Nebrodi, quando i luoghi avevano i nomi dei "patruni"

Nebrodi, quando i luoghi avevano i nomi dei “patruni”

Alessandra Serio

Nebrodi, quando i luoghi avevano i nomi dei “patruni”

domenica 13 Settembre 2026 - 08:46

Uno studio sui toponimi di Galati Mamertino e Longi svela l'attaccamento alla "rroba" delle comunità. Il progetto Datos

Se i luoghi parlano, a raccontare la loro storia sono i nomi. Soprattutto nella Sicilia agricola e pastorale delle aree montane dei Nebrodi dove tantissimi luoghi prendono il nome da chi possedeva quel pezzo di terra. Nomi antichissimi, risalenti a secoli fa, alcuni di epoca bizantina addirittura, arrivati intatti sino ai giorni nostri a denominare località nelle campagne e i boschi tra Galati Mamertino e Longi e, più in alto, nel cuore del parco dei Nebrodi, all’ombra delle cime dove nidificano aquile e grifoni. Una usanza che richiama l’attaccamento alla terra e alla sua proprietà, ai “patruni della rrobba” di verghiana memoria.

galati mamertino castello da sotto

A scoprirlo è stato Giuseppe Truglio, oggi insegnante, linguista appassionato della storia del suo paese natìo, Galati Mamertino. “Lavorando alla tesi di linguistica insieme alla mia docente dell’Università di Palermo Marina Castiglione – spiega Giuseppe – sono stato coinvolto nel progetto Datos, che contribuisce all’aggiornamento dell’atlante linguistico siciliano e ha riguardato diverse località siciliane. In sostanza, anche insieme alla professoressa Elvira Assenza dell’Università di Messina, abbiamo cercato di svelare l’origine dei toponimi diffusi tra Longi e Galati”.

I due comuni che sorgono uno di fronte l’altro, spiega Giuseppe, sono stati scelti perché la prima ricerca ha svelato che molte località amministrativamente riferiti a Longi erano invece in passato più frequentati da pastori e agricoltori di Galati. Giuseppe Truglio ha quindi intervistato i residenti, tra loro soprattutto gli anziani e i pochi pastori e agricoltori rimasti, che parlano il dialetto, dai quali ha raccolto tante denominazioni tradizionali delle località, le leggende legati a quei luoghi, i racconti e i ricordi tramandati di generazione in generazioni, legati ai posti dove si effettuava la transumanza o si andava a mietere il grano. Confrontando il materiale raccolto con le analisi linguistiche, i documenti storici disponibili e le cartografie, Giuseppe e l’equipe di lavoro di Datos hanno portato alla luce l’origine di molti toponimi.

ponte galati mamertino longi

“Malgrado il toponimo di Galati sia di origine araba – racconta il ricercatore – non ci sono molti altri toponimi arabi nella zona. La maggior parte sono successivi, di origine dialettale o latinismi, anche se ve ne sono alcune di origine greca (come Catafurco – dal greco kata -feron, che vuol dire portare sotto ed è infatti il nome delle note cascate di Galati ndr). Ma soprattutto si tratta in moltissimi casi dei nomi stessi di chi possedeva quelle terre, il padrone dei terreni dove si andava a pascolare appunto. Chi possedeva la terra, insomma, la battezzava anche. La località “cugnusu”, per esempio, era appunto “du Cugnusu”. Altre volte i nomi dei luoghi fanno invece riferimento a quel che vi cresceva, alla fauna locale”. Gli anziani ricordano per esempio un luogo, riportato nelle mappe, che si chiama tradizionalmente “Chianifavi”, ovvero piano delle fave. Qui, però, non crescevano le fave perché la parola in siciliano dialettale arcaico designa invece i faggi, i più tipici alberi dei Nebrodi.

Alcuni toponimi rimangono misteriosi. “Non siamo riusciti a risalire all’origine di Mueli ( un luogo che fa da sfondo a tanti racconti tradizionali e leggende)” – racconta il ricercatore – e non siamo sicuri se il toponimo “russeddu” sia legato a un cognome ormai desueto o, per esempio, al tipico grano “rossello” ora recuperato in alcune parti della Sicilia.

E’ un patrimonio di nomi, ma anche e soprattutto di storie e tradizioni, che si va perdendo. La maggior parte dei toponimi non esiste più sulle mappe, o è stata trascritta male. Si tratta perciò di un patrimonio orale che sta scomparendo anche perché si va perdendo la trasmissione orale tra generazioni.

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