Beni confiscati alla mafia: nel 2010 assegnati 13 beni sottratti a Messina ma la strada è ancora lunga

Beni confiscati alla mafia: nel 2010 assegnati 13 beni sottratti a Messina ma la strada è ancora lunga

Beni confiscati alla mafia: nel 2010 assegnati 13 beni sottratti a Messina ma la strada è ancora lunga

lunedì 22 Novembre 2010 - 20:04

I dati, forniti dall'Agenzia per i beni confiscati e sequestrati, pone Messina fra i primi posti in classifica. Ma sono ancora più del 50% i beni confiscati e non riutilizzati dallo Stato

Lentamente, molto lentamente ma qualcosa comincia a muoversi nel tortuoso campo del riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Lo Stato ha impresso una leggera accelerata ad una pratica che può permettere a forze dell’ordine, associazioni di volontariato, enti pubblici e comunque a quanti operano nel sociale di utilizzare un patrimonio immenso legittimamente sottratto dagli artigli di Cosa Nostra.

L’Agenzia dei beni confiscati ha reso noto oggi che presto consegnerà a comuni, cooperative ed associazioni siciliane 135 beni per il loro riutilizzo sociale. C’è di tutto: appartamenti, terreni, posti auto, garage, negozi. Un “tesoro” che finalmente lo Stato darà la possibilità di utilizzare a quanti certamente ne faranno buon uso.

Le statistiche ci dicono che al momento sono undicimila i beni confiscati in Italia fino all’ottobre scorso. La provincia di Palermo nel 2010 si conferma il comune più “prolifico” con 72 beni transitati dalle mani della mafia allo Stato. Fra questi una villa appartenuta a Totò Riina e parecchi terreni agricoli di Carini già proprietà del boss Tano Badalamenti. Alcuni terreni sottratti a Giovanni Brusca a San Giovanni Jato andranno alla cooperativa -Terre Libere- mentre su altri poderi, riconducibili allo stesso Brusca, sorgeranno una scuola ed una caserma dei carabinieri. Un modo efficace per riaffermare la forza dello Stato ed il potere della legalità su quello mafioso. Una caserma dei carabinieri nei terreni del sanguinario boss di San Giovanni Jato. L’uomo che non esitò a sciogliere nell’acido un bambino, figlio di un collaboratore di giustizia. Non solo un fatto simbolico ma assolutamente sostanziale in una terra troppo a lungo inerme di fronte allo strapotere di Cosa Nostra.

In questa singolare classifica Messina occupa un posto di rilievo. Nella città dello Stretto sono stati confiscati 13 beni ad esponenti mafiosi. L’Agenzia, in occasione del direttivo che si è riunito nell’ottobre scorso, li ha assegnati quasi tutti per finalità di ordine pubblico. E’ il caso di alcuni appartamenti sottratti a Michelangelo Alfano, oggi scomparso. Gli inquirenti consideravano Alfano una sorta di rappresentante mandamentale di Cosa Nostra a Messina. Ora in quelle case sorgerà una stazione dei carabinieri

con relativi alloggi. Ma non è tutto perché altri beni confiscati ad Alfano, una cantina, un box e un

posto auto sono stati assegnati alla Compagnia di Messina della Guardia di Finanza. Spostandoci in provincia l’Agenzia assegnerà per fini sociali due terreni e due fabbricati rurali di Messina e Rometta appartenuti ad Onofrio Alesci.

E nell’elenco non mancano le donne. In Sicilia sono tre quelle alle quali sono stati confiscati dei beni. Una di queste si trova proprio a Messina. Si tratta di Grazia Rita Sollima alla quale è stato confiscato un terreno nel capoluogo.

Insomma aggredire i patrimoni, isolare economicamente i boss e le loro cosche è ormai la strategia principale per combattere le mafie. A Messina hanno destato scalpore gli ultimi sequestri, quello da 25 milioni di euro all’imprenditore edile di Milazzo Vincenzo Pergolizzi e quello altrettanto ricco ai fratelli Pellegrino di Santa Margherita, produttori di calcestruzzo in quantità industriale. Il procuratore capo, Guido Lo Forte è un convinto fautore della guerra ai grandi patrimoni mafiosi e non perde occasione per sottolineare l’importanza di questa strategia. Ma è tutto oro quel che luccica? No che non lo è. Lo denunciano autorevoli esponenti della magistratura, recentemente lo ha fatto il prefetto Mario Morcone, direttore dell’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati e prima di lui la Corte dei Conti. Morcone – in un’intervista al Fatto Quotidiano- lamenta i pochi mezzi e i pochi uomini messi a disposizione dal Governo per affrontare questa battaglia. L’Agenzia opera solo dal maggio scorso ma Morcone ha già chiesto rinforzi. Il ministro Maroni ha promesso l’apertura di sedi a Palermo e Napoli ma per ora l’Agenzia è costretta ad arrangiarsi e fino ad oggi si può dire che abbia fatto miracoli. Tuttavia la Corte dei Conti nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme. Il 52,6%, cioè poco più della metà dei beni confiscati alla mafia, resta inutilizzato. L’indagine della Corte riguarda le attivita’ svolte dalle amministrazioni competenti in ordine ai procedimenti afferenti al sequestro, alla confisca ed all’assegnazione dei beni confiscati alla criminalita’ organizzata nel periodo che va dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2009. Un dato preoccupante che punta l’indice non tanto contro le inefficienze quanto contro la complessità della macchina burocratica in questo delicato settore. Secondo lo studio della Corte dei Conti ad ottobre 2010 erano 1659 i beni rimasti inutilizzati, più della metà dei quali proprio nel Meridione. Le ragioni dei ritardi sono innumerevoli. Innanzitutto i tempi lunghi per giungere alla confisca di un bene. A volte servono anche dieci anni. Ma un altro lunghissimo lasso di tempo intercorre dal momento della confisca a quello dell’assegnazione. Ciò dipende –sostengono i giudici della Corte dei Conti- dalle difficoltà dei comuni a ristrutturare e gestire questi patrimoni, dai ritardi nell’erogazione dei fondi nazionali e comunitari per la sistemazione degli edifici, per renderli funzionali rispetto alla destinazione, l’individuazione dei soggetti ai quali assegnare i beni. Ritardi che in alcuni casi rendono perfino inutilizzabili i beni, sottratti spesso anche a caro prezzo dalle grinfie della criminalità organizzata. Uno scempio al quale bisognerebbe mettere fine per ribadire una volta di più l’affermaione dello Stato sulla mafia e per rispetto di chi lottando per la legalità ha sacrificato la propria vita.

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