Le “stranezze” del caso Comune-Schipani e quel colpo di penna che oggi diventa un mistero

Le “stranezze” del caso Comune-Schipani e quel colpo di penna che oggi diventa un mistero

Le “stranezze” del caso Comune-Schipani e quel colpo di penna che oggi diventa un mistero

sabato 27 Novembre 2010 - 13:19

Il Tribunale: la ditta deve riconsegnare gli impianti di pubblica illuminazione al Comune. Storia di una vicenda lunga 30 anni, nata per una modifica “aggiunta a penna” da chissà chi alla delibera che diede origine ad un appalto che avrebbe dovuto durare solo 5 anni

Un rapporto lungo 30 anni, quello tra il Comune di Messina e la ditta Schipani. Un rapporto nato per la gestione degli impianti di pubblica illuminazione della città, proseguito tra contenziosi vari, e conclusosi bruscamente pochi giorni fa, con un’ordinanza del Tribunale che ha “bocciato” le tesi della Schipani sulla data di scadenza dell’appalto e intimato all’impresa la riconsegna degli impianti stessi. Una storia “antica”, cominciata nell’ottobre 1981 (sindaco era Antonio Andò), quando il Comune affidava, dopo trattativa privata, all’impresa “Alfonso Schipani srl” il servizio di gestione e manutenzione degli impianti di pubblica illuminazione della città di Messina. Un contratto dalla durata di cinque anni, decorrenti “dalla data di consegna degli impianti gestiti dall’Enel”. La storia si trascinava per oltre trent’anni, fin al 14 dicembre 2009, quando il Comune comunicava all’impresa che la data di scadenza del contratto era «inderogabilmente» il 31 dicembre 2009, invitandola alla riconsegna degli impianti. L’impresa, in realtà, sosteneva che la scadenza era il 28 febbraio 2012, ma il Comune era perentorio nella sua decisione, e chiedeva la riconsegna degli impianti entro due settimane. Nasceva un contenzioso (uno dei tanti di questa vicenda), con il giudice che il 30 dicembre 2009, «considerata la imminente scadenza del termine», imponeva al Comune di sospendere la richiesta di consegna degli impianti. Decisione ribaltata dall’ordinanza della I sezione civile del Tribunale di Messina, che ha accolto le posizioni del Comune, imponendo, di fatto, alla Schipani la riconsegna di tutti i punti luce della città (oltre 25 mila).

Vale la pena, però, fare un tuffo nel passato. Che ci fa scoprire l’aspetto più singolare e, se vogliamo, più inquietante di questa storia. Ci fa scoprire come una “mano lesta” e tutt’oggi ignota possa essere la causa originaria di un appalto che, invece di cinque anni, è finito per durare trent’anni. Lo spunto lo dà la copia prodotta dal Comune al Tribunale della delibera del consiglio comunale 403/C del 16 aprile 1981, con la quale si disponeva l’affidamento a trattativa privata alla ditta “Alfonso Schipani” dell’appalto di servizi di “gestione e manutenzione degli impianti di illuminazione”, con tanto di schema di convenzione. Proprio all’articolo 2 della convenzione, che fissava la decorrenza dei cinque anni di contratto “dalla data di consegna degli impianti gestiti dall’Enel”, si legge nell’ordinanza del tribunale di Messina, «sul testo dattiloscritto risultano apportate a penna delle modifiche sostanziali, che sostituiscono ad un termine di decorrenza certo ed inequivocabile (la data della stipula della convenzione) un termine (la data di consegna degli impianti gestiti dall’Enel) incerto e dipendente da diverse variabili». E proprio «la versione “corretta” della decorrenza della convenzione è stata riprodotta nel contratto sottoscritto dal sindaco e dall’impresa Schipani il 22 ottobre 1981, ed ha dato origine alla trentennale durata dell’appalto e ad un articolato e reiterato contenzioso tra le parti». L’aspetto ancora più grave di tutta questa vicenda è che secondo il Comune «le modifiche manoscritte sono state apportate successivamente alla delibera consiliare e che sulle stesse non si è quindi mai formata la volontà dell’ente».

