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C’era una volta il Natale: viaggio nelle tradizioni popolari dei Nebrodi

Vittorio Tumeo

C’era una volta il Natale: viaggio nelle tradizioni popolari dei Nebrodi

venerdì 25 Dicembre 2020 - 08:44
C’era una volta il Natale: viaggio nelle tradizioni popolari dei Nebrodi

I fichi secchi di Alcara, la Natività tra i boschi di San Fratello e le novene all’alba a Ficarra. A Tortorici, San Marco d’Alunzio, Rocca di Caprileone fuoco agli “zucchi” in segno di rinascita.

Una cosa è certa. La pandemia da Covid19 ha assassinato le tradizioni dei piccoli paesi. Frammenti di passato già sbiaditi come una fotografia o dai bordi consumati come una vecchia cartolina, le peculiarità dei costumi, diversificati da comune a comune e già di per sé poco praticati a causa del notevole spopolamento, non rivivranno in questo Natale 2020. Ma nessuna pandemia potrà mai cancellare la storia di tradizioni secolari che hanno ritmato la vita dei nostri paesini. È allora forse quanto mai utile, attuale, immaginare un viaggio con la fantasia ricordando come sui Nebrodi il mistero della Natività conservi ancora, incontaminati, il sapore ed il fascino delle cose semplici e genuine, ben lontane dagli stimoli della civiltà dei consumi ed è ancora possibile vivere un Natale a dimensione d’uomo.

Nell’iconografia tradizionale sono molteplici gli emblemi simbolici attraverso i quali si manifesta e si celebra la natività. Altri proiezioni della comunità che li ha espressi. Non diversamente da altre feste, il Natale è caratterizzato da aspetti liturgici e, perché no, gastronomici. I momenti essenziali della Natività, un po’ dappertutto, sono riconducibili alla tradizionale messa di mezzanotte e alla novena. Quest’ultima rappresenta l’insieme dell’abbondante produzione popolare di canti polifonici, preghiere, creazioni, nenie in lingua dialettale eseguite nei nove giorni precedenti il Natale. Spesso si accompagnavano dal piacevole suono di zufoli, troccoli, mandolini, zampogne e fisarmoniche. La messa di mezzanotte, invece ripropone in chiave simbolica, la presentazione dei doni al Bambinello appena nato. Nella cultura popolare, il significato di questa pratica è chiarito dall’uso dei contadini, rigorosamente osservato in una certa struttura della proprietà agraria, di portare doni in natura ai loro sovrastanti. Usanza che serviva di riconferma dei ruoli sociali. In un contesto festivo è connessa anche ad una ideologia fortemente materiata da momenti sacrali.

Ficarra

A Ficarra, Sant’Agata Militello, Cesarò, Longi ed in tanti altri paesini dell’entroterra, la novena anticamente si svolgeva alle quattro del mattino. I contadini vi partecipavano numerosi prima di portarsi all’anta ad affrontare il duro lavoro della raccolta delle olive. La loro presenza in chiesa assumeva anche la valenza del rito propiziatorio perché la giornata fosse meno faticosa ed il raccolto abbondante. Sacro e profano si intrecciavano senza limiti ben definiti. Tale fenomeno rituale che a Ficarra esaltava lo stretto legame tra religiosità e mondo contadino, diventa elemento di congiunzione con la cultura silvo-pastorale a Galati Mamertino dove ancora oggi sciamano gli zampognari con i loro caratteristici abiti in pelle di pecora annunciando appunto la novena con lo stridente suono delle “ciaramedde”.

Cesarò

Il carattere eccezionale dell’avvenimento è segnato da altre pratiche e credenze. A Tortorici, San Marco d’Alunzio, Raccuja, Ucria, Rocca di Caprileone e in molti altri centri ancora, è usanza ardere dei grossi ceppi di legno (zucchi) a simbolo di purificazione e rinascita.Intorno ad essi ci si attarda fino all’alba mangiando e bevendo. Tale primitivo significato della festa natalizia inteso come rito propiziatorio legato alla vita che comincia è particolarmente sentito dall’uomo che fin dalla sua comparsa ha avvertito l’angoscia del suo effimero passaggio. Assai diffuso è sempre stato anche l’allestimento della rappresentazione vivente della natività che sostituisce spesso il presepe artistico in terracotta, in cera o altri materiali. Teatro della sacra rappresentazione la chiesa madre o addirittura la piazza. Tutta la popolazione viene coinvolta e all’ultimo nato del paese si affida l’ambito ruolo del Bambin Gesù.

A San Fratello, in uno scenario di incomparabile bellezza, si davano convegno pastori e allevatori i quali attraversano i boschi con fiaccole accese per radunarsi poi intorno ad una capanna di sterpi e riproporre la scena della natività. Altre multiformi espressioni della millenaria cultura popolare legata al Natale sopravvivono all’invadenza della civiltà moderna. La ricca varietà di dolci nel contesto alimentare natalizio svolge un ruolo essenziale, diventa un segno della festa. E così, dalla barocca fantasia dei popoli nebrodensi sono scaturite variopinte espressioni dell’arte culinaria. Si va dai saporiti “carrobisi” di Alcara li Fusi fatti con un impasto di fichi secchi e vino cotto, alla cassata di Castel di Lucio. Ed ancora, i “giambellotti” d’uovo di Motta d’Affermo, le “sfince” cosparse di Zucchero di Ficarra. I Nebrodi insomma si rivelano una volta di più custodi e testimoni di un ricco palinsesto di culture, tradizioni popolari e religiose da riscoprire e difendere.

Vittorio Tumeo

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