L'azienda che opera nel Messine è reduce dalle certificazioni europei conquistate nei mesi scorsi. Ma soprattutto da un lavoro lungo diversi anni da capofila della filiera: l'intervista a Simona Raymo
MESSINA – C’è un’azienda in provincia di Messina che lavora da 100 anni sul territorio e che, nonostante sia un’eccellenza da decenni, non ha mai rinunciato a rinnovarsi e a crescere. Si tratta della Simone Gatto srl, l’azienda leader nella produzione di oli essenziali e di spremute e succhi di agrumi naturali guidata dalla famiglia Raymo, che ha ottenuto lo scorso aprile due attestazioni Uebt, Union for Ethical BioTrade. La prima per l’approvvigionamento etico e la seconda per le pratiche rigenerative. Sono il simbolo non soltanto di un primato europeo raggiunto dall’intera filiera, di cui la Simone Gatto è capofila, ma anche di uno sforzo non indifferente fatto negli ultimi anni sul campo della sostenibilità. Essenziale nel 2026, non solo per la necessità di rispettare i nuovi standard europei e globali, ma soprattutto per garantire ai consumatori maggior qualità nei prodotti. Nel rispetto della salute di chi consuma, della natura che “produce” e dei lavoratori. Un aspetto, quest’ultimo, a cui forse, nell’immaginario collettivo, si fa poca attenzione.
Com’è nato il percorso verso la sostenibilità
Simona Raymo, intervistata da Tempostretto, ha raccontato quello che è stato il viaggio della Simone Gatto srl (e personale) verso queste due certificazioni. Che sono soltanto la gratificazione finale di un percorso lungo, partito 7 anni fa e fatto di tanti sacrifici. Raymo ha spiegato: “Io mi occupo di sostenibilità dal 2019. Sono un auditor ai sensi di diversi standard alimentari, di sicurezza ambientali e varie certificazioni. Però mi sono avvicinata al mondo della sostenibilità grazie a una domanda che ci ha fatto un cliente. A un certo punto ci ha chiesto a che punto fossimo con la sostenibilità e noi obiettivamente ci siamo un po’ fermati con mio fratello a dire: Chi siamo? Dove andiamo? Siamo sostenibili o non lo siamo? Come la dimostriamo la sostenibilità? Come la misuriamo? Che cos’è? Come la applichiamo? E quindi abbiamo cominciato a studiare. Io ho studiato, mi sono formata, ho fatto dei master, dei corsi. Abbiamo studiato quali fossero gli strumenti pertinenti al nostro settore. E abbiamo iniziato a certificare la filiera ai sensi di uno standard che si chiama FSA (Farm Sustainability Assessment, ndr)”.
Rifiuti, energia e risorse umane: “Processi inglobati tra loro”
Questo standard, ha proseguito Raymo, “va a verificare se i fornitori, nel nostro caso di materia prima agrumaria, erano in compliance con questo standard. E certifica tutta la parte salute e sicurezza, etica, tecniche di coltivazione, utilizzo di pesticidi chimici. E da lì abbiamo iniziato questo percorso. È stato il primo strumento in assoluto. Abbiamo iniziato con un progetto pilota, che è stato l’apripista dell’analisi della Simone Gatto srl per ciò che già era in essere anche nel conteggio di quello che facevamo ambientalmente. Cioè dai rifiuti, ai processi, all’energia, alle risorse umane, a come avevamo inglobato tutti questi processi l’uno dentro l’altro. E io dico sempre che è stato un viaggio, è un viaggio, perché intanto è un viaggio senza ritorno. Tu inizi un percorso e indietro non ci torni perché diventa un tuo modo di vivere, un tuo modo di essere che ti porti a casa. Quindi poi stai attento anche a tutto quello che sono i tuoi gesti quotidiani e cerchi di trasmetterli. Quindi la sostenibilità ha una valenza nel momento in cui ci si rende conto che trascende l’azienda. Non è solo quello che tu fai lì, ma veramente si profonde. Ed è stata una delle parole che io ho utilizzato, profondere, mandare un messaggio e contaminare chi ci sta accanto nel continuare a fare questo”.
Simona Raymo: “È un cambio di mentalità”
E ancora: “È un cambio di mentalità, un cambio di approccio. Da lì abbiamo iniziato a utilizzare tantissimi altri strumenti che ci hanno portato ad avere un quantitativo di certificazione non indifferenti, tutte da verificare annualmente. Non ultimo lo standard Uebt, Union for Ethical BioTrade. È un’organizzazione senza scopo di lucro che va a verificare la filiera nel mondo delle erbe botaniche o, come nel nostro caso, agrumarie. Verifica aspetti etici, ambientali, tecniche di coltivazione, in maniera approfondita. Non si va a guardare solo la parte di tecniche agricole e rigenerative”.
