Il documentario di Igor D'India sulla scorta dello studio del Cnr del 2016: "L'esplorazione è stata la fine di un percorso lungo 4 anni". Ecco cos'hanno trovato e come vedere il film
MESSINA – Si chiama “Abyss Cleanup” e già nel titolo, traducendo, si capisce il senso e l’obiettivo del docu-film. E cioè la pulizia degli abissi. Perché lì, a decine di metri sott’acqua, sui fondali, non si nascondono solo meravigliose flora e fauna da ammirare e scoprire. Si trovano, invece, anche tonnellate di spazzatura generata dall’essere umano.
Abyss Cleanup è un film di Igor D’India
A girare il documentario è stato il regista palermitano Igor D’India, diventato un’icona della salvaguardia dell’ambiente in numerosi anni di lavoro in mare. E D’India, infatti, è sceso in profondità anche nello Stretto di Messina. Cos’ha trovato? Lo si potrà scoprire il 24 ottobre prossimo, quando Abyss Cleanup sarà pubblicato in versione integrale su YouTube (il backstage è già disponibile a questo link). Il documentario è prodotto da PopCult con il sostegno della Regione siciliana (Patto per il Sud). Al fianco del regista, il gruppo di ricerca del Cnr che aveva già pubblicato studi sul ritrovamento di una discarica marina nel 2016 insieme all’Università La Sapienza di Roma. L’esplorazione è stata effettuata dalla M/Y Conrad, imbarcazione dell’associazione Sea Shepherd, già in loco per la missione di salvaguardia “Ghostnet Campaign”. Sul sito (clicca qui) del regista è possibile conoscere i dettagli del progetto.
Il regista: “Un percorso lungo 4 anni”
In attesa dell’uscita su YouTube, intanto, D’India ha raccontato ciò che ha visto a Tempostretto, in una lunga intervista in cui è partito dai 4 anni che ci sono voluti prima di esplorare i canyon dello Stretto e di scendere in profondità con l’ausilio di un Rov, un robot controllato da remoto e in grado di riprendere ciò che vede. Praticamente il drone dei fondali. Il filmmaker ha spiegato: “L’esplorazione dello Stretto di Messina è la parte finale di un percorso lungo 4 anni. È stato complicato, molto difficile, perché fare esplorazione marina con i Rov costa tantissimo. Abbiamo lavorato per trovare sponsor e fondi, ma anche i mezzi: oltre al Rov le imbarcazioni e i tecnici. Nel frattempo ho esplorato altri siti, in Sicilia ma anche in Liguria. Ad esempio con un Rov più piccolo ho visto le famose macchine di Varazze”. Si tratta di un sito d’immersione celebre perché nel fondale al largo di Varazze, nel Savonese, si trovano oltre mille carcasse di auto. Sono state trascinate lì dall’alluvione del 1970 di Genova.
Cosa c’è nei fondali dello Stretto?
“Cosa vedremo nel documentario? Vedremo cosa rimane delle discariche che aveva notato e studiato il Cnr nel 2016. La collaborazione scientifica con loro è stata fondamentale. Il Cnr ha documentato la presenza di milioni di pezzi di immondizia per chilometro quadrato, cumuli e cumuli come in una qualsiasi discarica a cielo aperto siciliana. Non voglio spoilerare nulla, ma c’è un aspetto interessante. Queste discariche si muovono. Intanto bisogna capire che questa spazzatura arriva spesso a valle da zone montuose sia dal lato calabro, sia dal lato siciliano. Le portano queste inondazioni improvvise che trascinano detriti, fango e rifiuti. In piccolo succede qui ciò che abbiamo recentemente visto in Nepal. Qui la gente scarica rifiuti nei torrenti rimasti secchi per mesi. Nelle fiumare si trovano auto abbandonate, copertoni, frigoriferi, immondizia di ogni tipo. Trascinata in mare poi segue il naturale percorso dei canyon sottomarini e arriva fino a 3mila metri”.
Le correnti e le discariche in movimento
D’India ha proseguito: “Le correnti dello Stretto, oltre a questi movimenti causati dall’arrivo di detriti e fango, spostano queste discariche e non si sa dove finisce tutta questa spazzatura alla fine. La teoria dei geologi marini che hanno lavorato con noi, il professore Chiocci e la dottoressa Pierdomenico della Sapienza di Roma, è che vadano verso il canyon centrale. È quello più profondo e arriva fino a 3mila metri, ma non si può sapere senza indagini precise. Noi, il Cnr e la Sea Shepherd, che ha messo la Conrad a disposizione, ci ha permesso almeno di raccogliere questi video per dare nuovi input agli studi dei ricercatori”.
