“I leoni di Sicilia”: Stefania Auci racconta i Florio e Palermo ed è la più letta in Italia - Tempo Stretto

“I leoni di Sicilia”: Stefania Auci racconta i Florio e Palermo ed è la più letta in Italia

Emanuela Giorgianni

“I leoni di Sicilia”: Stefania Auci racconta i Florio e Palermo ed è la più letta in Italia

giovedì 23 Maggio 2019 - 08:39
“I leoni di Sicilia”: Stefania Auci racconta i Florio e Palermo ed è la più letta in Italia

Stefania Auci ospite della Libreria Bonanzinga per presentare il suo romanzo sui Florio, primo in tutta Italia: “I leoni di Sicilia”.

Umile, simpatica, allegra, bella e tutta siciliana, Stefania Auci, nata a Trapani ma adottata da Palermo, è stata ospite dei nuovissimi ed ecologici locali della Libreria Bonanzinga, per presentare il suo capolavoro, parlare del processo che l’ha portato alla luce, degli ostacoli e delle soddisfazioni, in dialogo con Anna Mallamo, giornalista e scrittrice nata a Reggio Calabria ma trapiantata a Messina.

“Cu nesci, arrinesci”. “Chi esce, riesce” con questo proverbio siciliano ha inizio “I leoni di Sicilia”, primo in tutta Italia, tradotto in tutto il mondo e opzionato, anche, per una seria televisiva.

Ed è proprio quel proverbio siciliano a racchiudere il cuore della vicenda e delle personalità dei suoi protagonisti, la loro voglia di fare, di arrivare, il loro coraggio. È la storia dei Florio, la famiglia di Bagnara Calabra, che in seguito al terremoto del 1799 si trasferisce a Palermo e, con forza, ingegno, inventiva, coraggio e determinazione, trasforma la sua vita e delinea la strada per diventare “I leoni di Sicilia”.

Un’impresa titanica, ma perfettamente riuscita, la stesura di un romanzo storico di questo livello, il cui lavoro nasce nel 2015. “Durante una chiacchierata con un amico a Castello a Mare, subito dopo la pubblicazione del mio ultimo libro, lui mi consigliò per il prossimo di scegliere una saga storica e trattarla. Io lo mandai bellamente a quel paese, considerandolo un folle, ma poi ci pensai su. E quando a settembre gli dissi che l’avrei ascoltato e avrei scritto dei Florio, fu lui a dare della pazza a me. Da lì inizia questo lungo lavoro, un parto gemellare podalico, ho studiato, ricercato volumi e volumi, lavorato per blocchi, cucendoli, poi, tutti insieme come al punto croce, ho modificato pagine miliardi di volte, e riscritto totalmente tutta la prima parte, sono una perfezionista” racconta l’autrice.

Un romanzo storico e familiare; ogni famiglia ha la sua storia, se poi la famiglia sono i Florio, fa notare Anna Mallamo, la storia diviene travolgente, capace, con nostro grande orgoglio, di affascinare tutta l’Italia. Un caso letterario da subito.

Ogni capitolo comprende un paio di anni, costituisce un’era diversa, delle spezie, della seta, del cortice, dello zolfo, del pizzo, del tonno e della sabbia, ed è introdotto da un proverbio siciliano e da un breve excursus storico su ciò che avveniva in quegli anni. Uno tra i periodi più tumultuosi della storia italiana, dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, fa, infatti, da cornice agli eventi della famiglia. La loro ascesa commerciale e le loro complicate vicende personali diventano, col passare del tempo, sempre più intrecciate alle realtà vissuta.

“Conosciamo poco la nostra storia, per questo ho ritenuto fondamentale evidenziarne il forte intreccio, e la scelta di questi materiali come titoli dei capitoli coincide con la crescita economica dei Florio, la seta è il loro successo, lo zolfo, invece, si riferisce tanto al commercio, quanto alla frase di Giuseppina per additare la giovane Giulia che, appunto, puzza di zolfo” spiega Auci.

