Tamunga”, è considerato uno dei massimi broker del narcotraffico internazionale, era inserito nella lista dei latitanti di massima pericolosità facenti parte del “programma speciale di ricerca” del Ministero dell’Interno.

E’ legato da vincoli di parentela con il noto esponente di vertice della ‘ndrangheta Giuseppe Morabito “Tiradritto”, ed è stato al centro di una complessa vicenda investigativa: arrestato in Uruguay nel settembre 2017 dal Ros dopo 23 anni di latitanza, il 24 giugno 2019 era riuscito ad evadere da un penitenziario di Montevideo, quando era in attesa di estradizione verso l’Italia. Da quel momento se
ne erano perse le tracce.

La svolta nelle indagini dei Carabinieri si è avuta nel maggio 2021 allorquando le complesse
investigazioni di respiro internazionale, sviluppate anche attraverso il monitoraggio delle scie telematiche,
hanno permesso di localizzare il latitante a João Pessoa, dove è stato rintracciato in compagnia di un altro
ricercato di ‘ndrangheta, Vincenzo Pasquino. Questo, era a sua volta ricercato dal Comando Provinciale
Carabinieri di Torino che stava conducendo parallele indagini.

La sinergia investigativa tra i reparti dell’Arma dei Carabinieri e la Polizia Federale brasiliana, in costante
raccordo operativo con il Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia – progetto I-Can e con il
supporto delle agenzie statunitensi Dea e Fbi, ha ulteriormente confermato come la fattiva e intensa
collaborazione investigativa tra forze di polizia possa portare a colpire i più importanti esponenti del
narcotraffico che operano in una dimensione transnazionale.

La rapidità delle procedure di estradizione, che sembravano essersi arenate a causa di un procedimento
penale aperto dalla Magistratura di San Paolo nei confronti di Morabito, è stata resa possibile grazie
all’intensa attività di raccordo tra l’Ambasciata d’Italia in Brasile, il Progetto I-Can e le Autorità
brasiliane. Il Progetto I-Can, promosso e finanziato dall’Italia attraverso Interpol, ha costituito una rete
di 13 Paesi in tutto il mondo per il contrasto alla minaccia globale costituita dalla ‘ndrangheta.

Reggio. Inchiesta Crypto, chiesto il rinvio a giudizio per 67 persone

REGGIO CALABRIA – La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio per 67 persone coinvolti nell’inchiesta “Crypto” condotta sulla base delle indagini svolte dalla Guardia di finanza che nel settembre dello scorso anno aveva arrestato 43 persone coinvolte in un traffico internazionale di droga gestito dalla cosca di ‘ndrangheta Cacciola-Certo-Pronestì di Rosarno.

L’udienza preliminare è stata fissata il 26 luglio davanti al Gup distrettuale Giovanna Sergi. L’inchiesta “Crypto” ha preso le mosse dall’operazione “Gerry” che, nel 2017, consentì di sgominare un’organizzazione composta da elementi di vertice delle cosche Molé-Piromalli di Gioia Tauro e Pesce-Bellocco di Rosarno. Sviluppando quell’attività investigativa la Dda reggina, diretta da Giovanni Bombardieri, è risalita a una consorteria criminale transnazionale capace di importare ingenti quantitativi di cocaina dal nord Europa e dalla Spagna e di piazzarla in Italia e all’estero.

Promotori del traffico, secondo l’accusa, sarebbero stati Giuseppe Cacciola, Nicola e Domenico Certo e Rocco Antonio Fedele. L’organizzazione di presunti trafficanti di droga avrebbe avuto a disposizione anche una flotta di automezzi anche pesanti per fare giungere a destinazione la droga. Le persone coinvolte nell’operazione avrebbero potuto contare, inoltre, sull’utilizzo di schede telefoniche tedesche e sulla possibilità di recuperare e modificare ad hoc auto dotate di doppi fondi in modo da renderle “impermeabili” ai controlli.

Tra i 67 per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio c’è Marco Paladino, ritenuto legato alla cosca Gallace di Guardavalle (Catanzaro) e stabilmente residente in Germania. Secondo gli inquirenti, Paladino avrebbe svolto sia il ruolo di corriere che quello di procacciatore di partite di cocaina provenienti dal nord Europa.

AGOSTO

Rosarno. Scoperte 5 piantagioni di marijuana per un valore di oltre 500.000 euro

ROSARNO – Nei giorni scorsi, i Carabinieri della Compagnia di Gioia tauro hanno portato a termine nelle campagne del Comune di Rosarno, una serie di mirati controlli finalizzati al contrasto della coltivazione e produzione di sostanze stupefacenti che ha portato all’individuazione di 5 piantagioni, al sequestro di oltre 18.000 piante di marijuana, di più di 270 kg di sostanza stupefacente di vario tipo e all’arresto di 11 persone appartenenti alla criminalità locale.

Nello specifico, i carabinieri della Tenenza di Rosarno unitamente a personale della componente investigativa della Compagnia di Gioia Tauro, ai comparti forestale presenti sul territorio e dello squadrone Cacciatori di Calabria, al termine di una serie di specifici servizi di osservazione occulta da posizione favorevole condotti tra le campagne del Comune di Rosarno, sono riusciti a individuare 5 piantagioni coltivate e perfettamente mimetizzate tra le colture ad alto fusto delle campagne rosarnesi.

Una settimana di accessi nei fondi del Comune di Rosarno che ha portato al sequestro e, in alcuni casi alla distruzione sul posto, di oltre 18.000 piante di marijuana del tipo olandese nano, di quasi 5000 tra steli ed arbusti e di quasi 300 chilogrammi di sostanza stupefacente di vario genere già pronta al mercato al dettaglio.

Piantagioni nascoste da colture ad alto fusto, da teli agricoli nonché steli o fusto in alcuni casi sfrondati, ripuliti e riposti in sacchi o bidoni successivamente interrati. Questi gli accorgimenti adottati dalla criminalità locale che però non hanno impedito ai Carabinieri della Tenenza di Rosarno di accorgersi della presenza delle piantagioni e che al termine dello specifico servizio di osservazione, dopo aver atteso il momento propizio per accedere nei fondi, hanno tratto in arresto 11 persone appartenenti alla criminalità locale, alcune delle quali già note ai militari della Benemerita.

Parte delle piante è stata campionata così come previsto dalla legge per il successivo invio ai laboratori per gli accertamenti tossicologici , altra posta sotto sequestro dall’Autorità giudiziaria o distrutta sul posto. Sequestrata dai militari operanti anche la sofisticata attrezzatura utilizzata per la coltivazione e la lavorazione delle piante, quali temporizzatori digitali per l’avvio dell’irrigazione o trimmer per la potatura automatica della canapa. Da una prima stima delle piante sequestrate e della sostanza stupefacente recuperata, si è calcolato che, se vendute al dettaglio, “al grammo”, avrebbero potuto fruttare quasi 550,000 euro.

La componente territoriale della Benemerita rappresentata dalla Tenenza di Rosarno unitamente a quella investigativa della Compagnia di Gioia Tauro e specialistica rappresentata dai Carabinieri Forestale della Piana e dallo Squadrone Carabinieri Cacciatori di Calabria, nel rispetto delle reciproche competenze e responsabilità, hanno dato prova di una fattiva collaborazione avente come scopo un’efficienza investigativa che fosse in grado di imprimere maggiore incisività alle azioni di contrasto all’illegalità e l’aumento del livello di sicurezza del territorio nell’interesse della collettività. Il risultato dell’azione svolta nelle campagne rosarnese durante i giorni scorsi ha confermato l’efficacia di questa collaborazione.

Villa San Giovanni, 45enne arrestato dalla Polfer: sconterà una condanna da 4 anni e 7 mesi

Nell’ambito dei servizi specifici effettuati dal Compartimento di Polizia Ferroviaria per la Calabria di Reggio Calabria, nei giorni scorsi, un uomo di 45 anni di nazionalità italiana è stato arrestato in quanto destinatario di un ordine di carcerazione, emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata, per una pena di quattro anni e sette mesi di reclusione per i reati di furto aggravato e attentato alla sicurezza dei trasporti.

