Harald Bonura e il futuro delle partecipate: «Compensi legati agli obiettivi e monitoraggio costante»

Harald Bonura e il futuro delle partecipate: «Compensi legati agli obiettivi e monitoraggio costante»

Redazione

Harald Bonura e il futuro delle partecipate: «Compensi legati agli obiettivi e monitoraggio costante»

mercoledì 04 Giugno 2008 - 15:48

Ecco la ricetta di uno dei -tecnici- della giunta Genovese: «Controlli ogni tre mesi: senza risposte, rimessi in discussione compensi e rapporti contrattuali. Più -fantasia- e meno gioco in -difesa-»

«Sono uno che ama parlare poco e lavorare molto». Così Harald Bonura si era presentato alla stampa nel giorno in cui Francantonio Genovese, candidato sindaco del Pd, illustrava la sua nuova squadra di governo, qualora dovesse vincere le elezioni. Bonura non è alla prima esperienza politica, avendo già lavorato nei Comuni di Catania e di Roma, è stato braccio destro dell’ex ministro catanese Bianco e consigliere per gli Affari generali e Istituzionali del Ministero dell’Interno, attualmente è, tra l’altro, consulente legale dell’Anci, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani, oltre a possedere un curriculum impossibile da riassumere in poche righe. E’ uno dei quattro -tecnici- presentati da Genovese in giunta, ed avrà uno dei ruoli più delicati: mettere ordine in quel grande buco nero che sono le partecipate del Comune. Lo abbiamo intervistato per capire come intenderà lavorare a questa -impresa-, partendo dal motivo del suo -sposalizio- con Genovese.

«Messina è la mia città di origine – chiarisce subito Bonura – e sono felice di poter mettere a disposizione la mia professionalità e la mia esperienza. Devo dire che mi ha colpito la determinazione di Genovese nell’immaginare un’amministrazione innovativa, in sede di Anci ho avuto modo di parlare con lui diverse volte, ed è un modo di pensare molto vicino alle mie corde. Non ho una forte inclinazione politica, dunque mi propongo più da tecnico. Il settore delle aziende pubbliche e delle società partecipate è senz’altro molto complesse, dove è necessario, se è il caso, fare scelte coraggiose, anche dolorose, innovative. In altre città le partecipate sono fonti di ricchezza, non voglio entrare nel merito, ma sicuramente né a Messina né in diverse città del Mezzogiorno è accaduto quanto invece verificatosi nel resto d’Italia, dove i Comuni invece riescono a fare cassa con le partecipate».

Come si fa a passare da un estremo all’altro? Nel resto d’Italia le società pubbliche sono fonte di ricchezza, qui rappresentano probabilmente la causa maggiore dei guai finanziari del Comune.

«C’è senz’altro un problema di tipo gestionale. Va fatta una diagnosi il più possibile fredda, verificare la presenza di sprechi e adottare politiche di contenimento dei costi, centralizzare le funzioni, monitorare i servizi. E’ possibile un’operazione del genere, anzi credo sia la prima delle priorità, cominciando dall’individuare eventuali processi di accorpamento. Bisognerà reperire risorse per gli investimenti, perché non si investe più nei servizi pubblici, e ancora rivedere quali di questi servizi il Comune deve tenere e quali immettere nel mercato, per trovare altre risorse. Per far ciò è chiaro che bisognerà rendere remunerative queste attività, consapevoli del fatto che una gestione efficiente è legata alla chiarezza degli obiettivi».

Come rendere più efficienti i servizi pubblici?

