Dalla manutenzione delle "gebbie" agli incentivi per i piccoli proprietari: le proposte di Giuseppe Lombardo
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un cittadino, Giuseppe Lombardo.
C’è una cosa che ho imparato correndo per anni sui sentieri dei Peloritani: non ho mai avuto il timore di morire di sete. L’acqua, ogni paio di chilometri, la trovavo sempre: una fontanella nei rifugi o una sorgiva da qualche spuntone di roccia. Ed era pure buona. I Peloritani sono — ne sono convinto — tra i monti e le colline più belli della Sicilia, e sono ricchi d’acqua. Scorre sotto, tra le pietre, dove nessuno la guarda. Ci vuole tempo, e servono le scarpe giuste, per saperlo.
La politica oltre la superficie
La politica, quella vera, dovrebbe fare lo stesso: indossare le scarpe giuste e guardare sotto la superficie, non fermarsi a ciò che appare. E invece, davanti al cambiamento climatico, si continua a guardare solo in superficie. Il problema vero, quello che non si vede nell’immediato e che non porta voti alla prossima tornata elettorale, è proprio questo. Non è rimandabile, ma è invisibile.
Non è un lavoro promesso, un permesso firmato o una licenza concessa. È un terreno che si secca un po’ di più ogni estate, un acquifero o una falda che nessuno controlla, una collina che frana perché non c’è più chi la tiene ferma con le radici delle proprie colture. Chi amministra la cosa pubblica queste cose non le racconta in campagna elettorale. Servirebbe coraggio, non promesse. Il coraggio di dire che salvare un territorio non è un atto spettacolare, non richiede il taglio di nastri e i selfie vengono male. Salvare un territorio è un atto lento, ostinato e quasi silenzioso. Ma è l’unica cosa che resta dopo, quando le promesse hanno perso la loro forza.
Gli aiuti necessari ai privati
Un’idea su cosa si potrebbe fare ce l’ho, e nasce dalla terra che lavoro ogni giorno non per mestiere, ma per vocazione. Bisogna dare ai piccoli agricoltori e a chi possiede un pezzo di campagna la possibilità reale di accedere all’acqua che si trova nel sottosuolo dei nostri monti.
Qui occorre fare una distinzione fondamentale per chiarezza: gli aiuti pubblici sono sempre andati, giustamente, alle imprese agricole. Poco o niente è stato destinato ai privati o alle famiglie. A chi, cioè, possiede un pezzo di terra senza esercitare un’attività d’impresa. Eppure costituiscono la quota maggioritaria: alcuni dati indicano che oltre il 90% della terra coltivabile sia nelle mani di proprietari privati. E siccome qui il tema non è l’economia aziendale, ma la salvaguardia del territorio, gli aiuti dovrebbero andare diretti anche e soprattutto a loro.
Le proposte per la salvaguardia idrica
Per passare dalle parole ai fatti servono interventi chiari. Bisogna innanzitutto mappare il sottosuolo ed eseguire carotaggi e perizie geologiche mirate, così da individuare dove sia possibile realizzare nuovi pozzi senza alterare gli equilibri idrici o danneggiare le falde esistenti. Accanto a questo, occorre incentivare la creazione di bacini di raccolta o di laghetti coperti, finanziando e supervisionando con serietà i Consorzi idrici, che rappresentano il primo presidio a tutela del territorio per evitare lo spreco d’acqua e renderla accessibile a chi coltiva. Non meno importante è prevedere contributi a fondo perduto e agevolazioni fiscali dedicati a chi investe nel ripristino dei terrazzamenti e delle vasche irrigue tradizionali, le cosiddette gebbie, indispensabili per trattenere le piogge e proteggere i versanti dal dissesto.
Il valore del ritorno alla terra
Infine, c’è la questione delle radici, in senso letterale e figurato. Bisogna invogliare le persone a tornare in campagna, non come fuga romantica o scelta di solitudine, ma con un sostegno concreto. Occorre incentivare le colture autoctone e la nostra vocazione per il limone Interdonato — ‘u limuni finu —, che non è solo un frutto, ma un’identità e un modo tradizionale di stare su questa terra che i nostri nonni conoscevano bene.
Se ci saranno perdite — e ce ne saranno, perché il clima che cambia non fa sconti e non ammette rinvii —, le istituzioni devono avere il coraggio di farsene carico. Non si tratta di assistenzialismo, ma della premessa per una scommessa su chi combatte ogni giorno e su chi ha ancora voglia di provarci.
Difendere le nostre radici non significa ancorarsi alla nostalgia. È l’unica forma di futuro che ci possiamo permettere in questo pezzo di Sicilia chiamato Peloritani: bellissimi e con tanta acqua sotto i piedi.
Giuseppe Lombardo