“Beccato” a bordo di un treno Roma-Reggio Calabria

L’attività è stata effettuata dagli agenti della sezione Polizia ferroviaria di Villa San Giovanni, in servizio di controllo a bordo di un treno a lunga percorrenza partito da Roma con destinazione Reggio Calabria.
L’uomo è stato notato salire furtivamente a bordo del treno nella stazione ferroviaria di Salerno e gli Agenti della Polizia di Stato, dopo un’accurata ispezione dei vagoni, lo hanno rintracciato all’interno dei locali caldaie, dove si era nascosto nel tentativo di sfuggire ad un eventuale controllo.

A seguito di perquisizione è stato trovato in possesso di una chiave c.d. “tripla” in uso al personale ferroviario per l’apertura delle serrature dei treni, custodita all’interno di un marsupio.

L’arrestato risponderà anche d’aver fornito false generalità e di possesso ingiustificato di chiavi

L’uomo, all’atto del controllo, ha dichiarato generalità che, all’esito dei rilievi fotodattiloscopici, effettuati presso il Gabinetto regionale di Polizia scientifica di Reggio Calabria, sono risultate false. Verificata quindi la reale identità dell’uomo, i controlli hanno fatto emergere che a suo carico vi erano numerosi precedenti di polizia e l’ordine di carcerazione per il quale è stato arrestato.

Il soggetto, condotto presso la Casa circondariale di Reggio Calabria, è stato anche denunciato per i reati di falsa attestazione o dichiarazione a un Pubblico Ufficiale sull’identità personale e per possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli.

Reggio, maxisequestro da tre milioni e mezzo a un imprenditore: due milioni erano in contanti

REGGIO CALABRIA – Un megasequestro da tre milioni e mezzo di euro – dei quali addirittura due milioni di euro in contanti, in banconote – è stato eseguito dai militari del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia reggina (procuratore distrettuale, Giovanni Bombardieri).

Destinatario, un imprenditore che commercia in carburanti

Il provvedimento relativo all’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale è stato emesso dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria: destinatario, un imprenditore reggino attivo nel settore del commercio carburanti.

Il riferimento operato dalle Fiamme gialle è all’operazione Andrea Doria – poi ribattezzata Petrolmafie-, vide poco meno di 700 persone indagate complessivamente; in quel contesto, gli investigatori trovarono appunto due milioni di euro in contanti, riposti in due valigie, nell’abitazione del broker Giuseppe De Lorenzo, considerato dagli inquirenti vicino alla cosca Labate.

L’operazione “Andrea Doria”, poi “Petrolmafie”

L’operazione, ricordano i finanzieri, consentì di scoperchiare l’esistenza di una struttura organizzata, attiva nel commercio di prodotti petroliferi, dotata di un meccanismo ben collaudato con lo scopo principale di evadere le imposte, in modo fraudolento e sistematico, attraverso l’emissione e l’improprio utilizzo delle c.d. “dichiarazioni di Intento”.
In particolare, sotto la direzione strategica di un commercialista campano e con la comprovata compiacenza di soggetti esercenti depositi fiscali e commerciali ubicati in Calabria e Puglia, le organizzazioni criminali avrebbero realizzato il controllo dell’intera filiera della distribuzione del prodotto petrolifero, dal deposito fiscale ai distributori stradali.

Il soggetto cui sono stati sequestrati i due milioni di euro fu poi rinviato a giudizio per associazione per delinquere finalizzata alla commissione di delitti contro il patrimonio, nonché per trasferimento fraudolento di valori aggravato dalla finalità di agevolare l’attività della ‘ndrangheta ed in particolare – appunto – della ‘ndrina Labate.

Le indagini patrimoniali del Gico

A svolgere le specifiche indagini economico-patrimoniali gli uomini del Gico(Gruppo investigazione Criminalità organizzata) delle Fiamme gialle. Ricostruite così le acquisizioni patrimoniali effettuate dall’anno 2000 all’anno 2020, verificando – attraverso una complessa e articolata attività di accertamento e riscontro documentale – il patrimonio nella disponibilità del medesimo, direttamente o indirettamente, il cui valore, secondo gli inquirenti, risultava essere decisamente sproporzionato rispetto alla capacità reddituale dell’imprenditore.

I beni sequestrati

Alla luce di tali evidenze, la Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria – allo stato del procedimento ed impregiudicata ogni diversa successiva valutazione nel merito – disponeva l’applicazione della misura di prevenzione del sequestro del patrimonio riconducibile al proposto nonché al rispettivo nucleo familiare per un valore complessivo stimato in circa 3,5 milioni di euro, costituito dall’intero compendio aziendale di n. 3 società di capitali, quote di un’ulteriore società, 1 fabbricato, 2 terreni, beni mobili, rapporti bancari e finanziari e relative disponibilità.

Peraltro, nell’ambito del sequestro figura contante per euro 2.101.580,00, rinvenuto dai finanzieri, suddiviso in mazzette cautelate con del cellophane ed occultato in due valigie nascoste in un garage nella disponibilità dell’imprenditore medesimo.

Reggio. Inchiesta “Breakfast”, revocati gli arresti e il sequestro di beni a Matacena

REGGIO CALABRIA – È stata revocata l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nell’ambito dell’inchiesta “Breakfast”, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, a carico dell’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

La revoca è stata disposta dal Gip distrettuale di Reggio Calabria, Vincenza Bellini, con il parere contrario della Dda. Il Gip ha accolto l’istanza presentata dai difensori di Matacena, Marco Tullio Martino e Renato Vigna. Il giudice ha anche disposto il dissequestro dei beni di Matacena, che è da anni rifugiato a Dubai, negli Emirati arabi.

Il dissequestro dei beni di Matacena è stato motivato dal Gip dal lungo tempo trascorso dalla data di commissione dei reati contestati all’ex parlamentare e dall’esclusione, in fase cautelare, della contestata aggravante mafiosa. Nell’ambito dello stesso processo “Breakfast” erano stati arrestati e condannati in primo grado l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola e l’ex moglie di Matacena, Chiara Rizzo. Il giudice Bellini, inoltre, ha ritenuto confermato “il giudizio di gravita indiziaria” nei confronti di Matacena, che, nell’ordinanza di arresto a suo carico, era accusato di intestazione fittizia di beni, con l’aggravante mafiosa.

In una nota, l’avvocato Martino afferma che anche la Procura generale della Corte di Cassazione, in relazione ad un precedente ricorso, aveva chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare a carico di Matacena nell’ambito dell’inchiesta “Breakfast”. “Ringrazio mia moglie e i miei avvocati perchè, grazie al loro impegno, è stata revocata l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa a mio carico nell’ambito dell’inchiesta “Breakfast” ed è caduto anche l’ultimo sequestro dei miei beni, che adesso tornano nella mia disponibilità. Alla fine la verità è venuta a galla. Adesso manca solo la ciliegina sulla torta: la sentenza della Corte Europea e giustizia, dopo tanta ingiustizia, sarà fatta”.

SETTEMBRE

Gioia Tauro. Nuovo sbarco di migranti, in 14 giunti nel porto a bordo di una imbarcazione

Gioia Tauro – La scorsa notte sono giunti nel porto di Gioia Tauro a bordo di una imbarcazione 14 migranti. Il natante è stato individuato dalla Guardia di Finanza al largo di di Capo Spartivento. Una volta giunti nel porto, i migranti, tra cui 12 di nazionalità irachena e 2 turchi, sono stati soccorsi per poi essere trasferiti a Reggio Calabria per le procedure di riconoscimento.

