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Ulisse. L’Arte della fuga. Navigando da Bach a Dallapiccola.

Tosi Siragusa

Ulisse. L’Arte della fuga. Navigando da Bach a Dallapiccola.

giovedì 28 Febbraio 2019 - 16:13
Ulisse. L’Arte della fuga. Navigando da Bach a Dallapiccola.

Nella gotica chiesa messinese di Santa Maria Alemanna, Auretta Sterrantino è stata coordinatore artistico, nel solco del quarto appuntamento della Introspettiva sul tradimento, della “mise en scene” imperniata sulla figura, altamente archetipica, di Ulisse, che ha smosso la fantasia artistica di molteplici Sommi, a partire da Omero, fino a Dallapiccola, passando attraverso Platone, Dante, Holderlin, Leopardi, Tennyson, Nietzsche, D’Annunzio, Pascoli, Joyce, e solo per citare i più significativi fra essi. La Sterrantino, nel testo a sua firma, è riuscita a mettere insieme – bene – tali riferimenti sparsi, riscrivendone alcuni e riportandone invariati altri, intendendo con ciò anche rendere omaggio agli autori sopra citati; ha anche operato l’aggiunta di un finale, molto pavesiano, e probabilmente inedito, ove si ipotizza di un ritorno del personaggio” de quo” ad Itaca, solo temporaneo, che preclude a una sua ennesima fuga. Detto questo, e plaudendo comunque alle risultanze, che, non si può negare, risultano coerenti, equilibrate e armoniche, non si può condividere del tutto la definizione di “Nuova Odissea” che l’autrice avrebbe partorito, potendosi rintracciare elementi di novità, come sopra precisato, solo forse quanto al cennato finale, con soluzioni che non sono parse veramente originali e innovative. L’intera composizione della drammaturgia ha poi peccato di eccessiva cerebralità, sembrando a tratti anche forzata, per un uso di terminologia un po’ autoreferenziale, con il rischio di non essere davvero significante, non riuscendo in ogni caso a giungere a lambire le corde emozionali (e ciò è per chi scrive un limite). Nulla da eccepire, invece, sulla splendida resa della lettura drammatizzata di Sergio Basile – che ne è stato perfetto interprete – dotata di limpidezza, nitore, alternanza di registri e pause ben calibrate….davvero encomiabile, come la regia della stessa Sterrantino. Le musiche, o meglio il repertorio musicale, curato e eseguito dal vivo alla tastiera da Filippo La Marca, merita un discorso a parte: può dirsi riuscita la contaminazione Bach – Dallapiccola, riscontrandosi una comunanza fra i due compositori, lontani per il resto temporalmente e stilisticamente, nella ricerca di perfezione matematica e di unità, consonanza e chiarezza, talchè l’autore contemporaneo potrebbe definirsi erede dell’eccelso Maestro. Dallapiccola peraltro – e ciò si deve sottolineare – si è realmente affacciato sul panorama musicale come un Ulisse che erra alla ricerca della conoscenza dodecafonica, ben percependone le differenze rispetto a quella tonale. Tornando al tema centrale della rappresentazione, chi è al servizio della conoscenza, quale ricercatore incessante, non può che fare della fuga dal presente la cifra di riferimento, quale elemento statico e insieme dinamico, nel pensiero e nell’azione, come unica possibilità evolutiva per l’essere umano; ciò include come è ovvio, vagheggiamenti del passato, filtrato e trasfigurato attraverso la memoria degli affetti, e il futuro che seduce quale incognita. L’uomo fuggitivo è quello che sposta sempre più in alto l’asticella della ricerca, che non può che essere incessante, poiché l’appagamento di uno stato d’animo, di un fine, li rende superati e da superare, come gli spazi divenuti angusti. Odisseo è continua partenza, non da intendere solo come viaggio in sé a prescindere dalla meta, ma potrebbe ipotizzarsi un suo fuggire andando a caccia della conoscenza, affaccendato nella Storia, forse per liberarsi della Terra – intesa questa come ritmo delle cadenze generazionali, che nascita e morte scandiscono e di cui il femmineo corpo è espressione – con il senso dell’implosione di un destino ineluttabile, che troverà comunque un suo compimento, attesa la finitudine umana a cui non si può derogare….Forse Ulisse, diversamente dall’uomo comune, è ben consapevole della “brevitas vitae”, non vive cioè, come la maggioranza dei mortali, non tenendo in debito conto la morte, che comunque teme. Da qui l’istinto alla fuga da ciò che è oramai compiuto, alla ricerca della meraviglia insita in nuove avventure, che può distogliere dal pensiero dell’inevitabile fine. Anche il mare, protagonista del decennale percorso di Odisseo, potrebbe essere inteso quale non luogo, elemento neutro, similare al grembo materno che con il suo liquido amniotico culla, potendo così illudere che il tempo dell’esistenza si possa per intanto sospendere. Naturalmente questa è solo un’altra personale interpretazione, che è spiaciuto non avere potuto bene illustrare – ma solo accennare – alla tavola rotonda, moderata da Vincenza Di Vita, correlata alla piece, che ha visto la presenza, oltre che del cast al completo, del Maestro Mario Ruffini, presidente proprio del Centro Studi Dallapiccola, che è anche brillante conferenziere e che, anche questa volta non ha lesinato un suo consistente contributo.

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