La storia di Maria Irrera e del suo "camurrioma": "Come ho affrontato il cancro al seno" - Tempostretto

La storia di Maria Irrera e del suo “camurrioma”: “Come ho affrontato il cancro al seno”

Giuseppe Fontana

La storia di Maria Irrera e del suo “camurrioma”: “Come ho affrontato il cancro al seno”

domenica 23 Ottobre 2022 - 08:03

Due anni fa ha iniziato la sua lotta che ha raccontato sui social con coraggio, autoironia e senza nascondere la paura

MESSINA – Lo ha chiamato “camurrioma” e lo chiameremo così anche noi. Maria Irrera, conosciuta come “Maria Riccia”, porta avanti da anni una lotta difficile e spaventosa, fatta di grande coraggio, ma anche di fragilità e incertezza: quella contro un cancro al seno. Una battaglia che Maria ha voluto raccontare tramite i social, ironizzando sia con il nome quantomeno particolare scelto, sia con grafiche e disegni realizzati ad hoc da lei che nella vita si occupa proprio di comunicazione, grafiche e marketing. A due anni dalla scoperta, la sua storia è un monito perfetto per raccontare cosa significa lottare contro un mostro simile, in un mese, ottobre, da tempo diventato quello della prevenzione.

Maria, l’ottobre rosa ti tocca particolarmente: come hai scoperto di avere il tuo “camurrioma”?

“Neanche a farlo apposta l’ho scoperto proprio ad ottobre di due anni fa. Sto per fare il ‘compleanno’! Era un periodo molto particolare della mia vita: eravamo usciti tutti quanti dal primo lockdown, che ci aveva tenuti chiusi in casa per quasi 3 mesi. Avevo ricominciato il percorso di controlli per avviare l’iter della fecondazione assistita (soffro anche di endometriosi). Sospeso, appunto, a causa della pandemia. Dopo l’estate 2020 avevo ripreso con gli screening all’Ospedale Papardo e mi mancava solo l’ultimo esame, l’ecografia al seno, che, secondo il ginecologo che mi seguiva in quel periodo, potevo pure evitare di fare perché quella fatta nel 2019 era pulita”.

Ed è lì che succede qualcosa

“Una mattina di ottobre, nella sala d’attesa del centro di fecondazione assistita, incontrai una ragazza che mi disse: ‘Falla una ecografia al seno, non ti costa nulla… io l’ho appena fatta!’ E allora chiesi al ginecologo di fissarmi un appuntamento. Adesso non so se credere nel destino, negli angeli, nel mantra, ma se io quella mattina non avessi conosciuto quella ragazza, avrei cominciato il mio percorso di fecondazione con conseguente bombardamento di ormoni. Quindi devo ringraziare questa sconosciuta che mi ha salvato la vita. Ho fatto conoscenza con il mio ‘camurrioma’ il 31 ottobre 2020; è piombato nella mia vita nel giorno di Halloween, uno scherzetto che mi ha fatto davvero tanta paura. Sono stati due anni difficili, intensi, fatti di pianti e di sorrisi, di cadute e di risalite. Mi sono dovuta fermare e curarmi. La mia priorità assoluta é stata guarire. Ho raggiunto piccoli traguardi e il più importante è essere ancora qui a poterlo raccontare. Sono tanto diversa, piccola e fragile, con un corpo pieno di dolori e l’ansia costante che possa ritornare. Ma quando mi sdraio al sole dalla terrazza della mia casetta nuova immersa nel verde, con Davide, la famiglia, gli amici e i cagnolini è davvero tanta felicità”.

Cosa si prova quando la propria quotidianità, i progetti e i piani vengono stravolti da una notizia del genere?

“Il mondo ti crolla addosso e la prima cosa che ti viene in mente è: ‘Quanto mi resta da vivere?’ Poi entri in un turbine di chiamate, pianti, visite di parenti. Te lo giuro: io mi sono sentita morta per un paio di giorni. Adesso, se ci penso, mi viene da ridere e mi faccio tanta tenerezza, però è andata veramente così. All’inizio ero davvero terrorizzata, perché c’è troppa poca informazione riguardo al cancro al seno, o meglio c’è poca informazione per le donne giovani e non sei preparato su quello che sarà il tuo percorso. Non pensi più a nulla, figuriamoci ai progetti che dovevi fare, vieni catapultato in un mondo in cui gli ospedali e la tua salute vengono prima di ogni cosa. Il lavoro viene sostituito dalle frequenti visite nei reparti, gli infermieri e i medici diventano i tuoi amici, le medicine e le enormi sacche di farmaci diventano i tuoi cocktail”.

Com’è andata dal momento della scoperta in poi?

