teatro

“Un menù straordinario” – La natura quale unico eterno memento e nostro resto di eredità

Si chiude davvero al meglio con una rappresentazione, a distanza di un anno dalla prima nazionale, giustamente riproposta – e con meritori partecipazione e apprezzamento di pubblico – il 2023 per la Compagnia – Associazione Culturale in parola, stimolando la riflessione su tutto il surreale delle nostre vite. Lo script è un adattamento – liberamente tratto, melius – da “Architruc” (Arcicoso) di Robert Pinget, drammaturgo svizzero, che tanto rilievo ha conferito alla constatazione che l’universo è in grado di esistere solo attraverso la parola.

La scenografia, minimalista e potente in uno, è riferibile a Stefania Pecora, allestita con un divanetto bianco di gusto rococò, un nero separè, uno specchio bianco a parete, unitamente ad un innaffiatoio per bagnare una pianta ricadente, appellata “Figlina” che dondola dall’alto, vera protagonista dell’ambientazione.

L’incipit è affidato, per dare il senso del grandioso, al Brindisi tratto da La Traviata.

E tutto ciò in apparenza fantastico, presto si rileva banale e privo di vero piacere, l’immaginario si mescola alla cruda quotidianità e i due personaggi, la Regina, resa da una strepitosa Chiara Trimarchi, e il suo Primo Ministro Baga, un magico trasformista Orazio Berenato, tentano, senza riuscirci, rispettivamente di superare e far superare il tedio, che come una pesante cappa avvolge la figura regale.

Il devoto Ministro prova ripetuti travestimenti, ora veste i panni di un cavaliere con fioretto alla ano, poi quelli di una dama proveniente dalla Belle Epoque, ancora si propone quale alto magistrato con toga nera e bavero costituito da un rotolo di carta igienica…nessuna maschera è in grado però di restituire il sorriso alla regina- travolta dalla noia- che quale esclusiva incombenza giornaliera si è assunta quella di dare acqua alla amata “Figlina”.

E se sembrerebbe, sulle prime, che l’aver progettato una partenza per l’indomani possa essere attrattivo e risvegliare l’interesse sopito della donna, che prova una nuova mise per l’appunto da viaggio…con tanto di cappello….si presenta il problema di come trascorrere le ore che separano da quella novità..

A proposito dei costumi in uso , di appropriata rilevanza, sono da ascrivere a S. Pecora. Ogni sforzo, con tanto di gioco dei ruoli, va allora in malora, nasce già predestinato al fallimento, finchè non giunge la fine con la personificazione della nera morte del Primo Ministro, mascherato con teschio e ampio mantello…è questa l’unica certezza, la vita a termine incombente.

Il menù straordinario dell’intitolazione, che un invisibile cuoco si appresta ad apparecchiare per tutta la durata della piece, è forse questo…inevitabile e ineludibile, di certo macabro.

Sono evidenti i i riferimenti a Beckett e Ionesco, con particolare riguardo a “Aspettando Godot”, “Finale di partita” e “Cantatrice calva”, id est a quel Teatro dell’assurdo, di rottura, quale unica risposta all’inesistenza di senso dell’esistente.

Nulla può mai essere soddisfacente, né credibile, è di scena il Nulla dell’umanità, alla ricerca di un’ora di svago per sanare lo stridore del proprio tempo che va scivolando verso la fine,nell’effettiva inconsistenza di ogni relazione in questo contemporaneo distopico.

Il mettersi in gioco senza arrendersi, l’illusione e la voglia di momenti di significanza, innescano la vertigine che rimette in moto la forza….., consentendo però di far residuare quale nostra testimonianza al mondo, solo un esemplare vegetale,rappresentativo e figlio di quella Natura,unico elemento di realità.

Nell’eterno enigma del tempo…con un attimo che muore e un altro sorge….il miracolo vero è ciò che rimane, la permanenza e la forza delle cose che durano e il cuore dell’uomo può riprendere a pulsare all’unisono con il rinnovarsi della natura, ricercandone la bellezza sopita.