PRIMA PARTE – Dagli ’90 ad oggi, come è cambiato il tessuto cittadino. I tentacoli della criminalità organizzata su settori redditizi leciti, le zone più a rischio, le sfide odierne e future. La sicurezza, la gente e un necessario cambio di mentalità
Messina è casa sua. Nato a Patti ma cresciuto in riva allo Stretto, il questore Carmelo Gugliotta è fortemente legato anche professionalmente alla città. Una lunga gavetta: dalle stagioni della mafia che uccide alla criminalità silenziosa, quella che fa affari e si mescola con l’imprenditoria sana, entra in politica, non si sporca le mani.
Gugliotta è Commissario di polizia dal 1979 e professionalmente si è formato alla Squadra Mobile di Palermo, dove è giunto subito dopo l’omicidio di Ninni Cassarà. Nel 1985 ha diretto la Sezione narcotici ed il 22 aprile 1994 è stato trasferito alla Mobile di Messina. Qui è stato vice di Vincenzo Speranza e poi di Francesco Montagnose e per due anni ha diretto la Squadra omicidi. Con il trasferimento di Montagnose, Gugliotta è stato chiamato a sostituirlo. Durante la guerra di mafia che insanguinò le strade di Messina, furono risolti parecchi casi di omicidio, sgominati i più sanguinari clan cittadini e catturati diversi latitanti. Nel 1997 il trasferimento a Reggio Calabria dove dirige la Polizia postale e delle telecomunicazioni e poi, nel 2001, l’Ufficio di Gabinetto della Questura. Gugliotta rientra a Messina nel luglio del 2002, nominato vicequestore vicario. Nel settembre 2005 viene ammesso al XXI Corso di alta formazione alla Scuola di perfezionamento per le forze di polizia e nel 2006 nominato Questore di Matera. Cinque anni in Basilicata, poi il ritorno a Messina, dove dal primo luglio 2010 ha sostituito Vincenzo Mauro a capo della Questura.
Una nuova -tappa-, diversa dalle altre. Un territorio cambiato e moderne sfide da affrontare. Che differenze ha riscontrato nel tessuto locale rispetto alle precedenti esperienze?
«La città si è visibilmente impoverita dal punto di vista economico ed occupazionale. Negli anni novanta la situazione generale del Paese era completamente diversa. L’Italia risentiva ancora del trend positivo degli anni 60-70. Qui una serie di imprese davano lavoro e trasmettevano senso di produttività. Penso ai cantieri navali Rodriquez, alla Sanderson, anche alla Pirelli a Villafranca. C’era parecchio fermento, attività commerciali storiche e affermate come i fratelli Piccolo, altri marchi che fungevano da volano per l’economia locale. All’epoca però, la criminalità era notevolmente diffusa. Parliamo di sessanta omicidi di media all’anno nel quinquennio ’87-92. Per non parlare delle guerre di mafia. Ciò generava parecchia insicurezza tra la gente. Oggi il contesto è completamente ribaltato. Parecchie fabbriche hanno chiuso e continuano a chiudere, cresce il numero dei precari e dei disoccupati. Ma al tempo stesso si è aperta una nuova stagione dal punto di vista della lotta alle mafie. In città si è allentata la morsa della criminalità. Diminuito notevolmente il fenomeno del racket che taglieggia i commercianti, possiamo dire che attualmente pagano in pochi e, forse, chi vuole pagare. In provincia invece, la situazione continua a permanere complessa, salvo realtà nettamente migliorate come Capo D’Orlando. Sicuramente la zona che ci preoccupa di più è quella di Barcellona, dove ancora è forte la presenza di fenomeni criminali. Pur se la gente comincia a prendere coscienza e a reagire».
Ha parlato di nuova stagione. Quando ha avuto inizio?
«Sicuramente la morte di Falcone e Borsellino ha segnato l’avvio di una nuova era. La normativa sui collaboratori di giustizia e l’attesa presa di coscienza della società civile hanno contribuito notevolmente a cambiare le cose.
Fino al 1992 le forze dell’ordine si trovavano spesso da sole a contrastare la criminalità. Pensiamo che in quegli anni, ai funerali di poliziotti e magistrati, solo poche persone andavano a rendere omaggio al sacrificio delle vittime. Mi viene in mente ad esempio l’omicidio di piazza Fontana. Il cambio di mentalità, soprattutto al sud, ha segnato la svolta. Oggi nascono e si consolidano associazioni antiracket, i giovani manifestano e si identificano in realtà belle come Addio Pizzo, che recentemente ha creato una sezione anche a Messina».
Eppure la criminalità sembra essere sempre lì, dietro l’angolo, pronta a colpire. Messina per anni è stata vista come punto strategico per gli incroci tra n’drangheta e mafia siciliana. Oggi mantiene questo ruolo?
«In qualche modo l’incrocio continua ad esserci, è innegabile. Certamente è forte l’influenza calabrese che si avverte ma non è visibile, in quanto infiltrata in attività imprenditoriali. Il fatto che non ci siano fatti eclatanti testimonia che la criminalità continua ad allungare i propri tentacoli altrove. L’omicidio è un aspetto negativo, denota problemi interni. Dunque se succede poco a maggior ragione potrebbero esserci delle situazioni di pericolo per la collettività. Ecco perché dobbiamo sempre tenere gli occhi aperti, su tutti i fronti».
Droga, racket, pizzo, prostituzione. Attività redditizie per la mafia. Ma il nuovo “registro” sposta gli interessi verso altri settori. Quali sono i più fruttuosi? A Messina possiamo inserire tra questi quello dell’edilizia?
«Anche in questo senso il cambio di rotta del ’92 ha portato la criminalità organizzata ad interrompere la scia di sangue cambiando pelle. Per quanto riguarda la città, bisognerebbe effettivamente chiedersi perché si è costruito così tanto, anche più delle reali esigenze della popolazione. Puntare sul mattone è un investimento che conviene, perché permette di accumulare ricchezza e la proprietà rappresenta sempre una fonte patrimoniale importante. Un altro settore che seguiamo da vicino è quello della ristorazione alimentare. Qui non parliamo solo di guadagni ma anche di riciclaggio di denaro. Entrando in un sistema sano, la criminalità abbassa il costo di vendita dei prodotti e sfalsa il mercato, alterandone prezzi e leggi e recando danni seri a chi fa impresa in maniera pulita».
Presente e futuro. Quali sfide ci aspettano?
«Il messinese deve avere la forza di guardare avanti. Qui la gente è onesta ma si impegna poco per la propria città, è apatica. Spero in un maggiore coinvolgimento dei giovani da parte degli enti e dei rappresentanti istituzionali. I ragazzi vogliano essere stimolati, vogliono partecipare e non lasciati da soli. Ma sia a propria volta la gente a spingere chi decide ad investire sul territorio in modo sano per creare un futuro individuabile. Non aspettiamo sempre gli altri, ma rimbocchiamoci le maniche e agiamo in prima persona. Messina non ha niente da invidiare rispetto a centri come Catania, dove però i cittadini hanno più spirito di iniziativa. Troviamo il coraggio di fare. Noi come Forze dell’ordine continueremo a lavorare per aumentare il livello di sicurezza, obiettivamente alto anche se poco percepito. In città, ma soprattutto in provincia».
Nei prossimi giorni online la seconda parte dell’intervista.
