Speciale Messina e il Risorgimento - Dal Congresso di Vienna all'affermazione delle prime logge massoniche. La Messina -multietnica- che si oppone ai Borboni

Speciale Messina e il Risorgimento – Dal Congresso di Vienna all’affermazione delle prime logge massoniche. La Messina -multietnica- che si oppone ai Borboni

Speciale Messina e il Risorgimento – Dal Congresso di Vienna all’affermazione delle prime logge massoniche. La Messina -multietnica- che si oppone ai Borboni

mercoledì 27 Aprile 2011 - 07:18

Nel primo contributo focus sul contesto che fa da sfondo al periodo vissuto nel Regno delle due Sicilia, ed in particolare a Messina, subito dopo il congresso europeo. Grande fermento culturale e sociale che porta allo scoppio dei primi moti risorgimentali degli anni '20 e all'insurrezione del '47

In Sicilia la Restaurazione dei Borbone seguita al Congresso di Vienna non aveva assunto i caratteri del tipico reazionarismo di inizio secolo. Una delle condizioni che le potenze vincitrici di Napoleone avevano posto per il ritorno della casata spagnola sul trono delle Due Sicilie stava proprio nella premessa che ciò non avrebbe comportato soluzioni di natura repressiva. D’altro canto la Sicilia, “protetta” dal decennio inglese che ne aveva impedito l’entrata nell’orbita di conquista napoleonica, era stata meno interessata dal contagio delle idee della Rivoluzione. Ciò, tuttavia, da un lato non aveva comportato un’automatica rinuncia da parte siciliana ad importanti aspirazioni politiche e socio economiche (specie di fronte alle difficoltà di riconversione della propria economia una volta finita la guerra) e da un altro lato la Restaurazione non poteva comunque dirsi indolore come dimostrava l’abrogazione della Costituzione siciliana del 1812 da parte dei Borbone, episodio alquanto sgradito all’opinione pubblica isolana. Tale provvedimento venne inevitabilmente interpretato quale conferma di un clima e di una legislazione che andava riducendo i margini di autonomia dell’isola, sempre più dipendente dalle scelte fatte a Napoli. In base al nuovo assetto amministrativo (creato tra il 1816 e il 1817) che ricalcava il modello già sperimentato dai francesi a Napoli, Messina diventava capoluogo di una delle 7 intendenze in cui si era suddivisa l’isola, ma città e provincia venivano affidate a un rappresentante del governo centrale (l’Intendente) affiancato da un Consiglio d’Intendenza e dal Consiglio Provinciale, per quanto il governo locale spettasse al sindaco che presiedeva il Senato e il Consiglio decurionale.

La città messinese, che aveva mantenuto una sua connotazione socio economica ben precisa (basata su commerci marittimi e attività terziarie) e peculiare rispetto ad altre province sicule, si sentiva inoltre danneggiata dai provvedimenti protezionistici del governo napoletano che penalizzavano i traffici con l’estero dell’area dello Stretto (di cui il porto peloritano era il terminale principale) a vantaggio del cabotaggio interno. Frustrazioni politiche e tensioni economiche costituirono quindi un mix decisivo nello spostare gli umori della città e soprattutto della sua borghesia imprenditoriale verso posizioni anti governative. A conferma di ciò va ricordato come la Carboneria a Messina esistesse già nel 1817 e la stessa proliferazione di logge massoniche sarebbe proseguita in maniera rilevante nel triennio successivo.