Cos’è l’agricoltura rigenerativa
“L’agricoltura rigenerativa è un’agricoltura che va a eliminare tutti gli entranti chimici, i pesticidi, il lavoro del suolo, per far sì che il suolo diventi più resiliente. Il principio è: il suolo è sano, quindi la mia piantagione è sana perché ha tutti i nutrienti e tutti gli elementi per potere combattere le varie malattie piuttosto che i parassiti che possono in un modo o in un altro attaccarla. Quindi andare a studiare come sta il suolo attraverso analisi, controlli molto approfonditi. Abbiamo dovuto fare degli scavi anche di due metri per due metri per vedere la storia del suolo e fare in modo che questo suolo rinascesse e potesse dare tutto quello che serviva alla piantagione. Questo lo abbiamo fatto sia nella nostra piantagione, che è in gran parte della filiera”.
Le piantagioni “diventano boschi”
“Quindi le piantagioni diventano boschi – ha aggiunto -. È meraviglioso, è come entrare in una fiaba oggi una piantagione di agrumi, è una cosa bellissima. E poi rispettare la biodiversità, aumentarla, censire le specie presenti a livello di flora e fauna. Devo guardare il paesaggio. Il controllo non rimane confinato alla piantagione, ma va a verificare tutto quello che c’è intorno. Da aree protette, ad aree montane, acqua, risorse idriche, falde”.
L’aspetto umano: controlli anche sulle condizioni dei lavoratori
Ma non c’è “solo” l’aspetto strettamente ambientale. La sostenibilità è anche umana. Raymo ha spiegato: “Io devo dimostrare che tutte le persone che sono inglobate nella filiera, che lavorano all’interno della filiera, siano messe in regola. Che siano rispettati i diritti umani, rispettato il contratto nazionale del lavoro, che nell’ambito dei contratti per braccianti agricoli e flori-vivaisti cambia di provincia in provincia. E devo dimostrare che tutti i lavoratori siano in regola con questi contratti, cioè devo controllare che ci siano i pagamenti, la registrazione, le ore lavorate. Devo controllare che i lavoratori inglobati nella filiera abbiano avuto tutta la formazione su salute e sicurezza. Devo controllare che capiscano la lingua, che abbiano siglato dei contratti che hanno inteso, perché non è detto che sia così. Ricordiamoci che nel mondo dell’agricoltura purtroppo il lavoro nero è all’ordine del giorno. È successo quest’anno in Calabria quello che è successo, quindi purtroppo è la verità. Il grande buco nero, non solo del sistema italiano. Io devo verificare tutto questo, i benefit, che i pagamenti siano in linea con il living wage. E cioè una remunerazione che ti garantisca una vita dignitosa. È qualcosa in più che permette a una persona di andare dal parrucchiere, di mangiare una pizza. Non esisteva in Italia questo valore fino a pochi mesi fa”.
Chi non si adegua “resta fuori”
Insomma: una lunghissima serie di verifiche e controlli che porta la Simone Gatto srl a dover bussare alla porta di ogni realtà inserita nella filiera. E non sempre l’accoglienza è stata positiva: “All’inizio non sempre. Anche loro poi hanno cambiato modo di viverla, per questo dico che è un viaggio senza ritorno. È chiaro che ci sia una soluzione. Io sto accompagnando man mano sempre più persone. All’inizio sono state 4, poi 6, poi 8. Quest’anno sono 12 certificate ma entro novembre saranno 15. E ci è capitato al contrario di dover tagliare produttori che non si sono voluti adeguare. Resteranno fuori, perché i trend sono questi. Noi lavoriamo nel mondo della grande profumeria e questi standard sono molto più serrati anche rispetto all’alimentare. Noi vogliamo essere un motore di cambiamento e sono fiera di questi 7 anni”.
L’impegno in prima linea
E a proposito di questo percorso avviato nel 2019, c’è stato mai un momento in cui le difficoltà hanno preso il sopravvento o hanno portato a uno sconforto tale da dire il più classico dei “chi me l’ha fatto fare”? Raymo, sorridendo, ha risposto in maniera netta: “Mai. C’è tanto lavoro dietro e io sono appassionatissima. Io vado personalmente a fare la parte documentale, ad assistere i produttori in tutte le procedure qualora volessero seguirci in questo viaggio. Torno a controllare, faccio le analisi, i prelievi di terra e acqua. È un accompagnamento a 360 gradi e la Simone Gatto srl è molto attenta, da capofila, in ogni passo. Affrontiamo i costi di tutto questo, certificazioni, audit. L’approccio è totalmente diverso al passato, ma ci garantisce che questi prodotti siano molto più avanti del ‘biologico’. Il nostro succo d’arancia, per fare un esempio, proviene da prodotti controllati in ogni passaggio. Qual è la differenza con le arance del giardino? Che magari tu non metti niente nel terreno ma quello accanto non puoi saperlo. Noi controlliamo anche le piantagioni intorno e tutto l’ambiente”.
