Operazione Polena, le mani del clan su attività commerciali e sale d'azzardo - Tempostretto

Operazione Polena, le mani del clan su attività commerciali e sale d’azzardo

Alessandra Serio

Operazione Polena, le mani del clan su attività commerciali e sale d’azzardo

giovedì 19 Luglio 2018 - 06:15
Operazione Polena, le mani del clan su attività commerciali e sale d’azzardo

A reggere il clan da quando il boss storico è in carcere è Raimondo Messina insieme ad Antonio Cambria Scimone. Al centro degli interessi della famiglia, il racket a tappeto alle attività della zona, le estorsioni ai giocatori d'azzardo e i prestiti ad usura. Il blitz dei Carabinieri è scattato all'alba di oggi.

E' scattato all'alba di oggi il blitz dei Carabinieri con 8 arresti per associazione mafiosa, usura, estorsione, violazione degli obblighi e intestazione fittizia di beni. L'inchesta della Direzione distrettuale antimagia di Messina, guidata dal procuratore Maurizio De Lucia, ha permesso di aggiorare la geografia mafiosa del clan di Santa Lucia sopra Contesse, storicamente guidata dal boss Giacomo "Giacomino" Spartà, che ha ancora in mano le redini della famiglia malgrado sia al carcere duro da diversi anni.

A dare il via agli accertamenti, coordinati dai sostituti Liliana Todaro e Maria Pellegrino e partiti nel 2014, alcuni episodi estorsivi ai danni di commercianti della zona sud cittadina, strangolati dal racket fino a dover cedere le proprie attività. Poi le dichiarazioni di Daniele Santovito, pentitosi nel 2008, che conferma i ruoli di vecchi e nuovi nomi all'interno del clan.

Coinvolti nel blitz Raimondo Messina, che sarebbe il reggente della famiglia. A confermare il ruolo di Messina, spiegano gli inquirenti, anche la visita che la moglie di Giacomino Spartà gli fa, insieme ai figli, in un periodo di semi libertà dell'uomo. Poi l'atteggiamento di rispetto che Messina teneva per Antonio Spartà, fratello di Giacomino, a conferma anche del ruolo ancora saldo del boss storico, malgrado sia dietro le sbarre ininterrottamente dal 2003. Messina teneva la cassa comune, a cui il clan si approviggionava, insieme ad Antonio Cambria Scimone. Entrambi sono nomi già noti perché pregiudicati.

Misura catelare anche per Angelo Bonasera, Antonio Caliò, Giuseppe Cambria, Tommaso "Masino" Ferro, Lorenzo Guarnera, e Alo "Massimo" Russo, al quale sono stati concessi i domiciliari. Bonasera, Guarnera, Ferro e Messina erano già in carcere per precedenti inchieste.

Il clan gestiva le estorsioni a tappeto, e non si limitava a riscuotere il pizzo e imporre assunzioni, ma condizionava la vita delle imprese, per garantire il buon andamento di quelle proprie. Per eliminare la concorrenza al noto bar "Il Veliero", ad esempio, un pasticcere che operava nella stessa zona è stato obbligato a interrompere la vendita di bibite e caffè. Un grossista di alimentari non ha più fornito carni ai ristoranti perché disturbavava l'attività di macelleria di uno degli indagati. Il bar era gestito ed amministrato da Raimondo Messina, anche se la titolarità formale era passata alla madre, negli anni, forse per evitare possibili sequestri visti i guai giudiziari del figlio.

L'organizzazione gestiva anche le estorsioni ai giocatori, frequentatori di alcune sale gioco cittadine controllate dalla cosca. In un caso alcuni degli indagati hanno costretto il titolare di una sala scommesse a cedere loro la proprietà, a causa delle difcoltà economiche che aveva, pretendendo anche il pagamento di 5mila euro, per una serie di giocate effettuate con denaro "a credito" delle società di scommesse.

Altri giocatori sono stati costretti a pagare i debiti con i gestori delle sale dietro minaccia di ritorsioni e violenza. Gli uomini del clan prima minacciavano apertamente di ritorsione – "ti spezzo le gambe", hanno detto ad una vittima, in una conversazione intercettata" – poi se il malcapitato non pagava facevano leva esplicitamente al rango criminale degli esponenti del clan, per convincerli a pagare.

Una donna, indebitata fino al collo per aver perso al tavolo da poker, ha ripagato una perdita di 6 mla euro con 10 mila euro in contanti, un anello da 6mila euro e un orologio da 4 mila. Un noto gioiellere cittadino, per far fronte a piccoli debiti con i fornitori, ha chiesto un prestito di 4 mila euro e ha dovuto restituire agli usurai 8500 euro in sei mesi, di cui 4.500 a titolo di interessi.

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