Anche nella città dello Stretto molti dei maggiori scandali giudiziari sono emersi grazie all'utilizzo delle intercettazioni
Se uno Stato democratico si fonda sulla libertà di stampa e di pensiero, se il cittadino ha diritto di sapere ciò che accade dentro e fuori i Palazzi, se il compito della stampa è quello di informare la gente che poi si crea un’opinione e plasma la sua coscienza allora stiamo andando proprio nella direzione opposta. Il disegno di legge sulle intercettazioni non punta certo a tutelare la privacy dei cittadini ma ad impedire ai giornalisti di svolgere correttamente il proprio lavoro e alla gente di essere informata. Perché non di pettegolezzi stiamo parlando, quelli è giusto e sacrosanto che vengano esclusi dalla pubblicazione, ma di fatti penalmente rilevanti. Fatti che spesso investono soggetti che ricoprono cariche e ruoli istituzionali. Senza un’adeguata informazione potrebbero continuare tranquillamente a rivestire un ruolo nella vita politica e sociale di un Paese che resterebbe irrimediabilmente all’oscuro di tutto. Come i cittadini privi della vista di “Cecità” il romanzo che valse il premio Nobel per la letteratura a Josè Saramago. Un Paese di ciechi ma quella era la rappresentazione del Portogallo del dittatore Salazar. Oggi, pur senza dittatura, l’Italia si avvia a diventare un Paese di ciechi e sordi e forse anche di muti visto che non è possibile parlare di cose che non si conoscono. Se la legge sulle intercettazioni fosse già in vigore quanti fatti della nostra tormentata città non avremmo conosciuto o avremmo conosciuto in grande ed irrimediabile ritardo? Molti ed in tutti i settori, dalla criminalità organizzata a quella comune passando per la corruzione e l’abuso, sempre consumati sulla pelle del cittadino comune.
La maggior parte dei procedimenti di cui tratteremo non ha ancora raggiunto l’apice dell’iter giudiziario, non vi sono sentenze definitive e, dunque, fino a prova contraria i protagonisti devono essere considerati tutti innocenti. Ma di queste storie probabilmente non avremmo mai sentito parlare. Sia perché senza l’ausilio delle intercettazioni non sarebbero mai venute a galla, sia perché non sarebbe stato possibile pubblicarle sui giornali. Prendete il caso dell’inchiesta “Oro Grigio”, quella sulla speculazione edilizia al complesso “Green Park” di Torrente Trapani. L’inchiesta della Squadra Mobile si basò in gran parte su intercettazioni telefoniche ed ambientali. Nel maggio 2007 furono arrestate 9 persone fra cui l’ex presidente del consiglio comunale Umberto Bonanno, l’avvocato Pucci Fortino, funzionari comunali e dell’Università ed imprenditori accusati a vario titolo di corruzione e falso. Un milione e mezzo di euro ed alcuni appartamenti sarebbero stati alla base di un accordo stabilito tra imprese ed un Comitato d’affari al fine di ottenere agevolazioni in sede regionale e comunale. Il tutto con complicità di funzionari regionali che avrebbero attestato pareri favorevoli dell’Assessorato Regionale alle Politiche del Territorio. Proprio sull’utilizzo delle intercettazioni difesa ed accusa hanno avviato in sede di dibattimento un’autentica battaglia legale conclusa a favore dei PM. E questo già la dice lunga sull’importanza delle intercettazioni che, se dichiarate inutilizzabili, avrebbero reso superfluo l’intero procedimento. Ma c’è di più. Proprio intercettando l’ex presidente del consiglio comunale Umberto Bonanno gli investigatori hanno scoperto un’altra vicenda. E’ quella relativa al concorso per dirigente medico dell’Unità operativa complessa di Medicina del Lavoro del Policlinico, espletato nel dicembre 2006. Le intercettazioni telefoniche finirono nel nuovo fascicolo nel quale risultano indagate sei persone fra cui il Rettore dell’Università di Messina, Franco Tomasello, lo stesso