La fortuna dei Florio nasce dalla decisione di Paolo di spostarsi a Palermo, dove aveva una “putia” e uno “schifazzo”, fondamentale per commerciare. Si trasferisce col fratello Ignazio, la moglie Giuseppina, il figlio Vincenzo e la nipotina orfana Vittoria. E ha inizio, così, la loro ascesa, la putia diviene la prima e principale bottega di spezie della città e, nonostante la morte di Paolo, Ignazio, che sembrava restare sempre nell’ombra del fratello, porta avanti con grande intraprendenza l’attività; ha avvio il commercio di zolfo e viene creata una compagnia di navigazione. L’inarrestabile crescita di Casa Florio continua con Vincenzo, figlio di Paolo; ovunque viene cercato il vino delle loro cantine, non più vino per poveri, e il consumo di tonno viene rilanciato grazie al loro nuovissimo metodo per conservarlo in lattina. Tutti hanno bisogno di loro, del loro potere, dei loro soldi.

Insieme a questo, in un intreccio perfetto, vengono delineate dalla scrittura appassionante di Auci le personalità complesse dei protagonisti, spesse volte difficili da amare, ma reali e autentici. Con la sua prosa riesce ad addentrarsi nel buio della loro anima, dimostrando come proprio quel buio sia alimento della loro luce, delle loro parti migliori.

Il loro problema è il problema del loro tempo, tutti sono immersi nei propri doveri, nella voglia di raggiungere sempre più alti obiettivi, nei titoli da mantenere, nelle imposizioni sociali, nei comportamenti di rito e nelle abitudini, rendendo estremamente difficile dimostrare di voler bene ed esprimere le proprie emozioni. Questo segna l’infelicità di ciascuno dei personaggi, nonostante il successo e la fortuna.

“Ciascuno porta il marchio della sua sofferenza”, queste parole risuonano nelle loro vicende, nel successo spesso amaro degli uomini e nel dolore nascosto delle donne.

Giuseppina non riesce ad amare mai davvero il marito Paolo, così distaccato e rude, sa solo rinfacciargli per sempre di averla portata via dalla sua terra, dalle sue origini, dalla sua gente, pur non avendo mai il coraggio, per suo rispetto, di amare il cognato Ignazio così diverso, pacato e paziente, gentile e rispettoso, ma spaventato anche lui dai suoi sentimenti. Il loro amore, sin dalle primissime pagine, viene lasciato trapelare con parole velate o non dette, con piccoli gesti e attenzioni. Diviene, pagina dopo pagina, sempre più esplicito ma mai dichiarato, il pudore che i due hanno nel confessarsi all’altro e in primis a se stessi si rispecchia anche nel riserbo dell’autrice a parlarne.

Allora Giuseppina si attacca morbosamente al figlio Vincenzo, anteponendo troppo spesso la propria felicità alla sua. Vincenzo cresce con rabbia, voglia di riscatto, non con la pazienza dello zio, ma è colto, intelligente, furbo, con tanta passione e determinazione. Con la stessa passione, tutta corporale, nasce il suo interesse per Giulia, la sua voglia di averla.

E Giulia per amore sopporta di fare l’amante, sopporta il disprezzo della gente, sopporta che Angelina e Giuseppina, figlie sue e di Vincenzo, non vengano riconosciute, finché nasce Ignazio, l’erede maschio, e finalmente tutti i figli vengono riconosciuti e lei diviene sua moglie.

Vincenzo è un personaggio facilmente disprezzabile, insopportabile, odioso, ma per Giulia è la persona giusta, l’unica, nonostante tutto. E lui la ama, senza lei non avrebbe potuto farcela, ma non sa dimostrarlo. D’altronde lui è un uomo di successo e lei solo una donna, sebbene, riconosce, ne sappia più di molti uomini. Ma il loro amore, che appariva il più improbabile, scorretto e inaccettabile risulta essere l’unico vero, saldo, eterno.

Giulia è forte, intelligente, paziente e decisa, testarda e tenace, e proprio da lei, infine, dopo aver visto prevalere sempre il senso dell’onore, l’apparenza e il prestigio sull’amore, possiamo apprendere, in un discorso con il figlio Ignazio sul matrimonio, il valore impagabile dell’avere accanto una persona che sia ragione di vita, trovando la forza, solo in questo caso, di affrontare qualsiasi cosa.

