Società

Coronavirus, la storia della Renault 4 che ha passato lo Stretto di Messina. VIDEO

La foto della loro vecchissima Renault 4, stipata all’inverosimile, ha fatto il giro d’Italia. E’ finita sui giornali prima in Campania poi, soprattutto, quando ha attraversato lo Stretto di Messina, perché proprio in coincidenza con l’inasprimento dei controlli.

Il sindaco di Messina, Cateno De Luca, ne ha riportato tutti i dati, con tanto di indirizzo del proprietario, poi ha anche detto di aver fatto pedinare l’auto (affermazione controversa) fino ad Acitrezza, dove ha fermato la sua corsa.

Ma avevano davvero necessità di venire in Sicilia? Sì, spiega Boris Drozom, la persona che li ospita.

LA STORIA

1) Queste persone si trovavano nel Sud Italia da mesi, precisamente in Campania. Dunque non sono partiti negli ultimi giorni dalla Francia o dal Nord Italia per raggiungere la Sicilia;

2) Conducono una vita diversa dal comune: viaggiano, guadagnano qualcosa attraverso l’arte di strada, riescono a vivere con poco. Con l’Italia in quarantena sono rimasti senza soldi e senza un luogo dove poter andare. Si sono ritrovati dunque in una situazione di urgenza comprovata. La possibilità più vicina per loro per rispettare giustamente l’ordinanza sulla quarantena era quella di raggiungere la Sicilia dove dei loro amici, una famiglia spagnola e argentina (amici miei), si sono messi a disposizione per ospitarli ed aiutarli. Nonostante vivano in uno spazio ristretto sono soccorsi in aiuto. In un momento come questo bisogna limitare i flussi ed evitare tutti gli spostamenti non necessari, ma questo lo era. Non perdiamo la capacità di verificare, discernere e distinguere i casi, come la signora che in questi giorni ha buttato un secchio d’acqua dal balcone ad una passante pensando che stesse violando la quarantena (era un’infermiera di ritorno a casa dopo un turno massacrante…);

3) Nessuno dei tre ha contratto il coronavirus: prima di varcare i confini della Campania per dirigersi in Sicilia, sono stati fermati dalla polizia che li ha costretti al test del tampone, conducendoli in ospedale. Il risultato è stato negativo. Ciò che sto dicendo è ufficiale, registrato. Da lì a qui non hanno avuto contatti con nessuno;

4) Sono giunti a Villa San Giovanni prima che la Sicilia chiedesse di inasprire i controlli. Hanno comunicato le loro intenzioni alla Protezione Civile e si sono registrati nel portale online della Regione Sicilia, che richiede la registrazione a coloro che entrano nell’isola. Hanno dimostrato di avere ospitalità a Catania ma gli è stato negato l’ingresso ai traghetti senza una spiegazione valida. Sono rimasti per tre giorni e tre notti lì, senza sapere cosa fare. Intanto venivano filmati e insultati dai passanti. Hanno sperimentato sulla propria pelle quell’Italia imbruttita, che si accanisce (scegliendo i nemici sbagliati, facili, comodi e non i veri responsabili dei tanti disastri del nostro paese) e giudica senza sapere. Non parlano nemmeno italiano, dunque non hanno passato dei bei momenti;

5) Ieri, dopo tanti tentativi e ribadendo ancora una volta disperatamente che l’unico luogo dove poter rispettare la quarantena si trovasse in Sicilia e che fosse più rischioso (e contro le ordinanze) lasciarli per strada, si sono imbarcati sul traghetto. Intorno a mezzanotte sono arrivati a Catania;

6) Oggi la famiglia solidale è stata visitata dalla polizia e da qualche giornalista. Sono stati posti tutti in quarantena obbligatoria;

7) Aiutarsi a vicenda non ha prezzo: in questo caso dovranno affrontare la quarantena in sovrannumero e carenza di spazio, tra quadrupedi (sei) e persone (otto). Anche gli ospitanti sono artisti di professione e dunque in un momento di difficoltà. Chiedono innanzitutto la fine del linciaggio mediatico, la diffusione della loro versione dei fatti e, infine, solidarietà (chi potesse aiutare in qualunque modo faccia sapere), empatia. In questo momento i tantissimi che si trovano in difficoltà, che vengono relegati alla marginalità, vanno aiutati. I senzatetto, i braccianti vittime del caporalato che vivono nelle tendopoli dove non arriva nemmeno l’acqua per lavarsi le mani, i tantissimi senza reddito. Stringiamoci, facciamo quel che possiamo. Siamo interconnessi. Coscienti di questa interconnessione ne usciremo.