Cultura

Un percorso tra le emozioni al Teatro dei 3 Mestieri

Un’idea nata come semplice esercizio. Poi il Coronavirus che ha posto un freno ad ogni cosa. Ma dalle crisi nascono nuove possibilità e per questo motivo quella che era un’esercitazione personale durante il corso di teatro diviene una performance intima, irripetibile e positivamente perturbante. Una parte degli allievi del Teatro dei 3 Mestieri, Mariarita Andronaco, Angela Bonasera, Angela Ceraolo, Samuele Di Novo, Margherita Geraci, Beatrice Guerrera, Gabriella Lo Manto e Nina, in due appuntamenti serali il giovedì e due il venerdì, hanno messo in scena un percorso unico tra le emozioni.

Un inno al sentirsi vivi

“Vivere la vita è una cosa veramente grossa. C’è tutto il mondo tra la culla e la fossa. […] Posso dirti una cosa da bambino? Esci di casa! Sorridi! Respira forte! Sei vivo… Cretino!” recitano i versi del brano di Vivere la vita che apre la performance. Gli attori avanzano, si muovono tutti uguali, indossando abiti neri, finché poi sui versi di Mannarino che invita a cambiare camicia, primo passo per cambiare la vita, mettono giù le camicie nere, mostrando vestiti e colori diversi, simbolo della distinta identità di ciascuno.

Da questo primo momento corale, gli attori si disperdono. Ognuno di loro prende una postazione all’interno del teatro, che sia all’ingresso, sul palco, nella sala danza, dietro il bancone o all’uscita, in attesa di volta in volta del singolo spettatore, compagno in questo viaggio a tu per tu, dentro le emozioni che belle o dolorose che siano, rappresentano, come la canzone, un inno al sentirsi vivi.

Spettatore e attore a tu per tu

Un’intuizione geniale dell’insegnante e direttore artistico Stefano Cutrupi. Ogni interprete durante il corso di teatro aveva scritto un testo personale raccontando qualcosa di sè, un momento importante della propria vita, un ricordo. Quei testi adesso diventano monologhi narrati occhi negli occhi con un singolo spettatore per volta. Un po’ confessionale e po’ seduta psicologica, un momento di confronto intimo in cui tra attore e spettatore si crea un legame altrimenti irripetibile.

Per l’attore l’impresa più difficile, quella di recitare la parte di se stesso, entrando a contatto con il proprio “Io”, scavando dentro il profondo. E per lo spettatore un ruolo altrettanto impegnativo, smettere di assistere passivamente ma diventare parte attiva in un gioco che con un solo sguardo può stravolgere totalmente.

La confessione

Lo stile della performance richiama quello de “La confessione” di Walter Manfrè, esperimento teatrale irriverente del regista e attore messinese. Nel suo spettacolo lo spettatore diviene confessore in ascolto dei peccati degli interpreti. Qui, invece, non si ascoltano i peccati, si custodiscono dolore, paura, perdita, ma anche coraggio, forza, determinazione.

In un viaggio dentro le emozioni dell’altro che richiamano le proprie, dentro l’anima dell’altro che risveglia la propria. Grazie all’intensità narrativa ed espressiva degli attori è impossibile allentare l’attenzione, o il contatto visivo, anche solo un attimo. Lo spettatore entra dentro ogni storia con anima e cuore, rapito dalla potenza di quelle emozioni, che scuotono, riempiono di suggestioni, inquietano, sfondano le porte del cuore.

Ho vissuto storia dopo storia un dolce turbamento, ho sorriso, ho pianto, tanto, guidata dalle emozioni che gli attori mi hanno dato il privilegio di condividere e riscoprendo le mie, una catartica devastazione interiore di cui porto ancora i postumi.
Ma che mi ha fatto bene.

Un legame speciale

Spettatore e attore, estranei un minuto prima, e depositari di vicendevoli segreti un minuto dopo, si sentono incredibilmente vicini. Con grande generosità gli attori consegnano a noi spettatori una parte di loro stessi per sempre, da custodire con cautela, alla quale abbiamo risposto con le nostre emozioni. Un patto tacito tra le due parti che durerà eternamente.

Il senso del post Covid

Ed è una performance che racchiude il senso straordinario del periodo che abbiamo vissuto. La riscoperta intimistica del sè, la riflessione sul proprio essere, ma anche il bisogno inalienabile dell’altro, del contatto reale e profondo.

Pur senza toccarsi e alle dovute distanze di sicurezza, tutto il cammino è stato un prendersi cura reciproco, come recitano le parole della canzone che chiude l’opera, Abbi cura di me di Simone Cristicchi, in cui ogni attore si dirige di nuovo sul palco, passando tra il pubblico come un vero angelo custode, per poi salire e riafferrare la camicia nera prima buttata via.

Tra i versi della canzone di Mannarino risuonava “qualcun’altro si ricorderà di te. Ma la questione è: Perché? Perché ha qualcosa che gli hai regalato” e quello fatto dagli allievi del Teatro dei 3 mestieri è un regalo indimenticabile, donare un pezzo della loro vita, dei loro ricordi, delle loro emozioni.

Un momento di grande arte, cui seguirà un programma con tanti eventi organizzati insieme al Comune a partire da settimana prossima, salvo stravolgimenti causati dalla confusione all’interno delle Giunta De Luca.