Reggio. Rissa Lungomare Falcomatà, emessi 9 “Daspo Urbani”

REGGIO CALABRIA – Nove provvedimenti di Dacur (Divieto di Accesso ai Centri Urbani, Daspo urbano), sono stati emessi dal Questore di Reggio Calabria nei confronti di altrettanti giovani, due di essi
ancora minorenni, autori della brutale aggressione avvenuta nella notte del 31 luglio sul Lungomare
Falcomatà ai danni di un ragazzo, accerchiato e ripetutamente colpito con calci, pugni e persino con
un casco. La vittima, a seguito dello spropositato pestaggio, è stata costretta a ricorrere a cure mediche
presso il G.o.m. di Reggio Calabria, riportando lesioni in tutto il corpo. Con i provvedimenti, è stato vietato ai giovani l’accesso all’interno dei locali per la vendita e somministrazione di alimenti e bevande nonché nei pubblici esercizi insistenti su tutto il Lungomare Falcomatà di questo centro e di stazionarci nelle immediate vicinanze, per periodi che vanno da sei mesi a due anni (in base alla gravità delle azioni messe in atto dai responsabili). L’individuazione dei soggetti è stata possibile grazie alla minuziosa ricostruzione delle varie fasi della feroce aggressione.

Scilla. ‘Ndrangheta: eseguite 22 misure cautelari, sequestrate sei società

SCILLA – “Nuova Linea”, è l’operazione eseguita questa mattina, nelle province di Reggio Calabria, Verona e La Spezia. 22 le persone a cui è tata applicata dai carabinieri la misura cautelare con l’accusa a vario titolo, di un’ associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsioni in concorso, rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, turbata libertà degli incanti, detenzione e porto di armi da fuoco, tentato omicidio, trasferimento fraudolento di valori, tutte fattispecie aggravate dall’agevolazione mafiosa. Sempre nella stessa operazione sono state sequestrate preventivamente, sei società attive nel settore turistico- balneare, nel commercio di prodotti ittici, bevande ed altri prodotti alimentari per un valore complessivo di circa 1 milione di euro. L’area di operazione è la Costa Viola e, in particolare, il Comune di Scilla.

Il ruolo predominante della cosca “Nasone-Gaietti”

L’attività investigativa, avviata dal 2021 dai Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria, ha permesso di ricostruire la persistente operatività della ‘ndrangheta sui territori di Scilla, Villa San Giovanni e Bagnara Calabra. In particolare, per quanto concerne il territorio di Scilla, l’indagine ha fotografato l’attuale operatività della cosca “Nasone-Gaietti”, la cui esistenza costituisce un dato ormai assodato, in esito a plurimi procedimenti penali che, nel corso degli anni, sono stati istruiti nel distretto reggino, convenzionalmente noti come “Cyrano” “Alba di Scilla” e da ultimo “Lampetra”. Dalle indagini è emersa la figura centrale di un indagato, il quale, rimesso in libertà nel novembre 2018 e sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza, avrebbe assunto il ruolo direttivo in seno al sodalizio di ‘ndrangheta “Nasone-Gaietti”, attivo sul territorio di Scilla, ricevendo addirittura la consacrazione della cosca Alvaro di Sinopoli, dando così vita ad una “nuova linea” di ‘ndrangheta ovvero a un nuovo assetto criminale nel territorio scillese. In tale contesto, a partire dagli inizi del 2021 si sono registrate, in seno al sodalizio scillese, una serie di contrasti tra i soggetti legati alla “nuova linea” di ‘ndrangheta ed altri sodali – indicati come “quelli della piazza” – facenti capo a esponenti storici della cosca Nasone, concretizzandosi per lo più nella gestione operativa delle attività estorsive ai danni di plurimi imprenditori ed operatori economici.

Le estorsioni a imprenditori ed esercizi commerciali

L’organizzazione criminale scillese ha, infatti, posto in essere una pluralità di condotte estorsive nei confronti di imprenditori coinvolti nell’esecuzione di lavori pubblici, oltre che nei confronti di esercizi commerciali, mediante l’imposizione della fornitura di prodotti commercializzati da imprese occultamente governate da alcuni appartenenti al medesimo sodalizio. In particolare, è stato registrato come due degli indagati, avvalendosi della forza intimidatoria della storica fama criminale della ‘ndrina Nasone-Gaietti, prospettando gravi ritorsioni, nonché con minacce esplicite hanno costretto una pluralità di ristoratori di Scilla ad acquistare le forniture di pesce da una delle imprese in sequestro, procurandosi un ingiusto profitto, con correlato danno per le vittime. E’ stato inoltre possibile documentare come il sodalizio scillese avesse una notevole disponibilità di armi ed operasse in costante contatto con le altre articolazioni di ‘ndrangheta, di Villa San Giovanni e di Bagnara Calabra, le cui connessioni criminali si sono registrate con particolare riferimento alle attività estorsive, permettendo di acclararne la radicata e attuale operatività.

Al riguardo, le investigazioni hanno consentito di acquisire gravi elementi indiziari volti a far luce su numerosi fatti estorsivi perpetrati in danno di imprenditori impegnati nell’esecuzione di alcuni lavori edili pubblici e privati; constatare come ai ristoratori scillesi fosse imposta la fornitura di prodotto ittici ed altri prodotti alimentari da parte di esponenti della ‘ndrangheta; evidenziare l’ingerenza della ‘ndrangheta nella vita politica del Comune di Scilla.

Inoltre, nell’indagine, è stato ricostruito come esponenti del locale di ‘ndrangheta di Scilla abbiano messo in atto una manovra di trasferimento fraudolento di valori, finalizzata a schermare i capitali aziendali da ulteriori provvedimenti di prevenzione patrimoniale, agevolata dai contatti con l’Amministrazione comunale, che ha facilitato le concessioni demaniali relative alla gestione dei lidi balneari nei confronti di prestanome.

Le mani della cosca su Bagnara Calabra

L’attività investigativa, sebbene incentrata sull’operatività della ‘ndrangheta sul territorio di Scilla, ha consentito altresì di ricostruire l’esistenza dell’articolazione criminale anche sul territorio di Bagnara Calabra che, oltre ad essersi resa protagonista di alcune condotte estorsive, ha reso palese ai consociati il controllo totale del territorio, organizzando azioni delittuose e accordando protezioni ai commercianti di Bagnara Calabra.

Nell’ambito della stessa operazione, è stata data contestuale esecuzione a decreti di sequestro preventivo di sei società attive nel settore turistico – balneare, nel commercio di prodotti ittici, bevande ed altri prodotti alimentari per un valore complessivo di circa 1 milione di euro; perquisizione domiciliare e delle sedi lavorative, tra gli altri, a un indagato per scambio elettorale politico – mafioso.

Scilla. “Nuova Linea”, tra gli indagati anche il sindaco Pasqualino Ciccone. I nomi degli arrestati

SCILLA – Tra gli indagati, nell’ambito dell’operazione “Nuova Linea”, spicca il nome del sindaco di Scilla, Pasqualino Ciccone. Nei suoi confronti, l’ipotesi di reato contestata è quella di scambio elettorale politico-mafioso. I carabinieri hanno perquisito il suo ufficio al Comune e la sua abitazione, Oltre al primo cittadino nelle maglie degli inquirenti, sono finiti il consigliere comunale, sempre di Scilla, Girolamo Paladino, di 54 anni, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, e un tecnico comunale, Bruno Doldo che è attualmente in forza all’ufficio tecnico della Città metropolitana di Reggio Calabria. Secondo gli inquirenti, Paladino, durante le amministrative del 2020, sarebbe stato sostenuto dal boss Giuseppe Fulco, di 51 anni, nipote del defunto Giuseppe Nasone, ritenuto il capo storico dell’omonimo gruppo criminale. Il Comune di Scilla, da circa un mese, è sottoposto all’accesso antimafia, disposto nello scorso mese di agosto dal Ministro dell’Interno su richiesta del prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani.