I costi e la scoperta del corallo raro
Si può intervenire? Per il regista no: “È impossibile, soprattutto per i costi. Già per una ricerca come la nostra si spendono dai 3mila ai 5mila euro al giorno solo per i mezzi. Il documentario è stato finanziato con i fondi della Film Commission e solo per la parte di Messina è costato circa 40mila euro, pur avendo partnership che ci hanno fatto risparmiare molti soldi. E l’esplorazione è stata soltanto 4 giorni, quindi circa 10mila euro per la produzione video nello Stretto. Considerando anche i tanti intoppi, siamo riusciti ad accendere almeno una lampadina in una foresta buia. Sapevamo che ci sarebbero stati rifiuti e li abbiamo mostrati. Ma ci siamo imbattuti anche in un corallo molto raro, la Madrepora oculata. Una bella scoperta”.
Lo smaltimento dei rifiuti e i movimenti nei fondali
D’India ha poi proseguito: “Non sapevo se aspettarmi le montagne di spazzatura, le auto mezze sommerse, o qualcosa di simile. A Varazze, ad esempio, i rottami vengono fuori dal fango e dal fondale, disposti in una vasta superficie. Questi rifiuti sono diventati parte della conformazione del fondale. Non mi aspettavo a Terrasini, per fare un altro esempio, come i rifiuti viaggiassero anche senza troppe correnti su fondali di 20 metri. L’uragano Harry a Siracusa ha spezzato un relitto in due parti a 50 metri di profondità. Tutti questi esempi per dire che qui è stato lo stesso e che rimuoverli è impossibile. Abbiamo pulito fondali fino a 30, 40 o 50 metri. C’è chi lo fa anche più a fondo, ma resta la questione dei costi e della sicurezza dei sub. Le multinazionali che passano i cavi sott’acqua arrivano a estreme profondità, ma lì ci sono di mezzo anche grossi appalti e milioni di euro. E tra l’altro riportare la munnizza in superficie diventa un nuovo problema: chi li smaltisce? Posto che rischi anche di distruggere il fondale, di inquinare l’acqua disperdendo sostanze. Insomma: non è semplice”.
La passione per il mare
La passione di D’India per il mare “è nata da sempre, da quando partivo con genitori o zii per le vacanze o per battute di pesca. Poi ho letto questo studio del Cnr, che era stato rilanciato nel 2018 su questa grandissima discarica sottomarina. Ero sempre stato interessato ai fiumi e ne avevo girati diversi per capire le dinamiche. Ma lì ho capito che gli abissi marini potevano essere la mia nuova frontiera. Non potevo immaginare che potessero mancare determinate soluzioni per questi problemi. Lo Stretto di Messina poi per me ha un doppio fascino, perché penso a quando lo attraversavo con la famiglia per le vacanze e o per i viaggi, andata e ritorno. Tutt’ora per me è magico conoscendolo anche un po’ meglio”.
Non solo rifiuti: dal videogame a relitti e popolazioni indigene
Poi uno sguardo al futuro: “Continuerò l’esplorazione subacquea anche oltre i rifiuti. Sto raccogliendo storie di chi studia anche altre cose, come i coralli, oppure di chi cerca i relitti. Abyss Cleanup ora è anche un’associazione che può vantare collaborazioni in tutto il mondo quindi la sua attività continuerà nel tempo. Ad esempio si sta lavorando sull’uscita di un videogioco sulla pulizia degli abissi. Per l’anno prossimo vogliamo fare nuove esplorazioni con i Rov. Quindi il futuro è sia questo sia il continuare con altri tipi di studi. Faccio un altro esempio: voglio mostrare cosa succede durante le esplorazioni dei relitti alle spore che vengono diffuse”. E inoltre: “Ora sto lavorando a un documentario sulle popolazioni indigene dell’Amazzonia che stanno cominciando a raccontare la loro storia”.
Il messaggio finale
Il messaggio finale di Igor D’India è chiaro: “Quello che diciamo sempre alle persone è che l’urgenza, anche l’emergenza, è salvare l’esistenza. Il mare e la Terra stanno lì da miliardi di anni e hanno superato disastri apocalittici di ogni tipo. Non sarà il genere umano a mettere in crisi l’esistenza della Terra, ma si sta dimostrando una specie molto meno intelligente e furba di quanto pensi di essere. Il messaggio quindi è che dobbiamo salvarci noi e salvare le altre specie. Salvare il pianeta? La Terra sarà sempre qui, c’era prima di noi e ci sarà dopo. Ci sono state specie che hanno modificato ecosistemi, meteoriti ed estinzioni di massa”.
E il regista ha concluso: “Può davvero essere l’uomo a portare questo stravolgimento? Dobbiamo fare il meglio per noi, perché stiamo andando verso un’epoca in cui i privilegi che l’uomo pensa di avere non esisteranno più. La casa, l’acqua potabile, gli alimenti a disposizione: tutto questo benessere non è gratis, non è più sostenibile, bisogna capire dove si vuole andare. Bisogna fare un passo indietro, rispettare le risorse del pianeta. Abbiamo figli, avremo nipoti, sarà difficile soprattutto per loro”. Per quanto riguarda il film, invece, non resta che aspettare il 24 ottobre.

