teatro

Magnificat, fervida invocazione laica intorno alla Madre Celeste

La Vergine per eccellenza, il 25 agosto, nella rivisitazione assai carnale del Magnificat della Alda nazionale, riadattato da Gabriele Allevi, è stata al centro della scena nell’ex Convento pattese di S.Francesco, con una magnetica interpretazione di Arianna Scommegna, diretta con garbo da Paolo Bignamini, con la toccante fisarmonica idi Giulia Bertasi, a sigillare il Tindari Festival…quasi in dirittura di arrivo, in un continuum di magiche rappresentazioni.

Nel solco del potente Progetto Madonna Nera – con l’intento, riuscito, di rielaborare sotto l’egida di un Teatro di ardente parola, la devozione identitaria tindaritana a un simbolo, non di religiosità tout court, ma anche caratterizzante appieno le radici del luogo – in questa edizione della Rassegna Tradizioni, ha trovato nuovamente consona allocazione una performance ove Maria, davvero essenza della incarnazione divina, in un senso dilatato e significante, non tradisce la sua umanità, e appare abitata da verosimiglianti contraddizioni, per introitare quella prova sfidante richiesta, di accogliere, Lei giovane ragazza ebrea inesperta, promessa a Giuseppe, in primis una rivelazione di tal fatta, con ogni connessa derivazione di morte annunciata. A Lei si era chiesto, a mezzo le ingombranti ali di Gabriele, di prendere nel suo seno una Vita con insita promessa di morte, infatti.

Tanto sconvolgente tale profezia, da suscitare tema e spes, interrogativi senza risposta e compenetrazione nel sacro ruolo, sgomento che attanaglia le viscere e meraviglia…tutte le gamme di positive percezioni e il loro contrario, in una costruzione molto più comprensibile a noi esseri umani del mistero dei misteri, il dio che si fa spazio nel corpo di una vergine…visto dalla parte della Accogliente Madre.

Diviene quasi la Madre del Mondo, la piccola Maria, con le sue paturnie di doversi rapportare ad un futuro sposo del quale può già ben indovinare il comprensibile stupore, in uno a quello dell’ entourage, ma soprattutto non proprio in grado di accettare quel proprio generare foriero di una fine, e in ciò molto vicina a tutte le madri di sangue o di anima, che sono ben consapevoli che dare la vita fa il paio con il condannare alla morte, ma continuano a procreare, mettendo a tacere la parte razionale, non consentendo di vincere sull’amore.

Una Madonna umana, troppo umana di fronte al divino, fosse anche inteso come il generare, farsi corpo, nella carnalità in ciò fortemente insita, in nero e a piedi nudi, con un velo azzurro, che assurge a protagonista della scena, ora utilizzato quale mero vezzoso addobbo di una avvenente donnina, ora quale ammennicolo per abbellire la dimora di moglie, fino a farsi manto dell’Addolorata che non si rassegna a quell’assassinio filiale, non tollera i pianti delle donne sotto la Croce-sepolcro, invitandole a tacere, ed è tanto distante ,sideralmente, dalle tradizionali raffigurazioni e dai sacri Scritti sull’Evento….Non è di certo la Madre di Dio riccamente adornata, sontuosamente abbigliata, come tramandata, sembrando piu prossima agli ultimi, ai sofferenti, loro empatica compagna.

Arianna Scommegna, milanese, performer e attrice anche cinematografica, che il Direttore artistico Tindaro Granata, nella previa presentazione, ha giustamente accostato a figure del calibro di Mariangela Melato e Elisabetta Pozzi, è stata in grado di rendere alla perfezione, con grazia frammista a disperazione, ogni ganglio psichico, tutte le sfumature che hanno reso indimenticabile la Maria del Magnificat della magnifica poetessa milanese Alda Merini, per la quale il ruolo materno, pur nelle peripezie esistenziali, con i tragici esiti dei ricoveri manicomiali, ha sempre costituito sofferto punto fermo, certo inteso anche in senso più universale, quale oneroso amore verso gli altri, passione ardente del vivere, che in lei ha generato pulsioni distruttive per la loro intensità.

Una piece incantata, più che incantevole, ma altresì pervasiva e perturbante, ove tutto è portato e reso alla massima potenza, dando voce assai consona allo script di eccelso valore, nel magistrale adattamento di Gabriele Allevi, con la regia discreta al punto giusto, mai soverchiante la resa interpretativa, di un grande Palo Bignamini, impreziosita vieppiù dallo splendido suono della fisarmonica, perfettamente in assonanza, di una musicista di razza, che ha saputo anche tenere la scena ,con la sua immagine gradevolmente androgina.

Plauso convinto e vera ovazione partecipata da parte dei numerosissimi astanti, che hanno espresso forte apprezzamento e fondato compiacimento per la mise en espace, che era di non semplice presa, che è stata in grado di suscitare, invece, innegabile coinvolgimento, anche per i suoi vuoti, a iniziare dalla scarna scenografia, con una rustica panchetta e una seggiola allocati su un uscio volutamente povero.

Sul finale della serata la premiazione di tre validi poeti vincitori del contest di poesia popolare portato avanti con interazione di Associazioni locali, a dare ancor più lustro alla Edizione di un Festival, che si è caratterizzata per la qualità indiscussa, in uno alla forte valenza identitaria del territorio. Chapeau.