«Sono convinto che è possibile se non necessaria una razionalizzazione dei soggetti e dei rapporti contrattuali, così come necessaria è una netta separazione tra controllori e controllati. L’ultima finanziaria, in questo senso, offre direttive specifiche. Ci vuole una cura drastica, direi -draconiana-, e con i risparmi che si otterranno da questa cura si potrà creare un’autorità terza, a tutela dei consumatori e che monitori l’effettiva attuazione dei contratti, come tra l’altro avviene in tante altre città d’Italia. Un’autorità composta da personalità indipendenti che non costi al Comune e ai cittadini ma che appunto si autofinanzi con i risparmi. E’ importante creare un sistema premiale che leghi i compensi agli obiettivi da raggiungere. Intendo un monitoraggio trimestrale su una serie di indicatori sulle attività svolte, se i risultati verranno meno allora andranno rivisti i rapporti contrattuali e i compensi stessi».

Questo significa chiudere con un sistema politico clientelare che ha senz’altro contribuito a generare questa situazione.

«Non sono ipocrita, il problema esiste e esiste ovunque. La tendenza della politica è quella di utilizzare le società partecipate per inserire personale politico. Non entro nel merito della qualità delle scelte, ma credo che la cosa migliore sia appunto questa: se entro tre mesi non mi dai risposte, o entra in crisi il rapporto contrattuale o viene messo in discussione il compenso. Non si capisce poi perché non si possa pensare ad un sistema di holding, con la condivisione di alcune attività, penso ad un unico ufficio legale, ad un unico ufficio stampa, e così via».

Queste sono idee condivise dal candidato sindaco e dunque parte integrante del suo programma?

«Ne abbiamo parlato a lungo. Ho riscontrato la disponibilità non dico a dare carta bianca, perché è giusto che le decisioni le prenda il sindaco, ma comunque c’è grande fiducia. Ci vorranno politiche molto rigorose, e io chiaramente sarò il primo a dovere rispondere a determinati obiettivi».

Qualche caso specifico. L’azienda trasporti, ad esempio.

«Ci vuole uno sforzo direi anche di -fantasia-, e si deve andare nel senso della liberalizzazione. Il caso delle aziende trasporti è particolare, perché deficitario in tutta la Regione, ma certamente bisogna immaginare qualcosa di nuovo. A partire dal modello aziendale, che non può essere più quello della municipalizzata, come è anche a Catania. Trasformazione della società, dunque, e se occorre anche aperture ai privati. Ma soprattutto un vero piano di investimenti, che deve valere per tutte le società, anche per i rifiuti».

Ecco, proprio sui rifiuti e sulle due società di questo settore, Ato3 e Messinambiente, si è creato un forte dibattito politico sulla sovrapposizione tra di esse. Come operare in questo senso?

«Innanzitutto dovremo fare i conti con le nuove normative. Mi riferisco al decreto Lombardo, con la ridefinizione degli Ato e la trasformazione in consorzi, ma anche con il decreto Matteoli, ancora inattuato. Quella che era una sovrapposizione non può essere però imputata ai comuni, ma è frutto di una scelta abbastanza singolare della Regione. Quello che mi preoccupa è che il soggetto pubblico gestisca al meglio un organico che va portato ai massimi livelli, con tariffe e servizi che devono competere in logiche di mercato, introducendo banali tecniche di confronto dei parametri. Credo poi che al cittadino interessi poco se un servizio è gestito da un pubblico o da un privato, ma che il servizio stesso sia fatto bene. Anche per i rifiuti l’affidamento diretto deve essere legato al conseguimento di parametri di mercato. Ripeto ci vuole più -fantasia-, si gioca troppo in difesa».

Ci si dovrà confrontare anche con i sindacati.

«Intanto è bene che sia i cittadini che i sindacati capiscano che le normative sono tali che impongono determinate scelte ai Comuni. Detto questo, è chiaro che cercherò il confronto con i sindacati perché fa parte della mia cultura. Il tempo dedicato al confronto non è mai perduto, specie quando avviene fra soggetti autorevoli e consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. I sindacati naturalmente hanno delle responsabilità di fronte ai lavoratori, il Comune ha un raggio più ampio e deve rispondere tanto ai lavoratori quanto alla cittadinanza».

(foto Dino Sturiale)

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