Valentina Pattavina a Tempostretto.it: «Orvieto? Il luogo perfetto per ricominciare a vivere»

Valentina Pattavina a Tempostretto.it: «Orvieto? Il luogo perfetto per ricominciare a vivere»

Valentina Pattavina a Tempostretto.it: «Orvieto? Il luogo perfetto per ricominciare a vivere»

martedì 07 Settembre 2010 - 22:33

La Lotus Production ha acquisito i diritti cinematografici del primo romanzo della scrittrice catanese

Matilde Ferrari, la protagonista de La libraia di Orvieto (Fanucci editore; pp.256; €16), che segna l’esordio narrativo di Valentina Pattavina, «è una donna in cerca di pace. Fugge da un passato tragico che l’ha segnata nel profondo e che non ha mai voluto guardare in faccia, preferendo lasciarsi alle spalle le macerie e farle accumulare, anziché spalarle e sgombrare il terreno dal dolore che la devasta». Per questo motivo fugge prima a Roma, poi a Milano ed infine ad Asiago per poi ritrovare l’equilibrio, il calore che cercava nella piccola Orvieto, con solo due libri a darle conforto. La libraia di Orvieto, giunto alla seconda edizione racconta la «storia in chiave inconsueta» e alla fine l’autrice ha scelto la black comedy, molto amata nel mondo anglosassone ma frequentata di rado nella narrativa italiana». Perché questo genere? «La commedia nera, invece, ritrae la vita con le sue pene e i suoi affanni – e di solito con qualcosa di torbido e misterioso dietro, che si dipana e si risolve senza ricorrere alle figure classiche del giallo – attraverso la lente di un umorismo spesso caustico e politicamente scorretto>>. Da poco la Fanucci editore ha annunciato che la Lotus Production di Marco Belardi ha acquisito i diritti cinematografici dell’esordio narrativo della Pattavina, la quale, scaramanticamente scegliere di tacere prima che tutto sia definitivo. Come darle torto?

Dopo quattro importanti monografie, approda al romanzo. Un passaggio naturale per la sua scrittura?

«Per logica dovrebbe essere così, non fosse che il mio approdo alla scrittura è avvenuto non tanto per una spinta istintiva quanto per una spinta «umana». Per dirla meglio, dopo avermi affidato negli anni la curatela di diverse opere, a Severino Cesari – che insieme a Paolo Repetti dirige la collana Stile libero di Einaudi – era venuto in mente nel 2007 di propormi la stesura di un saggio su Totò, che ha fatto da apripista ai tre successivi su Sordi, Villaggio e Tognazzi. Sergio Fanucci aveva letto quel libro una volta pubblicato, e apprezzatone il taglio e la lingua mi aveva proposto invece la stesura di un romanzo per la sua casa editrice. Nel mio caso, dunque, il passaggio dalla saggistica alla narrativa è stato dettato da uno sprone esterno più che da un afflato intimo. Ancora adesso dubito che mi sarei mai messa alla prova con la scrittura in genere senza l’intuizione di Cesari prima e di Fanucci poi».

Da cosa sta fuggendo Matilde e le quattro tappe della sua fuga sono casuali?

«Matilde Ferraris è una donna in cerca di pace. Fugge da un passato tragico che l’ha segnata nel profondo e che non ha mai voluto guardare in faccia, preferendo lasciarsi alle spalle le macerie e farle accumulare, anziché spalarle e sgombrare il terreno dal dolore che la devasta; un’operazione che richiede un coraggio e una forza che lei non sente di possedere. Si è consegnata così a un destino di malessere e solitudine, nutrendosi dell’illusione che scappare e cambiare aria spazzi via i problemi con le loro conseguenze. Vista la sua consuetudine cittadina, con la prima fuga Matilde passa dalla confusione caciarona della capitale al caos delirante della metropoli milanese: da una grande città a una grande città. Non funziona, le tocca cambiare radicalmente realtà per provare a ricostruirsi, dunque tenta con Asiago e le sue contrade, i suoi monti e le sue foreste; ma le manca qualcosa – non sa bene cosa – della vecchia vita, e allora azzarda altre manovre poco fortunate di riavvicinamento all’esistenza cittadina, fino a giungere a Orvieto. Un posto a misura d’uomo, dove si vive secondo ritmi lenti e meno frenetici, e che su Matilde sembra avere l’effetto lenitivo tanto agognato, non foss’altro perché le permette di coronare l’antico sogno di lavorare in una libreria. E la comunità buffa e strampalata che lì l’accoglie a braccia aperte fa il resto, consentendole alla fine di acquisire una consapevolezza a lei sino a quel momento sconosciuta».

