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“Ohio” e la tradizione del ritorno

Pierluigi Siclari

“Ohio” e la tradizione del ritorno

giovedì 14 Gennaio 2021 - 08:35

"Ohio" dimostra una volta di più come per realizzare un’ottima opera non sia indispensabile puntare a qualcosa che non sia mai stato immaginato (ammesso che ciò sia possibile)

Si intitola Ohio il romanzo di esordio di Stephen Markley, diplomatosi alla prestigiosa Iowa Writer’s Workshop e già considerato dai critici un futuro protagonista della scena letteraria internazionale.

Originalità nella tradizione

Ohio dimostra una volta di più come per realizzare un’ottima opera non sia indispensabile puntare a qualcosa che non sia mai stato immaginato (ammesso che ciò sia possibile). In una sera dell’estate del 2013, quattro ex-compagni di liceo – Bill, Stacey, Dan e Tina – ritornano, per motivi indipendenti l’uno dall’altro, nella piccola New Canaan, dove si sono diplomati dieci anni prima, e, pur presi dal proprio presente, non possono evitare di riguardare al passato.

Dietro la voglia di bere e togliersi il sapore di vomito dalla bocca c’era la voglia di qualcosa di più forte. E dietro la voglia di qualcosa di più forte c’era la voglia di ricordare – la droga peggiore di tutte. Mamma mia, pensò, guardandosi intorno di scatto, certo che l’Ohio era messo proprio di merda.

Naturalmente sia sul tema del ritorno, che sul ripensare all’adolescenza giunti alla soglia dei trent’anni, si è scritto tantissimo, eppure leggendo Ohio non si ha mai l’impressione di trovarsi davanti a uno stereotipo, o di vedere un film già visto.

Ohio di Stephen Markley, copertina

Markley, infatti, scende con padronanza dal generale al particolare, riuscendo a portare davvero il lettore all’interno di ogni singola scena, facendogli provare le stesse sensazioni dei protagonisti.

Provincia arida

Protagonisti che fin da giovanissimi si sono affacciati alla vita con una certa predisposizione al cinismo. L’Ohio che li circondava, infatti, non era solo povero dal punto di vista economico – molti genitori si arrangiavano tra il sussidio governativo e lavoretti occasionali – ma anche degli stimoli culturali.

I giovani di New Canaan sanno che la vita sarà dura, e molti di loro rinunciano presto a sognare in grande, ma c’è una cosa a cui, per quanto possano essere preparati, nessuno può sfuggire.

L’amore sopra tutto

Questa cosa è l’amore, che di fatto, in ogni sua forma, più o meno pura, è il vero motore di tutte le trame di Ohio. Si possono infatti, pur a fatica, superare i problemi economici, i contrasti sportivi o politici – come in molte altre opere americane contemporanee, l’11 settembre, e le sue conseguenze, ha un ruolo fondamentale – ma ogni amore innesca una serie di eventi capace di avere effetti praticamente su un’intera generazione.

Memoria e narrazione

Se gli effetti sono visibili, i motivi degli stessi sono invece di difficile comprensione, anche perché – complice la coralità della storia – l’autore di Ohio mette spesso in discussione sia l’unicità della verità che l’attendibilità della memoria.

Come tutti sappiamo, la memoria lavora in modo tale che l’intero arco della vita viene chiarito da pochi momenti precisi, e questi totem fungono poi da narrazione.

Anche il tema della narrazione è evidentemente caro a Markley, che, nel capitolo dedicato a Stacey, adesso dottoranda in letteratura, spiega, per bocca di un personaggio secondario, l’importanza della materia.

Una volta ho letto in un libro che la letteratura è un’immensa conversazione che sfida tutti i confini che di solito abbiamo in mente; i confini degli stati, la durata della nostra vita, i continenti, i millenni. Ecco perché questo libro mi piace così tanto -. Batté il dito su Gaia, posato sul tavolo tra le loro tazze di espresso. – C’è dentro l’idea di quanto sia incomprensibile e antico… – Cercò le parole – … Tutto, noi, questo.

L’Omicidio Che Non C’è Mai Stato

Le vicende dei protagonisti di Ohio sono riconducibili principalmente alla definizione di sé e all’individuazione della propria strada, ma nell’opera è presente anche una parte tipicamente thriller.

È sensazione comune che su New Canaan aleggi una sorta di maledizione, e in effetti tanti ex studenti sono morti giovani. Le loro morti, però, hanno poco di misterioso. Si tratta infatti di casi di overdose, incidenti stradali, agguati durante la guerra in Iraq.

Ben più misterioso è l’Omicidio Che Non C’è Mai Stato; cioè l’idea che, in quella particolare zona dell’Ohio, non sia affatto possibile far letteralmente sparire qualcuno, e in molti pensano che sia già successo.

Coinvolto dai problemi professionali, familiari e sentimentali dei protagonisti, il lettore sarà portato a lungo a considerare l’Omicidio Che Non C’è Mai Stato come una semplice leggenda locale, e anche l’autore sembra assecondare questa interpretazione, salvo poi cambiare nettamente direzione avvicinandosi al finale.

Quello che resta

Finale che, oltre a confermare la vena poetica dell’autore di Ohio, molto attento ai paesaggi e al fascino degli agenti atmosferici, lascia un profondo senso di amarezza per ciò è stato perso e non potrà mai essere recuperato.

Ma alla consapevolezza che sia impossibile dimenticarsene se ne accompagna un’altra, relativa all’unica strada percorribile per andare avanti:

– Continua a indagare, Moore -. Si staccò da lei per guardarla negli occhi. – Devi lottare come una dannata. È l’unica cosa in cui ho mai creduto davvero. Lottare sempre, sempre, come dannati.

E se ne andarono, creature infinitesime, calcando la superficie del tempo, cercando invano di esprimere i sogni dei secoli, che nascono e vagano per i cieli solitari.

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