Bonanno, l’ex direttore sanitario del Policlinico, Giovanni Materia, il docente di Medicina del Lavoro, Carmelo Abbate, il medico del lavoro, Concetto Giorgianni e la ricercatrice Giovanna Spatari. Gli investigatori intercettarono diverse telefonate fra Bonanno e Materia e fra Bonanno e Melitta Grasso, moglie del Rettore. Secondo l’accusa Bonanno doveva vincere quel concorso tanto che la commissione esaminatrice sarebbe stata composta da tre membri accuratamente selezionati dallo stesso candidato. In un’altra intercettazione si afferma che quel concorso era “cosa di Franco” e chiunque avesse creato ostacoli verso l’obiettivo di Bonanno ne avrebbe pagato le conseguenze. Alla fine Bonanno giunse terzo in graduatoria ed a pieno titolo ottenne quel posto. Ma per questa vicenda il Rettore Franco Tomasello fu sospeso dalle funzioni per due mesi dal gip Nastasi. E non fu la prima volta. Era già accaduto nel luglio del 2007 per un concorso pilotato alla facoltà di Veterinaria. Anche in quel procedimento della Guardia di Finanza la fecero da padrone le intercettazioni. Il docente di Medicina Veterinaria, Giuseppe Cucinotta denunciò di aver subito pressioni e minacce perché quel concorso doveva aggiudicarselo Francesco Macrì, figlio dell’ex preside di Veterinaria Battesimo Macrì. Fu lo stesso ex preside ad avvicinare Cucinotta ed a raccomandargli il figlio che poi non risultò idoneo. Esplode il caos tanto che il Rettore Tomasello sembra addirittura intenzionato a sospendere il concorso. Per questa vicenda vengono arrestati Battesimo Macrì con altri docenti e funzionari dell’Ateneo. A sostegno dell’accusa una serie di telefonate fra il professor Raffaele Tommasini, uno dei saggi chiamati a dirimere la vicenda, e Macrì, fra Tommasini ed il Rettore, fra Tomasello e la moglie Melitta Grasso con la quale discute del caso Veterinaria. Molte affermazioni degli indagati, rese agli inquirenti, vengono smentite dal contenuto delle telefonate ed anche i loro spostamenti vengono seguiti grazie ai tracciati lasciati dai telefoni cellulari. Il processo per il concorso a Veterinaria è attualmente in corso.
E in questo intreccio di storie si impiglia quella che nel maggio 2009 portò all’arresto dell’ex Procuratore aggiunto, Pino Siciliano. A svelare una vicenda dai contorni inquietanti sono le cimici piazzate dalla Squadra Mobile nel suo ufficio di Palazzo Piacentini e le intercettazioni telefoniche. Le conversazioni svelano un particolare sistema di potere. Il magistrato, attraverso l’apertura d’inchieste ad hoc, avrebbe condizionato una serie di importanti vicende. Una riguarda un contenzioso tra il Comune di Taormina e la Impregilo, un’altra sempre una diatriba giudiziaria fra lo stesso Comune di Taormina e l’impresa Decisa srl. Secondo l’accusa Siciliano non si sarebbe limitato al suo ruolo di magistrato super partes ma avrebbe “mediato”, “consigliato”, “pressato” le parti. Da qui gli arresti domiciliari inflitti a Siciliano per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale. Nel calderone finisce il suo amico Michele Caudo, ex segretario provinciale dell’UDC. Secondo l’accusa il magistrato gli avrebbe comunicato che l’ufficio dell’architetto Manlio Minutoli, capo settore Urbanistica del Comune di Messina, era imbottito di microspie nell’ambito dell’inchiesta “Oro Grigio”. Caudo riferì tutto a Minutoli, subito dopo un maxisequestro di atti a Palazzo Zanca. La conversazione però fu intercettata ed ascoltata dagli investigatori della Mobile che lo convocarono subito in Questura e gli chiesero il nome della talpa. Caudo disse che era stato Siciliano a svelargli il segreto. Il magistrato fu indagato per rivelazione del segreto d’ufficio ma successivamente la sua posizione fu archiviata. Caudo, invece, nel luglio dell’anno scorso fu condannato a tre anni di reclusione.
