Le amplificazioni artiche sempre più rare, la scienza s'interroga - Tempostretto

Le amplificazioni artiche sempre più rare, la scienza s’interroga

Daniele Ingemi

Le amplificazioni artiche sempre più rare, la scienza s’interroga

giovedì 10 Novembre 2022 - 11:30

Il fenomeno dell'amplificazione artica è all'origine delle sempre più frequenti anomalie atmosferiche registrate in Europa e sul Mediterraneo

L’umido e costante flusso zonale, che un tempo caratterizzava l’andamento meteo/climatico su buona parte del continente europeo e sul bacino del Mediterraneo, pare sia andato in pensione da alcuni anni. A cavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90, il flusso zonale oceanico, meglio definito dai meteorologi con il termine di “tempo atlantico”, interessava di frequente l’Europa e il nostro paese, con un costante passaggio di perturbazioni e sistemi frontali, che dal vicino Atlantico si spingevano verso la Francia, il Portogallo e la Spagna, per invadere il Mediterraneo ed investire in pieno l’Italia, apportando abbondanti precipitazioni, specie lungo i versanti tirrenici e sulle regioni centro/settentrionali, mentre tra Alpi e Appennini si verificavano nevicate abbondanti. Erano proprio le perturbazioni atlantiche che portavano le nevicate abbondanti sulle Alpi e le piogge, copiose, in Val Padana.

Queste perturbazioni, inserite in seno al flusso occidentale oceanico, sovente erano coadiuvate da una ventilazione spesso intensa, oltre la soglia d’attenzione, con l’attivazione di flussi sciroccali di matrice nord-africana (fronte caldo), a volte anche tempestosi, che precedevano l’irrompere delle più temperate correnti di libeccio (davanti il fronte freddo, settore pre-frontale), subito seguite dai più freddi e rafficosi venti di ponente e maestrale (dopo il fronte freddo, settore post-frontale), i quali pilotavano le masse d’aria fredde in discesa dal nord Atlantico sino al cuore del “mare Nostrum”, non appena il sistema frontale e l’annesso minimo barico erano traslati fra i Balcani, la Grecia e l’Egeo.

Ormai le perturbazioni che entrano dall’Atlantico sono sempre meno frequenti, a dispetto di quelle in arrivo dal nord Europa o nord Africa.

Il famoso tempo atlantico sempre più raro

Si veniva cosi a realizzare quel tipo di “tempo all’inglese”, caratterizzato da una grande variabilità e da bruschi cambiamenti della pressione barometrica e dalla cosiddetta “altalena termica” (repentini mutamenti del campo termico indotti dal passaggio di masse d’aria d’estrazione sub-tropicale continentalizzata e temperata marittima) che accompagnavano il transito dei sistemi frontali provenienti dall’Atlantico. Nell’ultimo decennio il flusso perturbato proveniente dall’Atlantico (quello originale) si è gradualmente attenuato. Anzi, più di una attenuazione possiamo parlare di un vero e proprio rallentamento delle “Westerlies” (i forti venti occidentali che dal continente americano soffiano verso l’Europa) lungo le medio-alte latitudini dell’emisfero boreale, a discapito di più complessi pattern con semi-zonalità o scambi meridiani (scambi di masse d’aria fra polo e tropici) più o meno intensi e prolungati nel tempo.

La diminuzione del flusso zonale comporta l’istaurazione di pattern persistenti, con saccature e promontori anticiclonici distesi lungo i meridiani che influiscono pesantemente sulle dinamiche atmosferiche, prolungando le fasi perturbate come i periodi siccitosi o le ondate di calore o di freddo. Se si fra un confronto fra il decennio 1991-2001 e quello successivo, 2002-2012, si scopre che le correnti occidentali, una volta le vere dominatrici sullo scenario barico europeo e nord-americano, si sono sempre più indebolite, divenendo meno costanti e meno intense rispetto agli standard del passato (anni 80 e 90). L’assenza del flusso perturbato atlantico è all’origine delle gravi e sempre più persistenti fasi siccitose che investono, sempre più frequentemente, il centro-nord, con importanti conseguenze sulla tenuta delle risorse idriche.

L’amplificazione artica e l’effetto sulla “corrente a getto”

Ripetendo lo stesso confronto si nota come, sul medio Atlantico ed in prossimità dell’Africa settentrionale, sempre più spesso si sia verificata una decisa accelerazione del flusso occidentale, nella media e alta troposfera, che ha comportato un deciso rinvigorimento del ramo principale del “corrente a getto sub-tropicale”, in scorrimento sopra l’Atlantico tropicale per dipanarsi a grandissima velocità sopra la regione sahariana (dal Marocco all’Egitto) e la penisola Arabica.