I nomi degli arrestati

Antonio Alvaro ( ’66), Natascia Alvaro (‘98), Pasquale Alvaro ( ’95), Giuseppe Artieri ( ’96), Rocco Buscetti (’73), Giovanni Cardillo (’81), Angelo Carina ( ’67), Francesca Fortunata Carina ( ‘96), Antonio Cosentino detto “Poldino” ( ’61), Rosario De Giovanni (’65), Giovanni De Lorenzo detto “u Pulici” (’83), Rocco De Lorenzo (’82), Bruno Doldo (‘66), Giovanni Fiore (’78), Giuseppe Maria Fontana detto “Pino Curella” (‘69), Giuseppe Fulco (’71), Rocco Gaietti ( ’64), Cosimo Gaietti (’02), Vincenzo Gaietti (’94), Giovanni Misitano ( ‘45), Antonio Nasone detto “la iena” (’81), Nasone Domenico detto “Micu l’orbu” (’70), Domenico Nasone detto “il topo” (’83), Domenico Nasone (’69), Giuseppe Nasone (’81), Rocco Nasone detto “Rocco i vela” (’74), Giuseppe Ottinà (’75), Giovanni Paladino (’66), Giuseppe Paladino (’71), Girolamo Paladino detto “Gigi” (‘68), Rocco Paladino (’64), Fabio Praticò (‘85), Fortunato Praticò (’79), Salvatore Salvaguardia (’88), Alberto Scarfone ( ‘89), Rocco Vizzari detto Rocco Mazzetta ( ’62)

OTTOBRE

Reggio. Inchiesta brogli, nuovo divieto di dimora per Antonino Castorina

REGGIO CALABRIA – Torna al divieto di dimora a Reggio Calabria il consigliere comunale Antonino Castorina, coinvolto nell’inchiesta sui presunti brogli che sarebbero avvenuti in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale del settembre del 2020. Lo ha deciso il gip Stefania Rachele, accogliendo la richiesta del procuratore di Reggio Giovanni Bombardieri e del sostituto Paolo Petrolo che hanno coordinato le indagini della Digos da cui era emerso che alle comunali avrebbero votato un centinaio di anziani che in realtà non si sono mai recati al seggio. In alcuni casi si trattava di persone addirittura decedute. Dopo un periodo di arresti domiciliari e due ordinanze di custodia cautelare, la misura del divieto di dimora era stata revocata dal gip il 14 giugno scorso per decorrenza termini. Pendeva, però, un procedimento davanti al tribunale del Riesame perché per alcuni reati il gip aveva concesso la scadenza termini contro il parere della Procura. Il Riesame quindi aveva dato ragione ai pm e nei giorni scorsi la Cassazione ha confermato quel provvedimento che ha obbligato quindi Castorina a lasciare la città di Reggio Calabria.

A luglio la Procura aveva notificato a 35 persone l’avviso di conclusione indagini. Stando all’inchiesta della Digos, i brogli sarebbero stati messi in atto grazie ai duplicati delle tessere elettorali ritirati negli uffici comunali da Castorina e dal suo entourage. Castorina è accusato, in particolare, di essere stato “promotore, organizzatore e capo indiscusso” di un’associazione per delinquere finalizzata a “commettere più delitti in materia elettorale” finalizzati ad ottenere l’elezione dello stesso Castorina nel consiglio. L’ex capogruppo del Pd, stando sempre all’accusa contestatagli, avrebbe mantenuto “i rapporti con gli altri accoliti”, ai quali avrebbe dato “personalmente direttive in ordine al modus operandi da porre in essere per la materiale contraffazione dei registri e delle schede elettorali”.

Reggio. Ndrangheta stragista, verbale shock: “Craxi e Berlusconi a summit con cosche”

REGGIO CALABRIA – Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo ha illustrato un’informativa della Dia sulle dichiarazioni di tre pentiti sui rapporti tra ‘ndrangheta, Cosa nostra ed esponenti politici. Si tratta delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Gerardo D’Urzo, Marcello Fondacaro e Girolamo Bruzzese.

È avvenuto durante l’udienza di oggi del processo ‘Ndrangheta stragista, che vede imputati Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, condannati all’ergastolo in primo grado per l’omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo consumato nel 1994.

In particolare, in un verbale di dichiarazioni spontanee rese alla polizia penitenziaria di Alessandria, riporta l’Ansa, il defunto collaboratore di giustizia Gerardo D’Urzo affermò: «Una persona mi disse di un certo Valensise con altra persona della ‘ndrangheta della jonica di essersi recati a Roma e di aver avuto un colloquio a Palazzo Grazioli con l’onorevole Silvio Berlusconi e questi gli disse al Valensise che quello che aveva promesso lo manteneva e dovevano stare tranquilli».

Il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese, invece, in un verbale del 10 marzo 2021, come riportato dall’Ansa, ha fatto i nomi di Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. In particolare, ha descritto un episodio a cui avrebbe «assistito personalmente nel 1978-1979, poco dopo l’omicidio di Aldo Moro». Si tratta di un summit avvenuto nel luogo dove il padre del collaboratore di giustizia avrebbe trascorso la latitanza, «presso l’agrumeto di tale Peppe Piccolo».

Bova Marina, due messinesi arrestati in flagranza con 15 chili di marijuana

BOVA MARINA – Sulla Statale “106” – in agro di Bova Marina – gli agenti in servizio presso il Commissariato di Condofuri durante l’attività di controllo del territorio hanno fermato un’autovettura Fiat Punto con a bordo due soggetti di Messina, entrambi con precedenti per reati in materia di stupefacenti.

L’insofferenza al controllo dimostrata dai due soggetti e i loro specifici precedenti hanno indotto il personale operante ad effettuare una perquisizione all’interno dell’auto che ha consentito di rinvenire 15 confezioni rivestite in cellophane, ciascuna contenente 1 kg. di sostanza stupefacente, che a seguito di accertamenti esperiti dal Gabinetto regionale di Polizia scientifica di Reggio Calabria è risultata essere marijuana.
All’esito dell’attività esperita, la sostanza è stata posta sotto sequestro e i due soggetti sono stati arrestati in flagranza di reato.

NOVEMBRE

Reggio, presunti brogli alle Comunali: di nuovo sospeso Castorina (Pd)

Sarà anche casuale, ma è un paradosso amaro che il nuovo provvedimento di sospensione nei confronti del consigliere comunale del Pd Nino Castorina – indagato nel procedimento circa i presunti brogli elettorali alle Comunali di Reggio Calabria del settembre 2020 – gli venga notificato proprio nel giorno della Commemorazione dei defunti

Per sintesi giornalistica, l’operazione che a suo tempo aveva visto l’ex consigliere metropolitano fra gli arrestati viene spesso ricordata infatti come blitz relativo ai “morti che votano”, secondo uno degli addebiti mossi dalla Procura reggina ad alcuni degli indagati. Stando alla Digos della Questura di Reggio, che ha svolto le indagini, oltre 100 anziani elettori sarebbero stati annoverati tra quanti raggiunsero le urne per votare quando mai s’erano allontanati da casa; e – anzi – in alcuni casi si sarebbe trattato appunto di soggetti già deceduti.

Zero sorprese

Amare coincidenze o meno, il provvedimento adottato dal prefetto di Reggio Calabria Massimo Mariani era largamente atteso e di fatto inevitabile.

Dopo aver lasciato i domiciliari, dopo la revoca del divieto di dimora – altra misura cautelare adottata nei suoi confronti –, dopo un periodo da libero cittadino nonché consigliere comunale del Partito democratico, del quale nella scorsa consiliatura era pure capogruppo, giusto un mese fa il giovane politico e avvocato reggino era stato nuovamente raggiunto da un provvedimento di divieto di dimora.

Conseguenze sostanzialmente automatiche

La misura cautelare “bis” disposta dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Reggio Stefania Rachele (su richiesta del procuratore capo Giovanni Bombardieri e del pm Paolo Petrolo) è meno afflittiva della custodia cautelare, vero. Ma per un amministratore in carica il divieto di dimora coincide con l’impossibilità assoluta di svolgere il proprio mandato ed è quindi ineluttabilmente prodromico alla propria sospensione dall’incarico.

Si ricorderà, in questo senso, il precedente di Mimmo Lucano, colpito da divieto di dimora – e di conseguenza poi a sua volta sospeso dall’incarico – mentre era ancora sindaco di Riace.

Reggio.’Ndrangheta, tentato omicidio del boss Benestare: Geria condannato a 10 anni

REGGIO CALABRIA – Marco Geria è stato condannato a 10 anni di carcere per il tentato omicidio del boss Giorgio Benestare, detto “Franco”. Il gup di Reggio Calabria Giovanna Sergi ha così accolto la richiesta del sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria Stefano Musolino, mentre la vittima si è costituita parte civile.

