"La madre": un perturbante spettacolo firmato Gonciaruk

“La madre”: un perturbante spettacolo firmato Gonciaruk

Tosi Siragusa

“La madre”: un perturbante spettacolo firmato Gonciaruk

mercoledì 05 Agosto 2026 - 09:56

Al Monte di Pietà, scrittura, regia e interpretazioni convincenti. Emozionante nudo shakespeariano

Il 3 agosto, in serale, presso il Monte di Pietà messinese è andato in scena il perturbante spettacolo “La madre”, ideato scritto e diretto da Daniele Gonciaruk, con l’uso delle luci di Giovanni Rando, al quale si sono altresì attestate le componenti foniche. La rappresentazione della pièce, fissata per il 31 luglio nel solco della Rassegna “Festival delle Arti e del pensiero” alla sua seconda edizione, a causa dei ferali accadimenti del giorno 30 luglio con crollo della palazzina in  frazione Pistunina, (che ha causato fin qui ben quattro decessi, con il prosieguo delle ricerche sui residui dispersi), è stata appunto rinviata.

La vita, quella autentica, trasformata dal teatro nella più singolare sua rappresentazione

Il concittadino, l’Artista Gonciaruk, prendendo la parola in apertura della serata, pur condividendo le ragioni dello slittamento richiesto dall’Amministrazione Comunale messinese, ha precisato che la musica e il teatro in particolare, essendo forme artistiche pure, primigenie, con indiscussa funzione sociale di formazione e prima ancora di cura dello spirito, possono, anzi devono, ben supportarci in questi tempi bui. Indi ha richiesto un minuto di silenzio per commemorare le vittime. E poi la bella e pervicace nera rappresentazione, di quasi un’ora e 45 minuti, un tempo denso e intenso, a tratti volutamente disturbante, che gli allievi delle “Officine Dagoruk” hanno interpretato con innata maestria e una forte dose di insana passione.

Si è dato vita e parole alla storia di Clarissa, una magistrale Maria Giannetto, davvero a suo agio nel ruolo della protagonista, tale prima attrice di teatro, le cui tragiche vicende esistenziali si sono dipanate mano a mano fino a divenire una chiara e convincente resa nelle ultime sorprendenti battute di dialogo fra la stessa Clarissa e un altro fondamentale personaggio.

Accanto alla figura maestosa e feroce di Clarissa – rimasta seduta su un divanetto per l’intera durata della performance – che ha sacrificato la propria vita privata al sacro fuoco dell’arte del teatro , pagandone a duro prezzo lo scotto, ecco mano a mano farsi strada altre co protagoniste, talune tratteggiate quali vittime, altre quali carnefici in seno allo script, ma sostanzialmente quasi tutte in possesso di entrambe le qualità, attive e passive.

L’incipit è stato affidato a Ester Gangemi, una eccellente Desdemona, fondamentale nell’avvicendarsi della narrazione; poi è toccato a Roberta Milani, interprete giovanissima di una Ofelia di tutto rispetto, ad Adriana Salemi, una impietosa Cleopatra,  a Rosalba Orlando, una brava Gertrude e, ancora, ad Andrea Bonutto nei panni di una acerba Giulietta e, infine, ad Antonella Francica una sconvolgente Tamora. “Fil rouge” della rappresentazione, come già cita il sottotitolo, le raffigurazioni del Bardo, dal quale le femminee figure hanno ripreso nomi e, a tratti, similare destino, secondo il famoso detto “nomen omen” , autentica predizione. L’apparizione sullo scalone del sito monumentale barocco, o ai piedi dello stesso dinanzi agli astanti, dei personaggi femminili su menzionati, è stata intervallata dalla presenza in scena dei custodi con valenza di infermieri in seno alla misteriosa struttura residenziale che sta ospitando Clarissa, il trio con in più uno di loro, di bianco vestito a sovrintendere sull’arduo compito, che si alternano,  stranamente tutti dall’evocativo nome Ivan, ben resi rispettivamente da Nino Santamaria, Gaetano Citto, Francesco Aligata e Mariangela Pizzo, quali strani soggetti che sembrano recitare un identico copione atto a tranquillizzare l’Attrice, secondo un canovaccio che, negli scambi verbali brevi con Clarissa, si conclude sempre con la battuta secondo cui necessiterebbe una coperta per lei per ovviare al freddo e tutti nel  pronunciare la stessa prendono commiato dalla scena. Mi ha colpito l’originalità della sceneggiatura, che si è sviluppata intorno alla originale idea di Gonciaruk, liberamente oggetto sulle prime di creativa interpretazione degli allievi e solo in un momento successivo divenuta autentico script.

Anche le canzoni hanno animato la serata, a cominciare da Hier Encore del grande Charles Aznavour e di Patrick Bruel, che, in apertura della performance, ha dettato sapientemente la tematica…”Soltanto ieri”, intorno alla vita fuggevole oramai decorsa in uno alle aspettative irrealizzate.

E poi il brano di Sting,” Fragile”, che si rivolge a tutti quelli “nati sotto una stella arrabbiata”, mentre la pioggia simile a lacrime da una stella continua a ricordare con persistenza proprio la nostra fragilità. Tutte le melodie sonore sono state fortemente evocative, come thousand Kisses deep (a mille baci di profondità), del compianto Leonard Cohen, che ha fatto riecheggiare l’umano naufragio, a mille baci di profondità appunto, di noi che siamo in uno sciagurati e miti e che abbiamo lasciato ogni cosa per rimanere vivi e dimenticato di fare talune cose, ma dobbiamo radunare quel che resta dei nostri cuori per fare i conti con l’invincibile umana sconfitta. Canzoni, allora, così appropriate da apparire non a corredo “tout court” di questa storia, ma come parte essenziale e integrante di essa.

Infine, fortemente rappresentativo l’utilizzo degli scenografici spazi scenici, anche attraverso allocazione di oggetti che hanno rimandato ai momenti luttuosi in rappresentazione, una pistola, una zappa, e un orologio per simboleggiare il trascorrere inesorabile del tempo .Il finale è  stato spiazzante ed è valso a chiudere con dignità il cerchio narrativo, con il posizionamento di ogni tassello al posto confacente, conferendo agli accadimenti fin lì  decorsi e ad ogni personaggio un senso preciso, e con ciò valendo a porre ancora più in valore la drammaturgia, che si potrebbe accostare ad un noir degli anni ’40 con la grandiosa effige di una Artista matura oramai sul viale del tramonto, in preda al delirio e a  crudo rimpianto per le rinunce esistenziali, che avendo pesato enormemente sul bilancio soprattutto dell’ultima fase di vita, la hanno resa farneticante.

Fino all’apparire del nudo vero, meno terribile dei fantasmi oppressivi che la sua mente ha creato senza sosta, con una preziosa e reale presenza salvifica capace di far tornare tutto, o quasi, sui binari della normalità…malgrado il passato.

I fruitori che hanno affollato il Monte di Pietà hanno giustamente reso omaggio alla pièce.

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