Il giudice ammette che «effettivamente da nessun elemento emerge con chiarezza che le correzioni siano state apportate prima che il testo dello schema di convenzione venisse sottoposto all’esame del consiglio comunale, anzi, diversi elementi inducono a ritenere che il testo valutato ed approvato dal Consiglio fosse quello dattiloscritto privo di correzioni». In tutte le 17 pagine e nei 12 articoli dello schema di convenzione, infatti, «non vi è nessun’altra correzione a penna» e, tra l’altro, le correzioni apportate «non sono richiamate in calce al documento con apposite postille, come previsto dalla normativa in materia di atti pubblici». Una «grossolana negligenza» che secondo il giudice «appare quantomeno insolita». E ancora: nella delibera di giunta si dice espressamente che «lo schema approvato prevede una durata di cinque anni salva eventuale tacita proroga per un successivo quadriennio», così come riportato dallo schem di convenzione senza le correzioni a penna, che eliminano, invece, la previsione del rinnovo tacito. Ma c’è di più: dalla lettura integrale del verbale della seduta del consiglio comunale del 16 aprile 1981 «non emerge il minimo riferimento» al famoso articolo 2 della convenzione, quello modificato a mano. Tutti elementi, questi, che «determinano non la nullità, ma la annullabilità del contratto».

Eppure, e questa è un’altra anomalia, nei decenni di rapporti (e di contenziosi) tra il Comune e la Schipani «non risulta essere stata intrapresa dal Comune azione diretta ad impugnare di falso lo schema di convenzione». A tutti stava bene così, evidentemente. Il punto è che pur con le modifiche “manoscritte”, secondo il Tribunale la convenzione «non consetiva alcuno “slittamento” del decorso del termine di durata quinquennale dell’appalto». Il “misterioso” articolo 2 dello schema di convenzione, corrispondente poi all’articolo 3 del contratto effettivamente stipulato tra il Comune e la Schipani, ancorava infatti l’inizio del decorso del termine di cinque anni di durata del contratto dalla consegna degli impianti sino a quel momento gestiti dall’Enel, ossia 11 mila punti luce, non uno di più. E già il 28 novembre 1997 tanto il Comune quanto la Schipani riconoscevano che erano stati consegnati circa 11 mila punti luce. Invece nel corso degli anni il Comune e la ditta «senza apportare alcuna modifica alle clausole del contratto di appalto», agivano come se l’obbligo dell’impresa di mettere a norma i soli impianti già gestiti dall’Enel si estendesse anche ad altri impianti, inesistenti all’epoca della stipula del contratto.

Così gli impianti aumentavano (oggi sono circa 27 mila) e di pari passi slittava il termine del contratto di appalto, arrivando addirittura a sfondare il muro dei trent’anni. Complice una transazione, sottoscritta dalle parti nel 1997, e una delibera di giunta municipale, datata 24 maggio 2003, con la quale si prorogava il termine per la consegna degli impianti al 31 dicembre 2009. Nel mezzo, l’ennesima contraddizione di questa contorta vicenda: nel 2007 la Schipani sosteneva di aver ricevuto in consegna gli impianti solo il 28 febbraio 2007, nonostante un verbale di quattro anni prima, sottoscritto dallo stesso direttore dei lavori, sostenesse che invece la consegna di tutti gli impianti fosse avvenuta il 1. marzo 2003. Solo uno degli aspetti “torbidi” di questa vicenda. Che a questo punto ci lascia con un grosso dubbio: di chi era la mano che modificò a penna quella delibera, cambiando, di fatto, il corso di questa storia? Su questo, è proprio il caso di dirlo, sarebbe bene che qualcuno facesse luce.

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