In -Prove di felicità a Roma Est- Roan Johnson racconta “lo svezzamento” romano di Lorenzo e la storia d’amore con Samia, la ragazza dal cuore salato.
«Credo che le scuole di scrittura possono aiutare perché la scrittura non è una cosa innata ma non sono certo una salvezza assoluta. In generale sarebbe bello che la scuola desse più spazio alle arti, dalla musica alla scrittura sino al teatro». Roan Johnson, italiano al 100% e con un bell’accento toscano, arriva alla scrittura dopo aver preso il diploma di sceneggiatore al Centro Sperimentale di Roma e aver insegnato per 6 anni sceneggiatura nella sua Pisa. Il suo primo romanzo, Prove di felicità a Roma est (Einaudi; pp. 166; €16.50) “prende” subito grazie ad uno stile fresco ma lontano, lontanissimo da quegli scrittori che si guardano allo specchio e fra le pagine Roan non nasconde di aver messo tanto di sé, fra sesso, corna, amicizie infrante e poi rinate sullo sfondo di una Roma dura, anzi durissima…
Cominciamo con una domanda classica: Com’è nato questo libro?
«E’ nato con l’esigenza di raccontare una storia d’amore legata alla mia adolescenza e che ormai da tanto tempo aspettava di venire fuori. Finalmente la distanza era quella giusta per guardare indietro ed estrapolarla dal mio vissuto, facendola diventare un romanzo».
Quindi c’è un po’ di realtà fra le pagine…
«Assolutamente, le radici sono tutte reali, sia la storia d’amore con Samia che la città, visto che ho sempre abitato a Roma est. Ovviamente poi ho aggiunto e romanzato».
Roma sin dal titolo è molto presente nel tuo libro quasi come fosse un vero e proprio personaggio del libro. Eppure la città eterna non è tenera con Lorenzo…
«Roma non è tenera in generale, un po’ come tutte le metropoli. Ad un certo punto la voce narrante dice “più è grande e importante e più devi essere grande e importante te se ci vuoi stare, sennò meglio restarsene al paesello con i tuoi amici e Gino all’alimentare che ti fa lo sconto”. Nelle grandi città puoi benissimo fare il turista ma se le vivi nella periferia e da precario, sono città che ti danno tanto ma ti sottopongono ad una lotta costante».
Quando Lorenzo vorrebbe raccontare ai suoi amici del paese che a Roma tutto costa parecchio e la vita non è affatto facile, loro non lo stanno a sentire. Perché?
«Beh chi vive in un paesello quando immagina la grande città o l’estero non vuol proprio sentir parlare dei problemi e dei difetti legati a quell’ambiente immaginario».
E’ stato difficile creare il personaggio di Samia e come hai fatto per renderla una ragazza “salata”?
«Il personaggio salato c’è sempre stato, addirittura il titolo originale era “la ragazza dal cuore salato”, era una caratteristica che la contrapponeva all’immaginario romantico classico e un po’ datato che si ritrova spesso in letteratura. Volevo raccontare una relazione reale, il sesso, le litigate, i momenti belli e quelli normali pescando dal serbatoio del mio vissuto e da quello dei miei amici. Samia è il frutto di tante componenti, in parte è la ragazza della mia adolescenza, in parte è la mia attuale fidanzata ma c’è qualcosa anche delle molte ragazze di origini nordafricane che ho conosciuto e intervistato».
All’inizio Lorenzo prova un senso di colpa verso Marchino per avergli soffiato Samia ma poi è geloso nei confronti di Vischio. Insomma nessuno vuole fare la parte del cornuto…
«Beh la gelosia è un sentimento dirompente di cui si parla solo con superficialità, tralasciandone le parti meno scontate e forse più interessanti. Ad un certo punto Lorenzo afferma “forse io ero geloso di Samia ma la mia gelosia era anche invidia”. Spesso, soprattutto nell’adolescenza, ci si trincera nella gelosia perché non si hanno gli strumenti, non si ha il coraggio necessario per affrontare la vita a testa alta. Gli ideali di fedeltà e monogamia sono ben presenti nella nostra società ma spesso non si ritrovano nella realtà delle cose e ciò è destabilizzante. Questa schizofrenia viene vissuta da Lorenzo ma penso anche da tanti altri e volevo raccontarla».
Ad un certo punto deduce che per risolvere il problema del decadimento morale si dovrebbe spostare la capitale da Roma ad un cucuzzolo di montagna. Basterebbe?
«No» (e ride di gusto).
Ma lo pensi anche tu che ci sia un problema morale oggigiorno?
«Certo! Comunque il cucuzzolo sarebbe una soluzione semplicistica difatti dopo Lorenzo dice “forse il frustrato sono io e sul monte dovrei andarci io”. Onestamente non credo che fare Roma capitale non credo sia stato giusto. Ad esempio la Turchia volutamente non fece Istanbul capitale, ossia per sottrarsi all’ombra dell’impero Ottomano e alle smanie di grandezza. Allo stesso tempo credo che se Roma non fosse stata capitale forse non avremmo avuto il fascismo».
Volevo chiudere con una curiosità personale: E’ difficile scrivere di sesso?
«E’ difficile ma lo è anche parlare di una storia d’amore. E’ un terreno del diavolo, corri sempre il rischio di scivolare sul banale e il già detto. Per me è stato piuttosto istintivo, forse avevo in mente Bianciardi e La Vita Agra, la sua semplicità e la sua ruvidezza allo stesso tempo. Fondamentalmente se si scrive con onestà si è già sulla buona strada».