È un libro, riflettono insieme Auci e Mallamo, in cui non compaiono mai le parole “amore” o “cuore”, ma che di amore è pieno. I personaggi sono pieni di sentimenti forti, viscerali, solo non è stato loro insegnato come esprimerli, come manifestarli, “per questo è importante insegnare a non temere i sentimenti, avere il coraggio di manifestarli dimostra una grande raggiunta sicurezza” commenta l’autrice.

Ma a Palermo “certe cose non cambiano mai”, nonostante adesso i nobili dipendano dai Florio e la loro ricchezza sia impareggiabile, l’invidia e l’astio della gente continuano e i Florio resteranno sempre putiari arricchiti, pur essendo Vincenzo “più palermitano dei palermitani”; questo desiderio vano di riscatto e rivalsa li tormenterà sempre. E come ieri, secondo l’autrice, è così ancora oggi e lo sarà sempre, è una storia che si ripete: “fa parte di noi purtroppo, quasi parte di un DNA, ma come i Florio seppero costruire il loro successo nonostante e indipendentemente da questa cruda realtà, ancora oggi è possibile farlo per chi vive qui ma sogna qualcosa di diverso”.

È questa la Palermo che viene descritta e che esce fuori dettagliatamente, come se il lettore si trovasse a passeggiare per le sue strade, le strade dei Florio: via dei Materassai, la Palazzina Cinese, il quartiere della Kalsa, Castello a Mare (nella quali la stessa Auci ha guidato i suoi lettori durante un incontro itinerante a Palermo). Una Palermo accogliente con il suo sole, il suo mare e i suoi profumi, la sua cultura e la sua bellezza, ma ostica e dura, Palermo che puzza di fogna ma profuma di gelsomino. “Palermo dà, Palermo toglie” scrive Auci e questo sarà il fardello dei suoi protagonisti, eterni stranieri in quella che, invece, per loro diventa la propria terra, la propria casa.

E Palermo viene raccontata anche dai suoi modi di dire, dai suoi termini dialettali, necessari e fondamentali per dare spessore alla storia, ne evocano i suoni e i colori, il forte senso di appartenenza. “La forza del nostro dialetto sta nella sua elasticità, con un semplice termine indichiamo espressioni lunghissime e altrimenti intraducibili. Come lo spieghi ‘camurrìa’? Con fastidio inenarrabile e impossibile da eliminare?” scherza Stefania Auci.

Un enorme valore aggiunto del romanzo è, infatti, questo spaccato della sicilianità che viene delineato, vero, autentico, affascinante, come solo una vera siciliana è in grado di fare.

È un libro che si legge con attenzione e concentrazione ma che vuole essere divorato il prima possibile, risultato di un’attenzione severa e minuziosa ad ogni dettaglio, vengono distribuiti nelle pagine i semi di ciò che accadrà e il ricordo di ciò che è accaduto; dietro una grande vicenda storica si nascondono errori, fragilità e paure dell’animo umano, “che hanno tante maschere”.

Una scrittura incalzante e coinvolgente, dalle prime pagine in cui il terremoto viene descritto e sembra di viverlo sulla propria pelle e sentire già la terra un po’ tremare, così per tutto il corso del libro, sino all’incidente in mare del piccolo Ignazio, in cui gli occhi restano incollati alla pagina e si spostano veloci da sinistra a destra per la frenesia di apprendere cosa succederà. Si entra dentro l’incredibile mondo dei Florio, della loro forza, delle loro difficoltà e del coraggio e si resta intrappolati in quella realtà così lontana e così attuale, se ne ha ancora bisogno. Perché è un romanzo che parla di vita.

Un capolavoro nel quale si viene catapultati sin dalla prima pagina e dal quale si resta catturati ben dopo l’ultima. Non resta, quindi, che attendere il seguito, lavoro già in cantiere, il quale si sa, senza nessuno spoiler, lascerà, ancora una volta affascinati i suoi, ormai, fedeli e appassionati lettori.

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Un commento

  1. Rosalba Lagrotteria 1 Settembre 2019 17:34

    Bellissimo e molto avvincente. Mi ha fatto venire voglia di approfondire la conoscenza di questa famiglia e di questa meravigliosa terra che è la Sicilia

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