“Non cambi il mondo se non rispetti i diritti dell’uomo”
Le analisi riguardano diversi tipi di inquinanti, anche cancerogeni. E “pulire” l’ambiente da tutto questo è sempre complicatissimo. Raymo ha raccontato quindi l’iter e tutto quel lavoro quotidiano che porta a una filiera più sostenibile. Un sistema che foraggia l’economia circolare, tanto che un altro aspetto non da poco riguarda il riutilizzo (ad esempio delle scorze). Tutti questi aspetti sono rendicontati ogni anno e portano alle certificazioni già citate, in ultimo quelle dello scorso aprile. Ma portano anche a un cambio di prospettiva e di attenzione anche da parte dei consumatori: “È chiaro che un prodotto costi di più e non tutti sono disposti a farlo, ma in tanti si stanno avvicinando a questo mondo. È un cambio di vita. Ancora, però, bisogna crescere. Spesso da consumatore, ad esempio, non pensi all’altra faccia della medaglia, cioè ai diritti di chi quel prodotto lo ha fatto. Un aspetto fondamentale. Non puoi cambiare il mondo se non rispetti i diritti di un uomo. Non avrai mai prodotti puliti”.
“All’inizio eravamo 50 in tutta Italia”
Il lavoro che c’è dietro, quindi, è tanto e non sempre si riesce a “capirlo” al momento dell’acquisto di un prodotto. Ciò nonostante questo viaggio senza ritorno intrapreso da Simona Raymo e dalla Simone Gatto srl prosegue a gonfie vele. Con tante soddisfazioni, come nel caso dei primati europei raggiunti ad aprile: “Queste attestazioni ci danno grandi motivi di orgoglio, ma lo fanno anche i nostri bilanci di sostenibilità. Soprattutto l’ultimo in cui abbiamo unito l’arte alla sostenibilità, utilizzando come emblema la famosa banana di Cattelan e utilizzando al suo posto un’arancia. Come per chiedere: quanto valore ha tutto questo? È un lavoro bellissimo e complesso. All’inizio eravamo 50 in tutta Italia, delle mosche bianche. Ci sembrava di essere pochi e che non avremmo mai fatto nulla. Oggi posso dire che è un cambiamento che ti viene da dentro, non potrei più lavorare diversamente”.
I tanti aspetti intorno alla produzione: dagli imballaggi al “fine vita”
Raymo ha poi parlato degli imballaggi, del “fine vita” dei prodotti, del riciclaggio e delle domande che quotidianamente si pone l’azienda nel rapportarsi ad altre realtà: “È inizio e fine vita di un prodotto. Faccio un esempio: un consumatore normale mangia carne, pesce, cibo. Ma oltre al cibo a casa hai molti più rifiuti: la plastica, la vaschetta, la carta. Pensateci, è un insieme di cose. Ora l’obiettivo nostro è crescere e far aumentare il numero di chi è all’interno di questa filiera, migliorando anche i processi per non avere sprechi. E fondamentale per me resta la biodiversità. Bisogna crescere anche culturalmente, ampliare il proprio raggio d’azione. Per me è una mission la contaminazione: parlo con te e spero di lasciare qualcosa, mi basta che tu cambi un gesto”.
Il messaggio e la “contaminazione” culturale
Questa “contaminazione” culturale è proprio il messaggio che lancia Raymo: “Si dovrebbe fare nelle scuole? Sì, al pari dell’educazione sessuale, l’educazione alimentare. Tutte queste dovrebbero essere materie quotidiane vista l’evoluzione della società. Studio la matematica, studio le lingue, ma devo studiare anche come si vive. Oltre all’impatto che ognuno di noi può avere. Quindi il messaggio è proprio questo: ognuno di noi può fare qualcosa, non è vero che non possiamo fare nulla. Al netto dell’aspetto salutare, se invece di mangiare carne 5 volte a settimana lo faccio soltanto una, non diminuisco soltanto la possibilità di ammalarmi, ma faccio anche in modo che lo sfruttamento animale si riduca. Energia, acqua, acquisti di prodotti. È un dovere di tutti noi”.
La previsione per il futuro: “Un trend senza ritorno”
Infine, una previsione sul futuro: “Questo è un trend senza ritorno. Ora anche le banche valutano le aziende su questi aspetti. Bisognerebbe crescere nel sostegno alle aziende sostenibili. Essere sostenibili ha un costo di molto superiore al non esserlo. Ma è giusto che costi, che venga pagato il prezzo equo. Ritengo che tante cose non cambieranno, ma che si possa crescere e che non si possa invece tornare indietro. Vorrei che questo aspetto del sostegno e del riconoscimento alle aziende sia maggiore. Bisogna dare più valore a questi sforzi ed educare non soltanto i consumatori, ma anche le aziende. Deve essere una crescita reciproca continua”.