Dal titolo alla nota introduttiva, la città di Orvieto è una vera e propria protagonista del suo libro, quasi fosse un vero e proprio personaggio da scoprire. Perché ha scelto Orvieto e quei luoghi in particolare, cosa l’ha affascinata tanto?

«Prima di dedicarmi all’editoria ho lavorato per parecchi anni nel mondo dello spettacolo. Ho fatto un po’ di cinema e molto, moltissimo teatro. Orvieto ha un magnifico teatro all’italiana nel quale sono capitata spesso per curare diversi allestimenti; durante le pause di lavoro, mi aggiravo lungo strade e campagne, ficcavo il naso nelle case, sbirciavo attraverso le fessure di porte e finestre, affascinata dalle suggestioni che scaturivano dai muri giallastri di tufo, dai vicoli, dai pozzi, inducendomi a immaginare chissà quali sordidi segreti. Dal punto di vista scenografico, Orvieto era un posto perfetto per collocare la storia che avevo in mente, per sviluppare, parallelamente alle vicissitudini di Matilde, la sottotrama misteriosa che se ne sarebbe rimasta sullo sfondo sino a esplodere nel finale».

Il suo romanzo sembra incentrato sulla voglia di ricominciare da zero, di rimettersi in discussione, trovando l’amore. Ma nelle ultime 50 pagine (circa) esplode la tensione propria di un thriller. Come è nata l’idea di mischiare sentimento e dramma e come mai ha scelto questa “cottura a fuoco lento”?

«Tutto è nato dall’esigenza di raccontare una storia in chiave inconsueta, così da conferire al romanzo una sorta di unicità. In fase di elaborazione ci ho rimuginato su parecchio prima di rendermi conto che la chiave che cercavo stava nella black comedy; molto amata nel mondo anglosassone, nella narrativa italiana la commedia nera è frequentata di rado, al punto che non si riesce a riconoscerne le caratteristiche, tanto da definire le opere che vi fanno riferimento come «commistione di generi». Leggiamo drammi, tragedie, gialli o testi puramente comici, ma qualcosa che metta assieme tutto questo è merce rara; quasi sia disdicevole mischiare le tinte forti di un dramma con degli aspetti più leggeri, ridanciani. La commedia nera, invece, ritrae la vita con le sue pene e i suoi affanni – e di solito con qualcosa di torbido e misterioso dietro, che si dipana e si risolve senza ricorrere alle figure classiche del giallo – attraverso la lente dell’umorismo. Un umorismo spesso caustico e politicamente scorretto, grazie al quale si può donare un tocco di levità anche ai racconti più cupi. Nel mio libro si parla di dolori e di quotidianità, senza mai perdere di vista la leggerezza e il sorriso. In tal senso sono fondamentali tutti i personaggi di contorno, autentici caratteri con il compito gravoso di portare in scena la parte comica e alleggerire così la tensione emotiva. Quella che ho concepito è una trama che doveva muoversi su più registri per rimanere in piedi; leva un dettaglio, modifica un particolare, e tutto crolla: la storia non regge più. Catapultare la figura dolente e chiusa di Matilde in una realtà distante anni luce dai ritmi frenetici a cui era abituata, ha permesso quelle aperture su un mondo nuovo e bislacco che, s’intuisce fra le righe, costituiranno la base dell’ipotetica rinascita della protagonista. Che però non trova l’amore, non cede al sentimento; anzi, dall’amore si guarda, perché lo teme. Prova solo una certa attrazione fisica per il giornalista Michele, poco per volta anche una qualche affinità intellettiva. Ma è sempre molto attenta a tenere tutto sotto controllo: il timore che lasciarsi andare possa procurarle un’ennesima batosta non l’abbandona mai».

