Cronaca

Un paio d’ore al Pronto Soccorso…

Qualche settimana fa, appena prima che l’Italia venisse risucchiata da Sanremo, la più potente arma di distrazione di massa del Belpaese, ho trascorso due illuminanti ore in un Pronto soccorso della provincia di Messina.

Era una domenica sera e lo stanzone dell’accettazione era affollato come l’area partenze di un aeroporto nell’imminenza delle festività di Natale.
Tutte le sedie erano occupate e molta gente aspettava in piedi il suo turno.
Nello spiazzo d’arrivo un andirivieni di macchine a gran velocità e ambulanze a sirene spiegate.
Malati e feriti attraversavano la sala d’attesa sulle barelle, guardati con un misto di curiosità e partecipazione dai presenti.

Tra i bisognosi di cure tanti bambini, per lo più colpiti da febbre molto alta.
Alcuni piccolissimi, avvolti nelle coperte e in braccio a mamma o papà.
Non erano tutti italiani.
Molti, forse la maggioranza, erano stranieri.

Colpiva l’ansia dipinta nel volto dei genitori, la preoccupazione di spiegarsi bene in una lingua diversa dalla loro, il timore di essere trattati male, scacciati, rinviati altrove.
E colpiva anche, e bisogna dirlo e sottolinearlo, il garbo di tutti i lavoratori.
Dall’addetto al triage, al portantino, agli infermieri, ai medici.

Col volto coperto da mascherine chiedevano innanzitutto se fossero stati in Cina o se avessero avuto contatti con cinesi.
Ascoltavano pazienti i sintomi, registravano i dati personali, smistavano i pazienti, li accompagnavano all’interno e li visitavano con cura e perizia.
Molti uscivano col viso più sereno e sorrisi umili e dolcissimi.
E ringraziavano.
Salutavano e ringraziavano più volte.

Nelle tre ore d’attesa non ho visto nessun medico o infermiere o impiegato perdere la pazienza.
Sempre gentili e professionali.
Senza fermarsi un attimo.
Ascoltavano, consigliavano, tranquillizzavano.
E sopportavano eroicamente la fatica e le provocazioni e gli insulti di chi, snervato dall’attesa, gonfio di quell’ira ingiustificata che ormai permea l’animo di tanti, riteneva lecito aggredirli con violenza inaudita, quasi a cercare lo scontro fisico, la rissa.

Eroi.
Veri eroi del quotidiano.
In prima linea a combattere guerre che altri blaterano solo per fini elettorali.
Armati solo del loro sapere, con risorse e strumentazioni spesso carenti e inadeguate.
Fedeli al loro giuramento e forse anche un po’ rassegnati.
Ma lì, presenti.

Pronti ad accogliere ogni persona avesse bisogno di cure.
Senza badare al colore della pelle, alla lingua o al loro presunto “stile di vita”.

Va da se che nelle tre ore che sono stata al pronto soccorso nessuna donna era lì per abortire.
Anche perché la procedura per l’interruzione di gravidanza non prevede il passaggio dal Pronto soccorso.

Almeno qui, in provincia di Messina.
Dove i medici e i sanitari del Pronto soccorso, in una domenica sera di febbraio, sembravano angeli.

Qui, in provincia di Messina.
Che è pur sempre Italia…

Antonella Pavasili©️

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