Lo scoppio dei moti risorgimentali del 1820 non coglieva quindi impreparata la città. Mentre tutto il Regno delle Due Sicilie era in fermento, Messina rivendicava scelte più consone alla sua dinamica struttura socio economica, chiedendo una Costituzione (sul modello spagnolo del 1812) più avanzata di quella (“siciliana”, anch’essa del 1812) ipotizzata da altre città isolane più legate agli interessi della nobiltà terriera. Una volta ottenuta l’agognata costituzione democratica i messinesi dovevano però fronteggiare il ritorno della Reazione borbonica. Le prime divisioni tra gli insorti e la sproporzione tra le forze in campo determinavano un quadro di pesante difficoltà per i peloritani. Ferdinando II, forte dell’appoggio delle potenze europee dopo il noto episodio di Lubiana (dove si era recato garantendo agli insorti che ne avrebbe sostenuto le ragioni e dove invece chiese un intervento militare per reprimerli), riusciva ad aver ragione dei messinesi, che si erano organizzati sotto la guida del generale ex murattiano Giuseppe Rossaroll, e in pochi giorni riprendeva il comando della città attuando una delle prime e tristemente ricorrenti repressioni su essa. I processi imbastiti portarono all’imputazione di oltre 50 persone, con 9 condanne a morte e sentenze di carcere duro ed esilio. Rossaroll riusciva a rifugiarsi in Spagna, mentre venivano giustiziati Salvatore Cesareo, Vincenzo Fucini, Camillo Pisano e il sacerdote Giuseppe Brigandì.

Gli esiti di quei moti e la successiva repressione avevano conseguenze di una certa rilevanza per le speranze risorgimentali di Messina. Rastrellamenti ed operazioni di polizia sarebbero proseguiti per anni, mentre la vita sociale, economica e culturale della città era destinata a languire. Tuttavia il cosiddetto “Decennio reazionario” (1821-1830), pur lasciando tracce profonde, non eliminava la capacità di risposta della città. La Carboneria cercava comunque di sopravvivere, circoscrivendo la propria azione ma aumentando ancor di più la propria spinta democratica. Nonostante le difficoltà commerciali il porto restava il principale riferimento per l’economia cittadina e diversi osservatori potevano notare marinai e commercianti in gran numero lungo i principali corsi del centro e sul suo lungomare. Una certa mondanità e un fervore culturale — connaturati alla stessa fisionomia di una città tradizionalmente più vocata di Palermo o Catania a commerci, imprenditorialità, terziario e scambi anche culturali — caratterizzavano il modus vivendi del messinese tra gli anni Venti e Trenta del XIX secolo.

Nonostante le difficoltà del momento a Messina si poteva assistere alla nascita di diverse attività imprenditoriali (le concerie dei fratelli Ottaviani, le fabbriche di tessuti di Gaetano Ainis, quella di Michelangelo Mangano) talora anche da parte di stranieri. Dall’epoca del “decennio inglese”, infatti, il tessuto civile e socio economico della città era stato sempre più caratterizzato dalla presenza di mercanti e imprenditori generalmente nord europei che, stabilitisi sullo Stretto, tramite accorte strategie matrimoniali allargavano i loro patrimoni e mettevano ancora più salde radici in città. La comunità più numerosa era senza dubbio quella inglese, seguita da quella svizzera e tedesca, quindi quella danese e olandese fino ad alcuni statunitensi. Per dare un’idea del peso di questa comunità nel panorama socio economico di Messina basti considerare che nel 1839 le attività riconducibili ad un imprenditore straniero erano il 17% di quelle complessivamente esistenti. Una presenza che non solo contribuiva ad incrementare i fattori di ricchezza materiale della città ma pure quelli culturali. Messina era una realtà atipica rispetto a quasi tutte le città della regione, probabilmente la più “continentale”, di certo la più cosmopolita e, nonostante il trauma del 1820 e la depressione del Decennio reazionario, mostrava segni di ripresa e una vivacità culturale che si evidenziavano nella felice stagione del Romanticismo che sullo Stretto, più che altrove in Sicilia e nel Mezzogiorno aveva grande diffusione. Il poeta e letterato Felice Bisazza già nel 1832 ne esponeva il programma presso l’Accademia Peloritana dei Pericolanti, seguito da diversi intellettuali e poeti dell’area. A ciò si aggiungeva la rinascita dell’istituzione universitaria. Nel 1838, difatti, l’Accademia Carolina veniva “elevata” al rango di Università, ripristinando lo status che era stato soppresso dopo la rivolta antispagnola del 1674-1678, con la possibilità di conferire titolo accademico in Filosofia e Scienze Matematiche, Giurisprudenza, Letteratura e Teologia, Medicina e Chirurgia. Così, mentre la vita civile conosceva miglioramenti anche grazie a un più efficiente sistema postale (che per la prima volta vedeva attivo un servizio di corrispondenza tra Messina e Palermo), nel 1839 veniva fondato il Gabinetto Letterario il cui scopo statutario era «lo studio e la vicendevole comunicazione delle idee scientifiche e letterarie degli associati», facilitando così anche la diffusione di nuove idee e scritti provenienti da più parti d’Europa. Sempre nel 1839 l’Accademia Peloritana organizzava la prima “Esposizione di Belle Arti” presentando le maggiori opere dei più noti artisti messinesi, come lo scultore Giovanni Benigni, l’incisore Giovan Francesco Beccaccini, l’architetti Carlo Falconieri, i pittori Giacomo Conti e Michele Panebianco. Un anno dopo si registrava la fusione tra la Reale Accademia Filodrammatica e la Filarmonica di Messina, che facevano così nascere una delle istituzioni cittadine più apprezzate nel progresso civile e culturale della città contribuendo ad ingentilirne i costumi e lo spirito. Non meno evidente, infine, era il contributo che a tale fermento culturale veniva dalla stampa locale. Erano circa 70 i periodici messinesi che nascevano tra la Restaurazione e l’Unità con testate di grande notorietà come l’Osservatore Peloritano (1818-1847), Lo Spettatore Zancleo (1831-1847), Il Maurolico (1833-1848), L’Innominato (1835-1839), Il Faro (1836-1838), La Farfalletta (1842-1847).