Con questa sentenza, si è concluso così il primo processo, con il rito abbreviato, sull’incidente in cui il 26 maggio 2021 rimase gravemente ferito l’esponente di spicco della cosca De Stefano-Tegano. Benestare venne investito nel quartiere Archi da un furgone Fiat Doblò bianco mentre percorreva a piedi via Croce Cimitero, riportando gravissime lesioni. Il mezzo, risultato rubato, fu poi ritrovato incendiato dalla polizia che pochi mesi dopo i fatti arrestò Marco Geria, ritenuto uomo di fiducia del boss Gino Molinetti, e il figlio di quest’ultimo, Emilio Molinetti che è ancora sotto processo con il rito ordinario. A entrambi la Procura ha contestato il tentato omicidio, il danneggiamento a mezzo incendio e la ricettazione. Prima del processo, Marco Geria ha ammesso di essere stato a bordo del furgone con cui è stato investito Benestare. Per la Dda, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, con l’imputato già condannato ci sarebbe stato Emilio Molinetti.

“L’autista dell’autoveicolo – è scritto nel capo di imputazione – aumentava la velocità una volta individuato il pedone e lo colpiva indirizzando la traiettoria del mezzo contro la vittima designata”. Scaraventato sul ballatoio di un’abitazione, Benestare ha riportato diverse ferite a causa delle quali ha subito un intervento chirurgico ed è stato a lungo ricoverato in ospedale. Il presunto boss si è costituito parte civile nel processo e il gupSergi ha disposto, a carico di Geria, il risarcimento dei danni subiti e delle spese legali sostenute. Con la stessa sentenza di primo grado, il giudice ha dichiarato l’imputato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici.

Processo “Miramare”, condanna-bis per il sindaco sospeso Falcomatà

REGGIO CALABRIA – Condanna ritoccata verso il basso, ma per il sindaco Giuseppe Falcomatà e gli altri imputati è stata condanna anche in secondo grado di giudizio nel “processo Miramare”.

Un anno al sindaco sospeso, 6 mesi agli altri imputati

Il verdetto d’appello con cui il primo cittadino – sospeso – di Reggio Calabria viene nuovamente condannato, stavolta non più a un anno e quattro mesi ma a un anno di reclusione, è arrivato a neanche un anno di distanza dall’esito davanti al Tribunale reggino, e però dopo oltre 10 ore d’attesa del pronunciamento dei magistrati della Corte d’appello, riunitisi in camera di consiglio.
Gli imputati hanno atteso in aula la lettura del dispositivo da parte del presidente Lucia Monica Monaco (a completare la composizione della Corte, i giudici Antonino Laganà e Concettina Garreffa).

Falcomatà è stato dunque condannato a un anno; e seppure quantitativamente inferiore rispetto al primo grado, anche stavolta è il verdetto più pesante.
Gli altri imputati sono stati tutti condannati alla metà, cioè a sei mesi di reclusione
(in primo grado, erano stati condannati a un anno di carcere): si tratta del segretario comunale dell’epoca Giovanna Acquaviva, dell’ex vicesindaco (oggi all’opposizione) Saverio Anghelone, degli allora assessori Giuseppe Marino, Giovanni Muraca, Patrizia Nardi e Armando Neri, Agata Quattrone e Antonino Zimbalatti, dell’ex dirigente Maria Luisa Spanò e dell’amico di Falcomatà e presidente dell’associazione “Il sottoscala” – cui venne temporaneamente assegnato il Miramare senza preventivo bando di gara – Paolo Zagarella.

Altri 12 mesi di sospensione dall’incarico

Adesso un ulteriore periodo di sospensione dagli incarichi rispettivamente ricoperti in precedenza – sempre per la durata di dodici mesi – attende Giuseppe Falcomatà e gli altri imputati condannati ieri in seconda istanza, ai sensi della “legge Severino”.

Verso un’impugnazione corale in Cassazione

La sentenza “brucia” di fatto gli effetti della prescrizione, che altrimenti sarebbe forse intervenuta già nel gennaio prossimo. Da capire adesso quali potranno essere le ricadute sul futuro politico del giovane sindaco sospeso e delle stesse amministrazioni comunale e metropolitana, dopo la sentenza del 19 novembre 2021, governate fin qui da sindaci facenti funzioni – Paolo Brunetti e Carmelo Versace rispettivamente – scelti pochi minuti prima della condanna di Falcomatà in primo grado.

Anche se naturalmente per ogni determinazione ‘ufficiale’ in questo senso occorrerà attendere il deposito delle motivazioni, par di capire che si vada a grandi falcate verso un’impugnazione generale anche davanti alla Corte di Cassazione. «Cosa farò? Niente… In questi mesi mi sembra che la città abbia retto bene il colpo. Adesso si tratterà di resistere ancora un po’», sono suonate le prime dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Falcomatàdopo la condanna anche in seconda istanza. E l’amministratore ha tenuto a ringraziare i suoi legali Marco Panella e Gian Domenico Caiazza – quest’ultimo, presidente dell’Unione delle Camere penali – per il lavoro svolto.

Roma. ‘Ndrangheta: definitiva la condanna del boss Domenico Crea

ROMA – È definitiva la condanna a 22 anni e 8 mesi di carcere per il boss Domenico Crea. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che, nei giorni scorsi, ha rigettato il ricorso degli avvocati Francesco Albanese e Pasquale Loiacono confermando la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria che l’anno scorso aveva condannato il boss per associazione a delinquere di stampo mafioso e per estorsione ai danni dell’imprenditore Nino De Masi, il testimone di giustizia che da anni vive sotto scorta. La sua azienda è presidiata dall’Esercito.
De Masi si è costituito parte civile nel processo contro Domenico Crea, figlio del boss di Rizziconi Teodoro Crea detto “Toro” e fratello di Giuseppe Crea, già condannati in via definitiva per lo stesso reato.

DICEMBRE

Processo Miramare, clamorosa assoluzione in appello per Angela Marcianò

REGGIO CALABRIA – Una notizia di micidiale importanza irrompe sulla scena giudiziaria, ma anche (…e soprattutto?) politica reggina. Nel “processo Miramare”, la Corte d’appello (presidente, Olga Tarzia) ha clamorosamente prosciolto in secondo grado di giudizio l’ex assessore comunale ai Lavori pubblici Angela Marcianò– alle ultime Comunali candidata alla sindacatura – con formula ampia, sempre in rito abbreviato come in primo grado.
Accolte, così, le tesi dei suoi legali Renato Milasi e Diego Foti.

Ribaltata la condanna di primo grado

La differenza non da poco è che in primo grado la Marcianò era stata invece condannata a un anno di reclusione – con pena sospesa – per falso e abuso d’ufficio. Cosa che non le aveva impedito di candidarsi a sindaco “in solitaria”, senza centrare il ballottaggio ma comunque con una notevolissima affermazione personale; diventata consigliera comunale proprio in ragione dei risultati da un lato e del suo essere aspirante alla fascia tricolore dall’altro, Angela Marcianò inizialmente a Palazzo San Giorgio non aveva potuto mettere piede, perché già in via preliminare sospesa per 18 mesi ai sensi della “legge Severino”.

Allo stato, è l’unica a uscire indenne dalla vicenda giudiziaria

Ma una seconda differenza, altrettanto significativa…, è che quella prima condanna dell’ex assessore ai Lavori pubblici, in abbreviato, precedette le stesse Comunali 2020 e precedette ogni verdetto nei confronti del sindaco all’epoca dei fatti, Giuseppe Falcomatà, e della sua Giunta del tempo. Nel novembre 2021, anche Falcomatà fu poi condannato (a un anno e quattro mesi), così come tutti gli assessori (a un anno) che votarono la delibera “incriminata”.

A tempo di record, tuttavia, e ancor prima di quest’appello in abbreviato nei confronti dell’oggi consigliere comunale di Impegno e identità Angela Marcianò, il 9 novembre scorso è arrivata la condanna anche in secondo grado per tutti gli imputati del rito ordinario: in questo caso Giuseppe Falcomatà è stato condannato alla più lieve pena di un anno di carcere, gli ex membri della sua Giunta d’allora a 6 mesi di reclusione.