Matilde fugge con solo due libri la cui scelta non può certo essere casuale…

«No, non è affatto casuale. Insieme a un paio di cambi di vestiario, Matilde infila nel borsone La storia di Elsa Morante e Il libro di Giobbe: da questi non riesce a separarsi, perché in qualche modo hanno a che fare con il suo vissuto. Negli accadimenti dei due libri riconosce elementi che possono farle da guida, aiutarla a capire e a reagire. Il primo – che nella copertina della prima edizione riportava il sottotitolo Uno scandalo che dura da diecimila anni – illustra appunto l’immutabilità e la cecità delle situazioni, che si susseguono attraverso prevaricazioni e ingiustizie travolgendo immancabilmente i soggetti più deboli e indifesi: abbattuti e sconquassati dagli eventi, i protagonisti soccombono di fronte all’ineluttabilità della Storia, di fronte al male con cui questa pervade il mondo. E che dire di Giobbe? L’archetipo del giusto che soffre senza averne colpa, mentre il malvagio invece se la gode; si rassegna alla perdita dei beni e a quella dei figli, sopporta le sofferenze della malattia, accetta passivamente il male senza bestemmiare Dio una sola volta. Nelle parole di Giobbe e in quelle della Morante, Matilde riconosce sé stessa e tenta di trovare una via da percorrere, la luce. Quei libri sono il suo faro».

Immagino che la notizia della vendita dei diritti cinematografici l’abbia resa molto felice. Aveva scritto il libro pensando che potesse divenire un film o è stata una sorpresa anche per lei? Parteciperà alla stesura della sceneggiatura?

«Il romanzo l’ho scritto pensando esclusivamente alla pertinenza del racconto e alla plausibilità della struttura, e prestando molta cura allo stile e alla lingua. Che la mia formazione artistico-teatrale abbia poi influito sulla scrittura con un esito finale di taglio cinematografico, questo è fuor di dubbio. Qualcuno l’ha colto e ci ha visto un potenziale film, di cui per ora è decisamente prematuro parlare. Sono rimasta profondamente radicata a certi vezzi e abitudini da teatrante; concedetemi perciò un po’ di sana scaramanzia nel non voler rivelare nulla di un progetto ancora in fase di definizione. A ogni modo, non sento necessaria una mia partecipazione alla sceneggiatura, che chissà, forse potrebbe addirittura risultare controproducente, legata come sono alla stesura letteraria del mio romanzo. Un legame talmente forte che rischierebbe di non farmi essere obiettiva rispetto a eventuali modifiche necessarie alla trasposizione cinematografica. Quello che funziona sulla pagina scritta non è detto funzioni poi sul grande schermo e viceversa: meglio che a sbrogliare la matassa sia una figura non coinvolta come lo sono io».

Se potesse scegliere senza limiti di budget o di fantasia, che attori protagonisti vorrebbe per il suo film?

«Se fosse disposta a fare una capatina qui dall’aldilà, vedrei benissimo Anne Bancroft nel ruolo della protagonista. Se la Bancroft si portasse dietro Karl Malden e Bette Davis, gliene sarei grata. Fra i vivi, Frances McDormand, Albert Finney, Stanley Tucci, Kathy Bates, Michael C. Hall e Fionnula Flanagan. Non so perché, ma mi viene di pensare solo ad attori non italiani; forse per via dell’origine «forestiera» del genere con cui ho scelto di misurarmi, benché la storia si svolga nel cuore d’Italia. Spero non se ne abbia a male nessuno».

Valentina Pattavina (Catania, 1968) ha studiato Archeologia. Dopo un’intensa attività nel mondo dello spettacolo, nel 1996 si è affacciata nell’editoria. Insieme a Vincenzo Mollica, dal 1999 cura la serie Parole e canzoni pubblicata da Einaudi Stile libero e dedicata ai cantautori. Per la stessa collana, tra il 2008 e il 2010 ha scritto quattro monografie dedicate a Totò, Alberto Sordi, Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi. La libraia di Orvieto segna il suo esordio nella narrativa.

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