Solo -congelata- la sfiducia a Previti, ma in aula regna il caos: l'Udc abbandona l'aula, il centrosinistra si spacca, la città soffre e le istituzioni discutono per ore di nulla. Seduta aggiornata a domani alle 18
Così non si può andare avanti. Dopo l’ennesima seduta segnata dalla solita confusione e dalle scaramucce fine a sè stesse, con tanto di insulti e urla poco edificanti, si rende necessaria un’inversione di tendenza nei lavori del consiglio comunale, che rimane pur sempre, semmai qualcuno se lo fosse dimenticato, un luogo istituzionale dove siedono persone votate dai messinesi per discutere dei problemi della città. Problemi che sono tanti, troppi, e non riguardano certo beghe politiche o l’assegnazione o meno di stanze a questo o a quel consigliere.
Lasciamo perdere il ritardo dell’avvio della seduta di oltre un’ora e mezza rispetto alla convocazione, non si capisce perché il Pdl si renda conto solo una volta in aula che è necessaria una riunione di gruppo per discutere del -pepato- ordine del giorno presentato da Nello Pergolizzi, nel quale si chiede una mozione di sfiducia nei confronti dell’ufficio di presidenza e in particolare del presidente Pippo Previti. E non si capisce in quanto ci risulta che già ieri Pergolizzi stesso avesse chiesto la convocazione di un summit e che da mesi il capogruppo del Pdl Pippo Capurro invita i suoi colleghi di partito a riunirsi, per prassi, mezz’ora prima di ogni seduta di consiglio. Invece ennesima perdita di tempo, sospensione della seduta di 15 minuti che diventano per magia 45, e al ritorno in aula la mozione di sfiducia, che secondo Previti, che ignora l’invito di Pergolizzi di astenersi dal presiedere una discussione che lo riguarda in prima persona, «non è prevista dallo Statuto e, allo stato, è irricevibile», viene sostanzialmente -congelata-. Spiega Capurro, infatti, che il Pdl ha deciso di inviare una lettera privata a Previti nel quale si manifesteranno le perplessità sul suo operato che, dunque, vengono confermate, stabilendo anche un confronto con le altre forze del centrodestra e con i parlamentari di riferimento. Ordine del giorno, dunque, non ritirato bensì rinviato alla fine dei lavori del consiglio.
La questione è politica, chiaramente, e proprio per questo l’Udc non ci sta ad essere informato solo a decisioni prese. Mario Rizzo chiede di intervenire, non gli viene data la parola e in segno di protesta l’intero partito della vela, sia il gruppo il Centro con D’Alia sia quello Udc, abbandona l’aula, escluso Giuseppe Ansaldo. In tutto questo sono passate ore e, nei fatti, non si è discusso di nulla. Poco rilevante, di fronte agli interessi cittadini, è la pur legittima lamentela avanzata da Pippo Trischitta, che sostiene di non essere messo nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio ruolo di vicepresidente vicario del Consiglio non avendo a disposizione una stanza, richiesta da mesi alla segreteria generale (che nella persona del vicepresidente Mauro offre la piena disponibilità). «Queste sono problematiche che non interessano alla cittadinanza – fa notare il capogruppo del Pd Marcello Greco – si lavori seriamente».
Ma è una pretesa eccessiva, evidentemente, perché i lavori vengono nuovamente sospesi e al ritorno in aula a presiedere non c’è più Previti, che preferisce mettersi in disparte, ma Trischitta. Sul tavolo c’è la conferma della delibera esitata un anno fa dal commissario ad acta Antonio Garofalo sulla reiterazione dei vincoli del Prg, un atto formale, in pratica, dopo la decisione del Consiglio Regionale dell’Urbanistica, che aveva bocciato i provvedimenti esitati il 5 marzo scorso dal commissario straordinario Gaspare Sinatra. Ma è qui che scoppia la nuova bagarre, stavolta tutta interna al centrosinistra. Trischitta chiede se qualcuno vuole intervenire sulla delibera, e nessuno chiede la parola, dunque chiede all’assessore al ramo Corvaja se intende chiarire qualcosa sulla vicenda, ma anche qui silenzio assoluto, dunque mette in votazione la delibera, suscitando le ire del capogruppo di Genovese Sindaco Felice Calabrò, che invita i colleghi del centrosinistra ad abbandonare l’aula in quanto l’assessore non ha spiegato i contenuti della delibera. Il resto del Pd non segue l’invito di Calabrò e la delibera viene messa ai voti, venendo approvata con 23 sì e un’astensione. Calabrò è infuriato, anche perché senza il Pd sarebbe caduto il numero legale, ma nonostante questo viene anche votata l’immediata esecutività dell’atto: 20 voti favorevoli e 3 astenuti. A questo punto scatta una rissa verbale tra Paolo David e Calabrò, riscoprendo crepe neanche tanto nascoste nel centrosinistra.
Dopo questa scena poco edificante, il consiglio decide di aggiornare i lavori alle 18 di domani. Ricapitolando, nel Pdl ci sono malumori sparsi, l’Udc entra in polemica con la presidenza (Mpa) ma anche con gli alleati, nel Pd non esiste una linea univoca e spesso si registrano azioni discordi rispetto alle indicazioni di un capogruppo che, è bene ricordarlo, appartiene ad una corrente minoritaria del partito. Questo è il quadro sempre più confuso della politica a Palazzo Zanca. Giudicate voi.