Chiaramente, quest’assoluzione assume un significato politico rilevantissimo: era stata proprio l’ex assessore ai Lavori pubblici a denunciare, peraltro consegnando alla Procura pure una serie di conversazioni e di chat al riguardo. Quanto al falso, assoluzione «perché il fatto non sussiste»; quanto all’abuso, «per non aver commesso il fatto». Due statuizioni che restituiscono un profilo politico-morale ancor più di rilievo per Marcianò, allo stato effettivamente l’unica fra tutti gli imputati a uscire indenne dalla vicenda.

Napoli. Imperiale a pm: “alla ‘ndrangheta vendute tonnellate di cocaina”

NAPOLI – La cosca calabrese dei Mammoliti acquistava centinaia e centinaia di chilogrammi di cocaina dal narcotrafficante Raffaele Imperiale che di recente ha avviato un percorso di collaborazione con la Procura di Napoli. Lo ha rivelato, confermando le ipotesi degli inquirenti, in uno dei quattro verbali depositati nei giorni scorsi dall’ufficio inquirente partenopeo ai giudici del Riesame di Napoli.

Gli affari, fa sapere il “boss dei Van Gogh” (così soprannominato per essere entrato in possesso di due preziosissime tele del pittore fiammingo, custodite per lungo tempo e poi fatte ritrovare) subirono un’accelerazione nel 2016, dopo l’arresto di Rocco Mammoliti e il subentro alla guida di suo fratello Giuseppe. Le relazioni tra Imperiale e la cosca peggiorarono dopo il furto di un importante quantitativo di droga, ben 140 chili. Imperiale spiega ai magistrati partenopei che a mettere a segno il “colpo” erano stati proprio alcuni affiliati calabresi.

Lo sgarro non rimase impunito e ci scappò anche un omicidio spacciato per un regolamento di conto per vicende sentimentali. Imperiale e Giuseppe Mammoliti giunsero a un accordo: si sarebbero divise le perdite. Ma comunque dalla Calabria non arrivarono ben 500mila euro. Da quel momento i Mammoliti cominciarono a chiedere quantitativi minori di cocaina, ricevendo però sempre il diniego di Imperiale.

Bcc Cittanova, prestiti a tassi usurari: 20 anni dopo, prosciolti gli 8 imputati

PALMI – Un epilogo tutt’altro che imprevisto, ma che comunque “fa notizia” per forza di cose: a vent’anni di distanza, s’è concluso col proscioglimento per tutti il ‘calvario’ giudiziario dei vertici della vecchia Bcc (Banca di Credito cooperativo) di Cittanova, nella Piana di Gioia Tauro.

Il fatto «non costituisce reato»

Per Carmelo Carbone, Antonio Caricola, Rocco De Masi, Franco Morano, Rocco Rao, Antonio Sergi, Antonio Spagnolo Muratori e Alessandro Terranova il “finale” non era certo imprevedibile, per il semplice fatto che adesso era la stessa Procura di Palmi ad aver richiesto l’assoluzione per tutt’e otto gli imputati del rito ordinario. E tutti sono stati effettivamente assolti dal tribunale di Palmi (presidente, AnnalauraAscioti) “perché il fatto non costituisce reato”.
Già era stato prosciolto dal giudice per l’udienza preliminare, invece, Massimo Accurso (l’unico ad aver chiesto di procedere col rito abbreviato).

L’addebito mosso e venuto meno

Per tutti, in concreto, l’antichissima accusa era d’aver accordato ad alcuni agricoltori (azienda agricola Luccisano-Pentimalli) un prestito da 880 milioni di vecchie lire a tassi d’interesse usurari. Più propriamente, il “prestito” accordato il 23 maggio del 2002 era un contratto di finanziamento di mutuo fondiario.

Secondo l’ipotesi accusatoria, nell’esercizio dell’attività bancaria e d’intermediazione finanziaria dirigenti ed ex dirigenti della Bcc cittanovese si sarebbero fatti promettere da Giacomo, Michele e Antonio Luccisano e da Rosa Pentimalli interessi usurari di poco superiori al 6% l’anno – poi effettivamente corrisposti solo in misura parziale – e un tasso di mora pari al 3% in più rispetto al tasso contrattuale vigente al momento della mora. Accusa che, però, in fase di dibattimento s’è completamente sgonfiata.

Reggio. Fatture pagate due volte dall’Asp, sette condanne e 10 assoluzioni. I NOMI

REGGIO CALABRIA – Sette condanne e 10 assoluzioni: è questa la sentenza, arrivata ieri sera nell’aula bunker di Reggio Calabria, nel processo “Fiscer” nato da un’inchiesta coordinata dalla Procura e condotta dalla guardia di finanza su fatture pagate due volte dall’Azienda sanitaria provincia di Reggio Calabria in favore dello “Studio radiologico sas di Fiscer Francesco” di Siderno.

Le condanne

Al termine della camera di consiglio, il Tribunale di Reggio Calabria ha emesso la sentenza nei confronti di imprenditore e funzionari pubblici. Stando alle indagini del procuratore Giovanni Bombardieri e dei pm Giulia Scavello e Marika Mastrapasqua, gli imputati erano accusati, a vario titolo, di truffa all’Asp e al servizio sanitario regionale, ma anche riciclaggio, falso e alterazione di informazioni. Sono stati condannati gli imprenditori Francesco e Giuseppe Fiscer (5 anni e 6 mesi di carcere).Cinque anni, invece, sono stati inflitti all’amministratore di fatto Pietro Armando Crinò. Sono stati giudicati colpevoli anche i soci Caterina Caracciolo (3 anni) e Roberta Maria Strangio (3 anni), l’ex direttore generale dell’Asp Ermete Tripodi (4 anni) e l’ex direttore amministrativo Pasquale Staltari (3 anni e 3 mesi).

Le assoluzioni

Sono stati, invece, assolti l’ex amministratore di fatto dello studio Antonino Strangio e i funzionari dell’Asp Giuseppe Maria Latella, Giuseppe Falcone, Raimondo Delfino, Antonino Vartolo, Bruno Logozzo, Daniela Nocera e Francesco Sorrentino e l’ex direttore sanitario Salvatore Barillaro. È caduta l’accusa anche per l’ex commissario straordinario dell’Asp Santo Gioffrè, lo stesso che ha sventato il doppio pagamento di una fattura da 6 milioni di euro alla clinica “Villa Aurora” denunciando tutto in Procura. In questo processo era accusato di aver firmato, il 3 aprile 2015, pochi giorni dopo il suo insediamento, un mandato di pagamento all’istituto radiologico di Siderno relativo a una transazione al termine di una procedura iniziata dai suoi predecessori. Un’accusa che lo stesso Gioffré ha sempre contestato e al termine del processo, il giudice gli ha dato ragione.

Reggio. ‘Ndrangheta: smantellati i nuovi assetti della cosca Bellocco, 76 arresti – I NOMI

REGGIO CALABRIA – Circa 1.000 carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, supportati dallo Squadrone Eliportato Cacciatori Calabria e dalle rispettive articolazioni territoriali, in 16 province del territorio nazionale, stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di 65 soggetti, di cui 47 in carcere, 16 agli arresti domiciliari e 2 obblighi di dimora, con l’accusa di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, porto e detenzione di armi comuni e da guerra, estorsioni, usura e danneggiamenti aggravati dalle finalità mafiose, riciclaggio e autoriciclaggio, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.

L’indagine è stata svolta dal Nucleo Investigativo di Gioia Tauro tra il settembre 2019 e
l’agosto 2020
nei confronti di elementi di spicco della “cosca Bellocco” (al vertice della
“società di Rosarno”, con interessi sull’intero territorio nazionale e in diversi Paesi esteri).
Il provvedimento dell’Autorità Giudiziaria ha determinato, inoltre, il sequestro preventivo di
una ditta attiva nel settore dello sfruttamento delle risorse boschive (taglio, trasporto e
trasformazione del legno), utilizzata per agevolare le attività criminali della cosca, il cui valore
complessivo è stato stimato in 700.000,00 euro.

