Alle forze politiche italiane manca il coraggio di proporre nuove soluzioni
In attesa del referendum del 13 e 14 gennaio, l’attenzione del Paese sul caso Fiat e sul “metodo Marchionne” va crescendo. Certo, la tensione si avverte meno nelle provincie povere di grandi insediamenti industriali ma, piaccia o non piaccia – ci sarà sempre chi considera un inutile esercizio intellettuale trattare temi di questa portata -, quel che avverrà dalle parti di Mirafiori o Pomigliano influirà pesantemente su tutto il Paese.
Superato lo shock iniziale causato dalla presa di posizione dell’AD Fiat, si va finalmente individuando il punto centrale di un problema che travalica il caso in sé in quanto si propone di gettare le basi per un diverso rapporto tra Confindustria e Sindacati per molti anni a venire.
Con buona pace di chi crede che sul conflitto tra capitale e lavoro, tra imprenditori e maestranze (o i rispettivi rappresentanti), tra proprietari dei mezzi di produzione e forza lavoro, non ci sia più nulla da dire, il modo nel quale le relazioni industriali si sono evolute negli ultimi decenni nei vari Paesi del mondo è incredibilmente diverso.
In un’economia globalizzata, limitarsi a una visione stereotipata ed emotiva del conflitto torinese rischia di rivelarsi un errore che non conduce da nessuna parte.
Oggi, 6 gennaio, il Corriere della sera – come altri quotidiani nazionali – accenna timidamente all’esistenza di sistemi di relazioni industriali diversi rispetto a quelli essenzialmente muscolari adottati dalla Fiat – qualcuno crede che Marchionne abbia imboccato questa strada senza l’avallo della proprietà, famiglia Agnelli in testa? -, approfondendo il modello Renano, proprio quello al quale avevamo fatto cenno qualche giorno fa su Tempostretto. Commettendo, probabilmente, l’errore di non darne una descrizione adeguata.
Chiedendo scusa per la rozzezza della sintesi, è chiaro che il concetto di proprietà della fabbrica può essere assimilato alla proprietà dei mezzi di produzione di marxiana memoria; per cui i due estremi sono il controllo assoluto dell’azienda da parte degli amministratori – espressi dagli azionisti-proprietari – e la collettivizzazione di stampo comunista, intesa come affidamento della conduzione ai rappresentanti del popolo-proprietario. In mezzo ci sono sistemi come quello anglosassone, market oriented o anche outsider model e quello renano relationship oriented o insider model.
Entrambi, pur molto lontani dagli schemi marxisti, pongono limitazioni al potere della proprietà.
Il modello renano, in particolare, si basa sul concetto di cogestione o mitbestimmung (non comproprietà!) e consiste nel confronto costante – nell’ambito di un organismo detto Consiglio di Sorveglianza – tra i vertici della Commissione interna, eletta dagli operai, e i rappresentanti del Consiglio di Gestione, per grandi linee equivalente al nostro Consiglio d’Amministrazione.
Da queste riunioni periodiche derivano una serie di commissioni miste – naturalmente in base alle dimensioni della fabbrica – che si occupano di ogni problema interno ed esterno, dall’orario alla sicurezza, dai rapporti coi fornitori alla formazione professionale, dal marketing al salario.
Ciò che viene deciso in queste riunioni viene poi messo in pratica dal Consiglio di Gestione – nel quale non vi è rappresentanza operaia -, che si guarderebbe bene dal disattendere le indicazioni della Consiglio di Sorveglianza.
Altrettanto importante è lo scambio costante di informazioni che il CdG è tenuto a fornire periodicamente su tutte le operazioni a breve, medio e lungo termine che l’Azienda intende svolgere.
Le stesse funzioni dell’Assemblea degli Azionisti sono ridimensionate.
Per farla breve, in Volkswagen, ad esempio, ogni anno il 10% degli utili aziendali viene distribuito tra i lavoratori; nel 2006 è stato concordato l’aumento dell’orario di lavoro a parità di retribuzione e i rappresentanti degli operai nella Commissione interna sono a volte più preparati degli stessi manager.
La governance dualistica rappresenta la soluzione di ogni problema di relazioni aziendali?
Ovviamente no, inoltre ogni sistema – ce ne sono anche altri – funziona più o meno bene anche in relazione alla capacità di altre istituzioni – come, ad esempio, le banche – ad adattarsi a ruoli funzionali all’insieme socioeconomico in cui si trovano ad operare.
Ognuno, poi, è libero di giudicare se il modello renano sia meglio adatto al nostro Paese, alla sua storia, alle sue istituzioni rispetto alla conflittualità esasperata mostrata dal confronto Fiar-Fiom.
Resta l’interrogativo politico di fondo espresso qualche giorno fa: perché le forze politiche italiane, soprattutto quelle di opposizione, immiseriscono il proprio ruolo in un Si o No a Marchionne, senza promuovere approfondimenti coerenti con la loro storia e i loro (presunti) ideali?
