L’ufficio di presidenza del PdL deferisce al collegio dei probiviri i tre deputati finiani Bocchino, Briguglio e Granata. I generali dell’ex leader di An rispondono con una lettera di dimissioni dal gruppo parlamentare. Prende corpo l’ipotesi di un nuova realtà alla Camera, alla quale potrebbe aderire l’Mpa sulla base dell’attuale alleanza nel governo siciliano
La spaccatura è definitivamente sancita. L’ultimo congresso del PdL aveva fatto intendere in maniera lapalissiana che i rapporti tra Berlusconi e Fini non fossero più idilliaci. Quanto avvenuto ieri pone un serio punto interrogativo (o forse esclamativo) sulla compattezza del partito fondato dal presidente del Consiglio, senza tralasciare le ripercussioni che tale rottura concreta possa avere sull’intero governo. Una divisione resa “ufficiale” dal documento con il quale l’ufficio di presidenza del Pdl ha deferito al collegio dei probiviri i tre deputati “dissidenti” Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata.
-Non ci sono più le condizioni per restare nella stessa casa-: così inizia il testo con il quale vengono di fatto tagliati fuori politicamente dalla maggioranza alla Camera i finiani, due dei quali siciliani. Attacco rivolto direttamente anche all’ex leader di An, che non è destinatario di alcun provvedimento ma nei confronti del quale «verrebbe meno la fiducia nel ruolo di garanzia del presidente della Camera». «Abbiamo provato in tutti i modi a ricucire con Fini, ma non è stato possibile – ha poi affermato in conferenza stampa, Silvio Berlusconi -. Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito». Il documento votato a maggioranza (33 favorevoli, contrari i finiani Urso, Viespoli e Ronchi) sostiene che «l’unico breve periodo in cui Fini ha rivendicato nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l’assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl».
Parole forti, che hanno generato l’ovvia reazione della controparte. Fini si sarebbe limitato a sostenere che non spetta a Berlusconi decidere la sua permanenza alla presidenza della Camera. Intanto i generali dello stesso Fini hanno firmato una lettera “collettiva” di dimissioni dal gruppo parlamentare del PdL alla Camera, finite nelle mani del loro leader che potrà utilizzarle in base agli scenari che si concretizzeranno nelle prossime ore. Al vaglio ci sarebbe la costituzione di un nuovo gruppo alla Camera (e forse anche al Senato). I numeri i “ribelli” sembrerebbero averceli, addirittura 33-34 sarebbero pronti ad unirsi nel nuovo gruppo autonomo. I primi venti a sottoscrivere la richiesta questa mattina, iscritti a Generazione Italia, sono stati Bocchino, Briguglio, Granata, Raisi, Barbareschi, Proietti, Divella, Buonfiglio, Barbaro, Siliquini, Perina, Angela Napoli, Bellotti, Di Biagio, Lo Presti, Scalia, Conte, Della Vedova, Urso e Tremaglia. A seguire sono arrivate le adesioni di Roberto Menia, Silvano Moffa, Gianfranco Paglia, Donato Lamorte, Alessandro Rubens, Adolfo Urso, Giulia Bongiorno, Andrea Ronchi, Giulia Cosenza, Giuseppe Angeli, Carmine Santo Patarino.
Ma ad appoggiare Fini potrebbe esserci anche l’Mpa di Raffaele Lombardo, considerando che nel governo siciliano il PdL Sicilia appoggia il Governatore mentre i “lealisti” stanno all’opposizione. In questo caso la “famiglia” si allargherebbe oltremodo, se si pensa che gli autonomisti sono cinque alla Camera e tre al Senato (pronta ad appoggiare Fini anche Adriana Poli Bortone). Mentre bisognerà capire come si comporterebbe l’Api di Rutelli, che ad esempio nelle ultime elezioni di Milazzo ha camminato a braccetto con l’Mpa: questa formazione politica conta otto parlamentari e quattro senatori. Tutti questi discorsi comunque, è bene ricordarlo, sono vincolati ad un’ipotetica separazione definitiva nel PdL. Divorzio che ancora non c’è stato ma che a questo punto diviene sempre più probabile.
Berlusconi si è intanto affrettato a ribadire che il Governo non rischia: «La maggioranza è salda, il presidente del Consiglio gode di un consenso di oltre il 63%. La decisione sulla permanenza di esponenti vicini a Fini nel governo verrà assunto in sede di esecutivo». Certo è, che i segnali non sono confortanti.
