Per il Cortile Teatro Festival, un'originale produzione Nutrimenti Terrestri alla Lega navale, interpretata da un eccellente Carmelo Crisafulli
MESSINA – Un manifesto teatrale monologante che si insinua fra le maglie costrittive di un sistema che spegne le voci di chi a fatica vorrebbe emergere. “Ciao Amore” di Simone Corso, una densa “mise en espace” con drammaturgia di Jovana Malinaric e collaborazione artistica di Adele Di Bella, è andata in scena presso il cortile della Lega Navale messinese per la seconda serata del quindicesimo Cortile Teatro Festival, con brillante direzione artistica di Roberto Zorn Bonaventura.
Una originale produzione Nutrimenti Terrestri, interpretata da Carmelo Crisafulli, attraverso ricordi dello stesso e parole di Luigi Tenco, che a partire dal 26 gennaio 1967, tragica data che ha segnato l’epilogo dell’esistenza del citato cantautore, ha inteso rappresentare l’andamento della Storia d’Italia con la precarietà lavorativa che ha contrassegnato e segna ancor più questi tempi bui di decadenza del nostro Paese (e non solo). Uno spaccato, che pur muovendo da quella serata sul palco sanremese, si è poi dipanato mettendo in dialogo le parole della struggente “Ciao amore, ciao” di Tenco, mirabilmente interpretata anche da Dalida, con il passato fino a coinvolgere nel sapiente dispositivo teatrale il nostro amaro presente, dominato dall’incertezza e dalle mancate tutele della posizione del lavoratore che, come il cittadino, appare sempre più esposto a condizioni ambientali di serio pericolo derivanti da fabbriche che costituiscono fonti nocive.
Caso paradigmatico è la Raffineria milazzese, tanto coreografica e sfavillante e così pregiudizievole per la salute pubblica. Il testo, pluricelebrato con esecuzione, tra gli altri, della compianta Giuni Russo e di Eugenio Finardi, è rimasto nell’immaginario collettivo per essere indissolubilmente correlato alla morte di Tenco, escluso dalla finale del festival e toltosi la vita dopo uno sfogo lasciato per iscritto il sistema, per l’ingiustizia subita nella kermesse canora dove aveva trionfato “Io, tu e le rose”, di Orietta Berti e riportato vittoria “Non pensare a me”, entrambe nel segno di continuità di una tradizione Nazional popolare, che ancora non dava segno di arretramento, ma che l’avvento del 68 avrebbe di lì a poco travolto.
Dalida, legata al cantautore anche sentimentalmente, dopo aver portato in scena una versione francese della canzone alla Palmares de Chanson, aveva ingerito una dose di barbiturici che l’aveva fatta precipitare in un coma, per fortuna reversibile. Tenco, famoso anche per altri brani come “Mi sono innamorato di te” del 55, “Vedrai” e “Lontano, lontano”, ambedue del 59, aveva, così per propria mano, chiuso tragicamente la sua vita terrena.
Con l’odierna pièce la fortunata Rassegna di teatro italiano contemporaneo ha proseguito il suo iter di poliedrica ricerca, coniugando magistralmente momenti più disincantati, con riflessioni amare sulle criticità che contaminano il tessuto sociale Italiano, attraversato con la lente pervasiva attoriale dagli anni sessanta alla nostra attuale precarietà, con fasi più leggere. Riprendendo le parole dell’avvincente protagonista, l’eccellente Carmelo Crisafulli in stato di grazia davvero, non si è portato in scena il personaggio Luigi Tenco, ma il suo cadavere, unitamente alle scorie connesse al passaggio di un’Italia che si apprestava al boom economico, ancora però in odore di vecchiume, che sarà considerato ciarpame e travolto dalla rivoluzione sessantottina. Il protagonista, del Milazzese, ha intervallato personali rievocazioni dei tempi andati, con la sua partenza verso Milano, che allora rappresentava il possibile sogno artistico, con le connaturate privazioni che hanno segnato inevitabilmente la condizione di emigrante, con rimandi alla tragedia del sogno infranto del cantautore.
Monologo di genere teatro documentario, questo, con genesi da uno studio a seguito del laboratorio di scrittura curato da Babilonia Teatri, nel 2025 a Canile Drammatico Festival, sotto l’egida di Enrico Castellani
La “strada bianca come il sale” del Milazzese sfumata nelle “mille strade bianche come il fumo” milanesi hanno generato l’Attore odierno, con una identità soffocata fra cast, provini, e privazioni, mentre il denaro è poco e gli affitti sono alle stelle e tocca allora arrangiarsi, anche integrando con lavoretti accessori, senza smettere mai di corrispondere alle richieste performanti della società che continua a proporre modelli distanti anni luce dal reale. Il piano privato e quello artistico appaiono allora entrambi appiattiti sotto questa logica che azzera i veri tratti identitari.
È il sistema, bellezza, verrebbe da dire, allora, usando una terminologia trita e ritrita non più significante, mentre il nostro attore pare annullarsi nel segno di una omologazione schiacciante che, da nord a sud, produce sofferenza, e l’ideale, il mondo incantato che ci si era prefissi di abitare, sparisce allora in un grigio biancore.
Una performance intrisa del male di vivere che i centri abitati, non più a misura d’uomo, rendono sempre più gravoso. Un plauso, ancora una volta al Cortile che con questa mise en scene ha inteso percorrere territori mai scontati e di certo impervi, riuscendo a essere estremamente convincente. L’apprezzamento del numeroso pubblico ha del resto impresso il meritorio sigillo ripagando la fatica sottostante, ben percepibile nel volto compenetrato del valente interprete.