In un tale quadro di vivacità socio culturale l’opinione pubblica di Messina — le cui elite economiche andavano tra l’altro organizzandosi nella nuova “Società della Borsa” (nata dall’unione delle “Stanze della Borsa” e della “Società del Fiore”) nei cui locali si amava discutere anche di questioni sociali e politiche — era senz’altro più disponibile ad affrontare le grandi questioni politiche di metà Ottocento. In una città aperta agli scambi di beni, linguaggi e culture, proiettata strategicamente nel cuore del Mediterraneo, luogo di incontro di uomini delle più svariate nazionalità europee, il nuovo fermento culturale e le diffuse possibilità di incontri e discussione favorivano l’esigenza di un più libero dibattito. I messinesi erano sempre meno disponibili a sopportare angherie e rigidi controlli da parte della polizia borbonica. Nel momento in cui, a distanza di un quarto di secolo, il ricordo delle terribili repressioni post moti 1820 si andava affievolendo le avanguardie liberali uscivano sempre più allo scoperto talora con gesti provocatori destinati a far salire la tensione in città. Era il caso dell’episodio verificatosi il 3 giugno del 1847 (festività della Madonna della Lettera) quando la statua di re Ferdinando II, in Piazza Duomo, appariva con la benda sugli occhi e del cotone alle orecchie, simboleggiando così l’insensibilità del sovrano verso le istanze della città. In un crescendo di tensioni ed avvisaglie politiche, Messina finiva così con l’anticipare di alcuni mesi il 1848, l’anno rivoluzionario per eccellenza, e il primo settembre del 1847 aveva luogo il generoso e velleitario tentativo insurrezionale (oggi ricordato dalla lapide posta in Piazza Duomo col celere incipit «Fatti precorrendo e idee…») dei liberali messinesi contro l’autorità borbonica. Quest’ultima aveva gioco facile nel soffocare il tentativo, dando luogo a una nuova e prevedibile repressione. Il sacerdote Giovanni Krymi e Giuseppe Sciva, due tra i principali organizzatori, venivano condannati a morte mentre altri erano costretti all’esilio o al carcere duro. Pur se con esito negativo quell’episodio, in scala minore, era una chiara anticipazione dell’evento che più di ogni altro, pochi mesi dopo, avrebbe rappresentato la grande “Primavera dei Popoli” che l’Europa ottocentesca attendeva dall’epoca del Congresso di Vienna.

Dott. Nicola Criniti, Borsista presso la Cattedra di Storia Contemporanea

Facoltà di Scienze Politiche-Università di Messina

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