I nomi degli indagati finiti in carcere

Rosario Arcuri, Salvatore Ardizzone, Antonio Barrese Domenico Bellocco classe ’76, Domenico Bellocco classe classe ’80, Domenico Bellocco classe ’87, Emanuela Bellocco, Francesco Antonio Bellocco, Michelangelo Bellocco, Michele Bellocco classe 80, Pietro Giuseppe Bellocco, Rocco Bellocco classe ’52 Rocco Bellocco classe ’89, Umberto Bellocco classe ’83, Antonino Biondo, Giuseppe Bonarrigo, Rosario Caminiti, Giuseppe Campisi, Enrico Condoleo, Giovanni Cutuli, Giuseppe Fazzari, Francesco Fiumara, Pasquale Furuli, Wialliams Gregorio, Massimo Lamari, Francesco Larosa, Massimo Larosa,Vincenzo Lombardo, Antonio Mandaglio, Francesco Mandaglio, AllessandroMarando, Domenico Antonio Napoli, Francesco Nucera, Giovanni Nocera, Maria Serafina Nocera, Antonio Paladino, Francesco Benito Palaia
Giovanni Palaia, Gaetano Palaia classe ’74, Gaetano Palaia classe ’96, Vincenzo Palaia, Pasquale Pronesti, Antonio Restuccia, Rocco Restuccia, Giuseppe Scarcella, Giovanni Sesini, Rocco Stilo.

Tredici arresti eseguiti nel bresciano

Contestualmente, il Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri unitamente al Servizio Centrale d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata e al Gico. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Brescia della Guardia di Finanza ha eseguito una ordinanza applicativa di misure cautelari a carico di 13 soggetti indagati a vario titolo per i reati di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose e associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari e in materia di lavoro (imputazione riguardante 6 soggetti). Inoltre, è stata data esecuzione ad un provvedimento di sequestro preventivo di beni e disponibilità finanziarie dell’importo di oltre 4 milioni di euro, quale profitto dei predetti delitti in materia di imposte sui redditi ed iva.

Nuovi equilibri e gli interessi nel Nord Italia della cosca Bellocco

L’indagine costituisce esempio di grande collaborazione e coordinamento delle Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria e di Brescia sotto l’egida della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, che hanno consentito alle due Procure, ciascuno per gli ambiti di propria competenza, di verificare, i nuovi equilibri della cosca Bellocco e le proiezioni di questa cosca di ‘ndrangheta nel Nord Italia. In particolare per quanto riguarda l’indagine reggina i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Gioia Tauro hanno ricostruito gli interessi della «cosca Bellocco» di Rosarno, una delle realtà più note della ‘ndrangheta, attiva nel narcotraffico, nel traffico delle armi, nelle estorsioni e nel controllo delle attività commerciali e imprenditoriali della Piana di Gioia Tauro, con particolare riferimento ai territori dei Comuni di Rosarno e San Ferdinando.

L’operazione “Blu Notte”, ha delineato la nuova struttura ndranghetistica

L’operazione, convenzionalmente denominata «Blu Notte», avviata dal settembre 2019 e conclusasi ad agosto 2020, ha delineato la struttura organizzativa della consorteria ai vertici della «società di ‘ndrangheta» di Rosarno, che vanta interessi in molte zone del Paese e che può contare su importanti ramificazioni all’estero. Una indagine che, nel proprio sviluppo, ha permesso in primo luogo di individuare il cambio al vertice della cosca.

La guida della cosca viene affidata ad Umberto Bellocco, nipote del vecchio patriarca

Per quasi 50 anni, infatti, la leadership della «cosca Bellocco» era stata riconosciuta al vecchio patriarca Bellocco Umberto classe ‘37, alias «Assi I Mazzi», deceduto il 22 ottobre 2022, al quale viene ricondotta anche la nascita della Sacra Corona Unita pugliese – fatta risalire alla notte di Natale del 1981 all’interno del carcere di Bari. Nelle intercettazioni captate dai Carabinieri viene registrato il “passaggio di mano” all’omonimo nipote Bellocco Umberto classe ‘83, alias «Chiacchera», figlio di Bellocco Giuseppe classe ‘48, che ha dimostrato di avere la completa gestione del sodalizio e il conseguente controllo di tutti i consociati. Umberto, fratello di Bellocco Domenico, classe ‘77, detto anche «Mico u Lungu», da prova di essere un leader temuto: le persone ammesse a confrontarsi con lui hanno esternato sempre atteggiamenti ossequiosi ed accondiscendenti, dimostrando il loro assoggettamento. Ed è ancora lui che, in continuità con il pensiero del proprio predecessore (come rilevato nel corso dell’indagine Sant’Anna del 2014), dà prova di essere determinato a far diventare la sua associazione dominante rispetto alle altre. L’attività di polizia giudiziaria ha permesso, inoltre, di restituire un quadro completo sugli elementi strutturali della «cosca Bellocco», che costituiscono anche la spina dorsale della «Società di ‘ndrangheta di Rosarno», le cui relazioni hanno dimostrato l’operatività delle locali attive nei Comuni di Giffone (RC) e Laureana di Borrello (RC). Una precisa ricostruzione delle cariche e dei conseguenti compiti affidati ai numerosi affiliati orientati alla realizzazione del programma criminale, la cui attuazione pratica ha spaziato dalle estorsioni al traffico degli stupefacenti, dalla gestione delle guardianie alla spartizione degli interessi sul territorio e così via. Ruoli che hanno contemplato l’uso delle armi ed una particolare disinvoltura nell’effettuare i danneggiamenti verso i soggetti più riluttanti a sottomettersi alle imposizioni dell’organizzazione.

Il dominio della cosca Bellocco si afferma anche nel sistema carcerario

L’ascesa del nuovo vertice della cosca continua anche nell’ambito carcerario, circuito nel quale vengono rilevate – con il fondamentale contributo del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria – la posizione di primazia del Bellocco tra i ristretti del carcere di Lanciano (CH), intessendo alleanze trasversali con altre potenti organizzazioni criminali operanti su tutto il territorio nazionale.

Sim-card e cellulari in carcere

Lo stato di reclusione non ha impedito, infatti, a Umberto Bellocco di partecipare attivamente alle dinamiche criminali che hanno riguardato il sodalizio. Un aspetto reso possibile dalla detenzione illecita di telefoni cellulari, il cui approvvigionamento era favorito dal supporto di altri detenuti e dai familiari di questi, per lo più semiliberi e/o ammessi ai colloqui. Con questi espedienti il detenuto, dal carcere abruzzese, ha potuto partecipare ai summit mafiosi, potendo espletare tutte quelle funzioni che gli sono state riconosciute in ragione del ruolo di capo cosca. In tale modo le conversazioni con i soggetti ammessi a confrontarsi con il boss sono state utilizzate come strumento di persuasione, anche nei confronti di altri soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta. Gli approfondimenti investigativi hanno permesso di accertare, tra le altre cose, anche le responsabilità dei pregiudicati che hanno costituito la filiera necessaria a rifornire il Bellocco dei microtelefoni cellulari, delle Sim-card e delle relative ricariche, strumenti indispensabili per la direzione “da remoto” della «cosca Bellocco».

Le nuove affiliazioni con brindisi e festeggiamenti

È risultato possibile documentare, ulteriormente, l’affiliazione di due nuovi consociati ed i conseguenti festeggiamenti, nonostante alcune frizioni che minavano gli equilibri interni, per l’ingresso nell’«onorata società» dei “nuovi arrivati”. Singolare è stato il brindisi con il quale un anziano della consorteria, davanti ai nuovi adepti ed agli alti ranghi della cosca, ha voluto esaltare quel momento di vita associativa pronunciando la frase: «E’cadda… è fridda… e cala comunenti, a saluti nostra e di novi componenti». Affiliazioni effettuate con l’avallo di un altro esponente di vertice recluso nel carcere di Saluzzo (CN), il cui benestare è stato concesso attraverso l’utilizzo di altro telefono detenuto in violazione delle norme e di uno degli esponenti della cosca Bellocco riconducibile al ramo dei «Testazza». Il tutto nell’ottica di partecipare il concetto unitario di cosca, che implicitamente ha amplificato la forza di intimidazione, creando le condizioni di assoggettamento delle popolazioni e ponendo le basi per stabilire quel rapporto di sudditanza psicologica posto a fondamenta delle imposizioni mafiose.

