Cronaca

Operazione Polena, 5 condanne in appello a Santa Lucia sopra Contesse

Restano cinque le condanne in “casa” dei nuovi reggenti di Santa Lucia sopra Contesse coinvolti nell’operazione Polena, fatta scattare dai Carabinieri il 18 luglio 2018.

La Corte d’Appello di Messina ha in sostanza confermato le condanne emesse dal Giudice Simona Finocchiaro, alla fine del processo in abbreviato, pur concedendo qualche sconto di pena.

Circa un anno fa il GUP aveva stabilito pene più severe rispetto a quelle chieste dall’Accusa, ed ora i giudici di secondo grado sembrano allinearsi alle conclusioni della Procura di allora, aggiustando appena il verdetto di primo grado.  

La Corte (presidente Tripodi) ha inoltre respinto l’appello della Procura Generale, che aveva chiesto di ripristinare per tutti gli imputati l’aggravante ex articolo 7, ovvero il legame con l’associazione mafiosa.

Ecco il verdetto: 2 anni e 8 mesi 5 per Antonio Caliò (contri i 5 del primo grado), 4 anni e 8 mesi per Giuseppe Cambria Scimone (6 anni e 8 il I grado), 12 anni per per Tommaso Ferro (15 anni e 8 mesi in primo grado), un anno e 4 mesi (e non 2 anni e 2 mesi) per Lorenzo Guarnera. Pena confermata integralmente, 12 anni, per Antonio Cambria Scimone.

Hanno difeso gli avvocati Giuseppe Bonavita, Salvatore Silvestro e Alessandro Billè.

Le indagini dell’Arma hanno ricostruito i più recenti affari, dal 2015 ad oggi, nella zona sud cittadina. Indagini che confermano come ad essere ancora il riferimento indiscusso della famiglia è Giacomo “Giacomino”Spartà, in carcere ormai da anni.

Tra gli affari trattati trattati, il fiorente settore delle sale scommesse e del gioco d’azzardo, l’usura e il pizzo agli esercizi commerciali della zona sud. Le intercettazioni telefoniche ed ambientali e i racconti dei pentiti – in particolare dell’ex “picciotto” Daniele Santovito, hanno svelato che Raimondo Messina e i Cambria Scimone non si limitavano a riscuotere il pizzo e imporre assunzioni, ma condizionava la vita delle imprese, per garantire il buon andamento di quelle proprie.

Per eliminare la concorrenza al bar “Il Veliero”, ad esempio, intestato ad un familiare ma sempre in mano a Messina, malgrado i guai con la giustizia, un pasticcere che operava nella stessa zona è stato obbligato a interrompere la vendita di bibite e caffè. Un grossista di alimentari non ha più fornito carni ai ristoranti perché disturbava l’attività di macelleria di uno degli indagati.

L’organizzazione gestiva anche le estorsioni ai giocatori, frequentatori di alcune sale gioco cittadine controllate dalla cosca. In un caso alcuni degli indagati hanno costretto il titolare di una sala scommesse a cedere loro la proprietà, a causa delle difficoltà economiche che aveva, pretendendo anche il pagamento di 5mila euro, per una serie di giocate effettuate con denaro “a credito” delle società di scommesse.

Altri giocatori sono stati costretti a pagare i debiti con i gestori delle sale dietro minaccia di ritorsioni e violenza. Gli uomini del clan prima minacciavano apertamente di ritorsione – “ti spezzo le gambe”, hanno detto ad una vittima, in una conversazione intercettata” – poi se il malcapitato non pagava facevano leva esplicitamente al rango criminale degli esponenti del clan, per convincerli a pagare.

Una donna, indebitata fino al collo per aver perso al tavolo da poker, ha ripagato una perdita di 6 mla euro con 10 mila euro in contanti, un anello da 6mila euro e un orologio da 4 mila. Un noto gioielliere cittadino, per far fronte a piccoli debiti con i fornitori, ha chiesto un prestito di 4 mila euro e ha dovuto restituire agli usurai 8500 euro in sei mesi, di cui 4.500 a titolo di interessi.