In realtà più che di una zonalità bassa (originale) nella maggior parte dei casi ci troviamo a che fare con il cosiddetto “getto derivato”, ossia un possente flusso occidentale che si attiva lungo il margine meridionale di un ampio “delta” (separazione del ramo principale della “corrente a getto” in due rami secondari “derivati”), spesso centrato in pieno Atlantico o in prossimità dell’East Coast degli States. Non si tratta quindi di un flusso zonale originale, come accadeva più frequentemente un tempo. Secondo alcuni climatologi la diminuzione e il rallentamento delle cosiddette “Westerlies” sarebbe causato da una persistenza di anomalie termiche positive sulla regione artica, a seguito della rapida riduzione d’estensione dei ghiacci, che ogni estate tendono a fondersi sempre più rapidamente sul mar Glaciale Artico.

Ciò agevola un indebolimento del “gradiente termico orizzontale” (differenza di temperature) che normalmente s’instaura alle medie latitudini, tenendo in vita il flusso del “getto polare” e le potenti “Westerlies” che girano attorno l’emisfero, tentando di equilibrare il perenne squilibrio termico fra la fascia tropicale e la regione artica. L’indebolimento del “gradiente termico orizzontale”, fra la regione artica e la fascia temperata, tende a sua volta a indebolire il flusso della “corrente a getto polare”, la quale perdendo forza comincia ad assumere una direttrice sempre più ondulata, a forma di “meandri”, lungo tutto l’emisfero boreale.

Questo cambio di fisionomia della “corrente a getto polare” è all’origine dello sviluppo di questi enormi promontori anticiclonici, che danno origine a ondate di calore anomale fuori stagione e lunghi periodi siccitosi, con totale assenza di precipitazioni, su territori molto vasti. Mentre dall’altra parte le ondulazioni del “getto” possono originare situazioni meteorologiche estreme, come eventi alluvionali e prolungati periodi di maltempo, che possono rimanere “stabili” per più giorni, settimane o addirittura mesi interi. Ad esempio, da noi in Sicilia, l’amplificazione artica è all’origine della sensibile riduzione dei giorni di pioggia, ma anche del prolungamento dei periodi con temperature sopra la media climatologica per gran parte dell’anno, senza fare eccezioni fra estate e inverno.

Onde di Rossby sempre più grandi e persistenti

L’indebolimento delle correnti occidentale si avverte soprattutto alle quote medio-alte della troposfera, con un forte rallentamento del ramo principale della “Jet Stream”, che sovente si presenta fra i 30° e i 60° di latitudine nord e sud, ai confini fra la Cella di Hadley e di Ferrel. Perdendo buona parte della sua forma il “getto polare”, per una nota legge fisica, comincia ad ondularsi su sè stesso creando delle grandi onde su scala planetaria, meglio note come le “onde di Rossby”. Le “onde di Rossby”, lunghe da 1.000 a 10.000 km, si formano con una precisa successione di tempi e tendono a muoversi da ovest verso est, con una velocità di propagazione che è direttamente proporzionale alla loro lunghezza e alla velocità media di spostamento delle correnti nell’alta troposfera.

Nel periodo primaverile ed estivo, quando inizia l’arretramento dei ghiacci marini della banchisa del Polo Nord e il vortice polare (caratterizzato da geopotenziali bassi alla quota di 500 hPa) comincia gradualmente ad indebolirsi e a restringersi su una determinata area del mar Glaciale Artico, le “onde di Rossby” tendono a rallentare la loro velocità di propagazione da ovest ad est, originando dei pattern atmosferici abbastanza durevoli che potrebbero portare ad una maggiore probabilità di eventi meteorologici estremi che derivano da condizioni prolungate, come siccità, inondazioni, ondate di freddo o avvezioni d’aria calda con onde mobili di calore insistenti per intere settimane. Negli ultimi anni ne abbiamo avuto la prova, con le sempre più frequenti e persistenti ondate di calore che hanno interessato quasi tutta l’Europa, per lunghissimi periodi temporali. Dati ed eventi molto chiari su cui bisogna riflettere molto attentamente per capire quali possono essere gli scenari futuri prognosticabili.

Un commento

  1. insomma la fine del mondo

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