Le alleanze con gli Spada di Ostia

Tra le alleanze maturate nel circuito penitenziario spicca la stretta collaborazione tra gli esponenti della «cosca Bellocco» e quelli del «clan Spada» di Ostia (RM), alcuni dei quali destinatari delle misure cautelari. In particolare, l’accordo stretto tra gli esponenti dei due clan, oltre a scandire le gerarchie criminali all’interno del penitenziario, ha riguardato i traffici di cocaina effettuati dalla Calabria verso il litorale romano e la risoluzione di situazioni conflittuali tra gli Spada e alcuni calabresi titolari di attività commerciali nelle aree urbane di Ostia ed Anzio.

Gli interessi della cosca nello sfruttamento delle risorse boschive

Altro settore di importanza strategica è risultato essere quello della spartizione dei proventi relativi allo sfruttamento delle risorse boschive. Si riporta a tal proposito, una citazione emersa dall’attività d’indagine, che dimostra come i contratti per lo sfruttamento delle risorse montane venissero stabiliti nella sede operativa dei Bellocco: «I contratti delle montagne o si fanno in questa casa o se li fanno a Laureana, siccome io sono delegato pure da quell’altri si fanno in questa casa». In tale ambito è stato possibile attribuire la «competenza mafiosa» sulle aree montane ricomprese tra il Comune di Laureana di Borrello e quello di Giffone, nonché le relative prerogative di esclusivo appannaggio dei sodalizi Bellocco e Lamari, attuate in forza degli accordi stabiliti circa venti anni prima dagli storici esponenti Bellocco Giuseppe classe ‘48 e Lamari Carmelo. Delle imposizioni criminali durate anni ma che via via sono diventate sempre meno tollerate degli esponenti della locale di Giffone. Le rivendicazioni di questi sono iniziate nel periodo in cui erano stati contemporaneamente latitanti i due boss e la questione mafiosa afferente alla gestione delle montagne era stata demandata, in funzione supplente, ad esponente di spicco della mafia [odierno destinatario della misura cautelare]. Gli strascichi della controversia sulla spartizione hanno comportato dei fortissimi momenti di tensione, tanto che durante un summit svoltosi all’interno di un’azienda agricola di Rosarno, la situazione sembrava destinata a degenerare nello scontro armato. Un potenziale eccidio scongiurato dall’intervento effettuato, in diretta dal carcere, dal giovane Bellocco Umberto, che era solito predicare l’unità tra le diverse anime della ‘ndrangheta e la pace per tutti i consociati, che era aduso definire «cristiani».

Le alleanze con la cosca Pesce

La strategia dei Bellocco rispetto alle altre consorterie restituisce un quadro di sostanziale cooperazione criminale, in un regime di reciproci vantaggi. Infatti con l’incremento esponenziale dei traffici degli stupefacenti le articolazioni localmente attive della ‘ndrangheta non hanno avuto più l’esigenza di contendersi la spartizione del territorio ma, anzi, hanno sfruttato la federazione con le altre associazioni per dividere i rischi d’impresa e ridurre gli sforzi economici per l’attuazione delle iniziative criminali. I Bellocco, oltre a condurre una politica criminale attenta, specie nei confronti delle altre consorterie a loro storicamente alleate, hanno creato le condizioni per realizzare una serie di matrimoni tra i propri esponenti e quelli della cosca Pesce, in modo da rafforzare i rapporti relazionali tra le due espressioni di criminalità organizzata ritenute tra le più influenti del mandamento tirrenico della Provincia di Reggio Calabria. Ragione per la quale, in alcune fasi dell’indagine, gli esponenti dei Bellocco hanno apertamente manifestato la concreta possibilità di ottenere il sostegno anche dei vertici della cosca Pesce, dando prova di essere supportati, oltre che da questi ultimi, anche da altre realtà di pari livello criminale della Piana di Gioia Tauro.

Moltissimi sono i summit di mafia censiti, alcuni necessari all’attuazione del programma criminale della cosca, che generalmente avvenivano all’interno dell’abitazione della sorella di Bellocco Umberto e quelli, ben più complessi, organizzati nelle aziende agrumicole di Rosarno, dove venivano regolate le controversie con gli altri esponenti della ‘ndrangheta e dove gli incontri venivano pianificati nel dettaglio, tanto che ad alcuni soggetti armati della cosca veniva dato il compito di appostarsi e occuparsi di determinati settori di tiro, con l’intento di prevenire e reprimere, ogni sorta di pericolo che potesse promanare dalla controparte.

Ai summit era solito prendere parte, in diretta, anche il boss detenuto dal carcere, che con la propria presenza, «partecipata» a distanza, era naturalmente portato ad irretire le iniziative dei convenuti. Il ricorso all’intimidazione ed alla sopraffazione, con l’invasione pervasiva delle attività economiche e produttive, è stato rilevato in maniera costante nelle diverse fasi dell’indagine, permettendo di apprezzare come questo aspetto continui ad incidere sulle potenzialità di sviluppo del territorio. Gli esponenti della consorteria hanno attuato un’opprimente pressione sulle attività economiche della zona, con richieste estorsive verso i titolari di molte attività economiche. Imposizioni che perduravano da anni e che erano solite aumentate in corrispondenza delle trasferte per i colloqui con i detenuti, dando di nuovo corso alla più ampia gestione della dinamica mafiosa della «guardiania», esclusivamente nell’intento di far sentire la presenza degli esponenti mafiosi nella zona. Un controllo diffuso delle campagne, attuato attraverso persone incaricate di «farsi vedere», esigendo pagamenti che variavano in base all’estensione del fondo posseduto e ai quali dovevano sottostare tutti, anche se formalmente affiliati alla ‘ndrangheta. In caso di furti e danneggiamenti attuati nei confronti di soggetti più riluttanti ad assecondare tali pretese, ai proprietari dei fondi era imposto di rivolgersi ai rappresentanti della cosca: In sintesi, un tentativo di agire in surroga agli Organi dello Stato. Inoltre, i vertici della famiglia mafiosa erano riusciti a stabilire dei rapporti con alcuni imprenditori che ricercavano la loro copertura, stabilendo un regime falsato dove, alle corresponsioni economiche, conseguiva la possibilità di operare in ambiti di concorrenza alterata.

Le investigazioni, hanno permesso oltretutto di riscontrare anche forti pressioni poste a un medico da parte di un esponente della consorteria, al fine di ottenere certificazioni che attestavano false patologie, utilizzate per ottenere permessi medici rispetto alla sottoposizione agli arresti domiciliari, ed effettuare, grazie all’ottenimento del beneficio, incontri con altri esponenti mafiosi o attuare azioni delittuose, oltre che per costituire degli alibi spendibili all’occorrenza. È stata per di più evidenziata, la persistenza di una corrente interna alla «cosca Bellocco», in contrasto con i vertici, solitamente indicata con il termine denigratorio degli «scissionisti». Le intemperanze di questa fazione sono state represse dagli interventi risoluti di Umberto Bellocco, «nell’ambito di quelle che potremmo definire le regole organizzative e precettive in cui si sostanziava l’affectiosocietatis». Inoltre, per come accertato, i proventi dei delitti finivano nella «cassa comune» della cosca, custodita da una donna appartenente al sodalizio, la cui gestione è stata organizzata in maniera oculata, sia per il sostentamento dei consociati reclusi che per l’attuazione del programma criminale. Consistente e diversificata è risultata anche la disponibilità di armi in capo all’aggregato di criminalità organizzata in questione, che venivano solitamente distribuite ai consociati in base alle contingenze. In diverse circostanze gli appartenenti alla cosca, hanno sottolineato che, in caso di necessità, non avrebbero esitato ad utilizzare le armi per uccidere.