Ancora una volta gli interessi dei cittadini e quelli della politica non coincidono
Il nostro è un Paese diverso dagli altri. Nel senso che, oltre alle note eccezionali peculiarità storico-geografiche, si impegna allo spasimo per restare in una posizione di vertice nella graduatoria della stupidità. Intesa come capacità di operare in modo assolutamente insensato. Contro l’interesse dei cittadini.
Guardando al passato, si potrebbero fare decine di esempi di tale attitudine, ma preferisco citarne uno solo, attuale e insieme esemplificativo dell’abisso di inconcludenza nel quale ci dibattiamo. Mi riferisco al secondo quesito referendario sull’acqua, che si propone di abrogare una parte del decreto legislativo n. 152 del 3 Aprile 2006 che, al comma 1 dell’art. 154, oggi così recita:
“La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere , dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio “chi inquina paga”. Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.
¬Noto che, a destra come a sinistra, nessuno si sogna di eliminare o quantomeno a ridurre la componente delle tariffe legata ai costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, che ha certamente una rilevante responsabilità nel disseto di molte società di gestione dell’acqua del Meridione. Così come evito di soffermarmi sulla tesi, ampiamente propagandata, secondo cui i referendum si propongono di impedire la “privatizzazione dell’acqua”. Persino un valente studioso di provata fede progressista come il prof. Luca Ricolfi, su La Stampa, prende le distanze da questa spudorata bugia: “l’argomento della privatizzazione dell’acqua” è basato su una forzatura del significato delle parole, visto che quel che si renderebbe (parzialmente) privato non è il bene acqua bensì il servizio di distribuzione dell’acqua stessa.
In concreto, invece, il quesito si propone di eliminare dal computo della tariffa, determinata dall’Autorità d’ambito, solo la componente dovuta alla remunerazione del capitale.
La situazione attuale vede una rete di distribuzione in pessime condizioni, soprattutto nel Meridione: una parte rilevante del prezioso liquido si perde o viene rubata – l’acquedotto pugliese “vanta” l’87% di perdite, quello siciliano il 54%, quello sardo l’87%, ma molti altri non stanno meglio – e la depurazione è, in moltissimi casi, assente.
E’ evidente che, indipendentemente dal fatto se la gestione sia pubblica, mista o interamente privata, sono necessari massicci investimenti – si parla di importi che oscillano tra i 65 e i 120 miliardi – in conto capitale per ristrutturare le reti e collegarle ai depuratori.
A questo punto,viene da porsi una domanda: la mancata remunerazione del capitale investito- pubblico o privato che sia – rende più facile o più difficile il reperimento di queste gigantesche somme?
La risposta, è ovvia.
Un’ulteriore dimostrazione della stupidità di sottoporre a referendum un punto sul quale sarebbe facile trovare un’intesa bipartisan in Parlamento, deriva dal progetto di Legge dei Democratici giacente alla Camera. Secondo il quale la tariffa va definita, tra l’altro, tenendo conto del costo delle opere, della remunerazione dell’attività industriale e della quota della tariffa da destinare agli investimenti, dove il primo e il terzo di questi parametri sono legati al capitale investito dal gestore.
In conclusione, se si vuole rendere efficiente la rete di distribuzione idrica e ridurre i costi a carico dei cittadini è necessario attrarre capitali e ridurre gli sprechi e né la legge attuale né la legge modificata dal referendum vanno in questa direzione.
Purtroppo, è proprio su queste leggi mal fatte che il popolo bue si scanna in questi giorni. Mentre sui media nazionali, politici cialtroni di entrambi gli schieramenti ci propinano menzogne mirate a mantenere un sistema di gestione delle risorse idriche clientelare e fallimentare nel Meridione e asservito agli interessi privati in altre aree del Paese.
Sempre per citare uno studioso unanimemente apprezzato come Ricolfi, quello della distribuzione dell’acqua , chiunque vinca, resterà “un servizio che costa molto, disperde una quantità inaccettabile delle nostre risorse idriche, e in molti contesti – proprio grazie alla sua gestione pubblica – fornisce ai politici una preziosa (per loro) riserva di poltrone, posti di lavoro, incarichi e commesse”.
Il resto è aria fritta.