“Piano piano si riesce ad accettare la condizione di malato. Il corpo e la mente si abituano a questa nuova normalità. Si affronta tutto piano piano. Durante il mio percorso le persone mi facevano i complimenti per la grinta che ci mettevo, mi dicevano che ero una guerriera. Ma io non ero né in guerra né tantomeno coraggiosa. Ho avuto, e ho ancora, spesso paura. Ma non avevo e non ho scelta. Mi sono aggrappata alla mia creatività, alla mia famiglia e ai miei amici e ho cercato di fare tutto quello che facevo prima. Fermandomi e riposandomi spesso, perché quando le forze e il corpo ti abbandonano non puoi fare nient’altro che buttarti sul divano e chiudere gli occhi”.

Qual è stato il periodo più complicato?

“No, non è stato quando ho perso i capelli! Magari molte donne ti avrebbero risposto così. Ma per me il periodo più complicato è stato proprio quello della diagnosi. Quando i medici ti vomitano addosso parole incomprensibili e non capisci nulla. Quando non capisci quanto tempo ti resta, che tipo di ‘camurrioma’ hai, le cure che devi fare, se devi restare o partire per farti curare altrove. Quello per me è stato il periodo più complicato, perché, lo sappiamo tutti, l’ignoto genera sempre molta paura. Quando il mio percorso è stato tracciato e sono stata inserita nel programma di cicli chemioterapici, allora mi sono tranquillizzata. La perdita dei capelli è stato un momento di scoperta. Chi avrebbe mai detto che sotto la montagna di ricci avevo una testolina così carina e tonda. Mi sentivo bene e bella ugualmente. Certo alcuni giorni mi sentivo Casper, altri mi sentivo Skin, altri ancora Mastrolindo. Però ho accettato questa fase transitoria della mia vita e ho cercato di prendere il meglio da questo lungo periodo”.

Come si affronta una battaglia del genere?

“Penso che ognuno abbia delle risorse e dei motivi che ti spingono ad andare avanti. Nel mio percorso oltre il mio compagno, la mia famiglia, i miei amici, le donne malate come me e tutti i medici dell’Ospedale San Vincenzo di Taormina, mi sono state vicine un sacco di persone che mi scrivevano sui social, su whatsapp, gioivano per ogni mio traguardo e stavano male quando io stavo male. Ho voluto subito svelare il mio status di malata di ‘camurrioma’ a modo mio, in maniera colorata e creativa. Disegnare le vignette, scrivere, raccontare quando non stavo bene o rivedere tutte le situazioni in chiave ironica mi faceva stare bene. Ho scoperto presto che l’autoironia e il modo buffo di affrontare e raccontare il cancro hanno fatto stare bene tante altre ragazze malate di ‘camurrioma’. Ancora oggi ricevo messaggi di donne che mi chiedono consigli, mi raccontano le loro esperienze o mi scrivono semplicemente ‘Grazie'”.

Cosa ti sentiresti di dire alle donne, giovani e meno giovani, che devono affrontare ciò che tu hai affrontato?

“Di avere tanta pazienza, di non scoraggiarsi. Ci saranno momenti veramente difficili, ma si superano. Di vivere giornalmente e gioire per ogni piccolo step superato. Di stare nella natura, di uscire e vedere gente, di circondarsi degli affetti più cari, di truccarsi e vestirsi bene, tutte piccole cose che fanno bene allo spirito. Ovviamente non è un raffreddore, ma la ricerca ormai ha fatto passi da gigante e il cancro al seno può essere superato e affrontato”.

E cosa ti sentiresti di dire, invece, a quelle che stanno bene in chiave prevenzione?

“Di fare un’ecografia almeno una volta l’anno. Spendiamo soldi in cose inutili e futili. Investire 100 euro per un controllo l’anno va benissimo. La prudenza non è mai troppa. Vi consiglio di non rimandare. La società frenetica in cui viviamo ci ruba spesso del tempo da dedicare al nostro corpo. In tutto questo periodo ho scoperto che la cosa più importante che abbiamo è proprio il tempo. Spendetelo per prendervi cura di voi stesse”.

La domanda più importante: ora come va?

“Sono in remissione. Del mio ‘camurrioma’, dopo l’operazione non c’è più traccia. Devo continuare un percorso di cura ormonale per almeno 5 anni. E sembra una scemenza rispetto a quello che fatto, ma credimi, è davvero tanto dura. Sono piena di dolori dovuti alla menopausa forzata. Il corpo di una vecchietta con la mente di una giovinastra. Ma sono qui, questa è la cosa più importante. Mi alleno per non sentire i dolori, lavoro, mi dedico al giardinaggio e la natura, cerco di fare tutto quello che facevo prima e mi impegno in progetti a lungo termine per esorcizzare la paura che tutt’ora mi accompagna. Ho scoperto che é una fase che succede più o meno a tutte. Guardo giù nel burrone e penso: ‘Ma come ho fatto a scalare questa montagna?!’ E la paura di cadere é sempre tanta”.

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