La riflessione

“I dubbi di un cronista sul presunto agguato mafioso ad Antoci”

Ho cercato, per un po’, di rimanere alla finestra ad osservare quanto si sta verificando attorno al presunto agguato mafioso messo in atto, la notte tra il 17 e il 18 maggio 2016, nei confronti di Giuseppe Antoci, al tempo presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi, mentre faceva rientro in auto, scorta al seguito, da Cesarò nella sua abitazione di Santo Stefano Camastra.

Antoci scomodo alla mafia

Aveva da poco varato un protocollo di legalità che rende obbligatorio il certificato antimafia da parte degli affittuari dei terreni che insistono all’interno dei confini dello stesso Parco. Bloccando pertanto possibili frodi sui fondi europei destinati all’agricoltura. Un personaggio “scomodo”, quindi, per chi “comanda” in quel comprensorio. Parliamo dei Nebrodi… di quei Monti (o meglio di montagne) in cui è nata la mafia!

La pista meno plausibile

Si è parlato di fallito attentato, di atto dimostrativo, di simulazione: possibili scenari, questi, illustrati nella relazione della Commissione Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana. Dubbi e interrogativi, insomma, sono stati sollevati dall’organismo presieduto da Claudio Fava, dopo l’archiviazione dell’indagine penale da parte del Gip di Messina:. “Il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile”, ha scritto a tal proposito l’Antimafia Siciliana.

Le stranezze dell’accaduto

Non è mio compito, né sono in grado, ovviamente, di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti, né di stare a giudicare perché la Lancia Thesis blindata si sia bloccata, senza scansarle, davanti ad alcune pietre (non massi…) poste sulla Strada Statale che collega Cesarò a San Fratello; né posso intuire perché i colpi esplosi contro l’auto di Antoci credo abbiano centrato solo la parte bassa dello sportello. Ma qui, non essendo ovviamente in possesso delle relative perizie tecniche, potrei anche sbagliarmi…

La mafia non sbaglia mai bersaglio

Non credo di sbagliarmi, invece, nell’affermare che, in tanti anni di cronaca nera al servizio del quotidiano “La Sicilia” e della testata televisiva “Antenna Sicilia-Teletna”, un agguato così, sui Nebrodi, non mi era capitato di descriverlo… In genere, purtroppo per le vittime designate, questi si sono conclusi senza “errori”.

Esistono famiglie di riferimento, su quelle montagne, che hanno imposto le loro “leggi”. Con tutti i mezzi… E senza il loro consenso, non è possibile organizzare “giochi di fuoco” di… alto livello. Ma quando lo fanno non sbagliano di certo il “bersaglio”.

Tortorici come Beirut…

Voglio solo ricordare, tanto per citare un episodio in cui la mafia dei Nebrodì si “arrabbiò” davvero, cosa successe nel febbraio 1992. Da “giovane” cronista, durante il mio “giro di nera” venni a sapere di un attentato a Tortorici ai danni della Caserma della Polizia di Stato.

“Hanno bruciato la porta d’ingresso?” chiesi…

“No, la Caserma non c’è più…”.

Risposi: “L’hanno chiusa per motivi di sicurezza?”

“No, è saltata in aria, ma per fortuna al suo interno, nel cuore della notte, non c’erano forze dell’ordine di presidio”.

L’esplosione l’aveva praticamente demolita… abbattuta! Quando vi arrivai per scrivere i miei servizi, Tortorici sembrava Beirut. Coprifuoco compreso.

Perchè ha fallito?

Mi pongo quindi una sola domanda: ma se la mafia, con il placet delle famiglie della zona, aveva davvero intenzione di eliminare Antoci a tutti i costi, perchè ha “fallito”?

Sono convinto che se qualcuno avesse voluto portare a termine con assoluta certezza anche questa “missione di morte”, non avrebbe esitato anche a “smontare” una montagna. Nel cuore della notte. Così come avvenne proprio in quel febbraio del 1992. Sui Nebrodi…

Ma è solo una mia opinione… magari sbagliata… da semplice cronista.

Cesare Giorgianni